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Patricija

Gatta ci cova

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Hitler
Ian Kershaw, A. Charles Catania
Gli Impiegati
Honoré de Balzac
Piccola osteria senza parole - Massimo Cuomo

Immaginate di trovarvi nel 1994 a Scovazze, un paese del nord-est Italia. Dai, puntigliosetti, non chiedetevi perché il navigatore non lo trova, ché non è importante! E immaginate che arrivati a Scovazze andiate a sedervi in un angolo del Punto G. Ecco che state già pensando male. Ma io parlo dell’osteria, il Punto Gilda, quella Gilda che ha i seni più grossi della zona. Nell’osteria della Gilda gli avventori bevono molto, parlano poco. Però bestemmiano. E sono anche un po’ razzisti. Adesso immaginate che arrivi lui, il Salvatore Maria Tempesta. Il Tempesta è un “ teròne” di quei che a “coparli tuti” si farebbe cosa buona. E immaginate che il Tempesta porti con sé una scatola del Paroliere. Avete idea di cosa vi spetta? No? Non ho finito. Iimmaginate anche che il Tempesta Salvatore Maria abbia anche una vecchia foto. Si vede una donna. E un campanile. Eh… di campanili ce ne sono tanti da quelle parti. I campanili. Quelli delle chiese.

Un consiglio: se decidete di fermarvi a Scovazze per vedere cosa succede, portatevi un fazzoletto profumato. Perché lì, a Scovazze, c’è una spusa di merde (lo dico in francese che fa fine) che non ha eguali. Le esalazioni fetide arrivano dalla Taurizoo, il Centro tori di Scovazze.

Scovazze e i suoi indigeni. Parlano poco, ma hanno una loro poesia. Andate. Fatevi un goto all’osteria e salutatemi la Gilda.

 

 

P.S. Epperò…

Si parla di Ivano, un toro della Taurizoo, dove si raccoglie il seme per ingravidare le giovenche. Leggo: “Ivano detto Umore. L’unico toro col soprannome” […]

“Adesso che il nomignolo è sinonimo di umorale e basta, il vecchio manzo ci mette il tempo di un muggito per reagire al fastidio”.

 

Massimo, ho capito che Ivano è a “fine carriera”, ma vecchio manzo, no! Io che ci ho il sobbalzo facile, ho sobbalzato. Ecco.

E non gli saran caduti gli zebedei!

Il Dottor Zivago - Boris Pasternak, Pietro Zveteremich

Quando Giangiacomo Feltrinelli ebbe fra le mani il dattiloscritto dell'opera di Pasternak, inviò un telegramma allo slavista Pietro Zveteremich: “Pregoti venire subito”, perché voleva un suo parere su Il dottor Zivago. La risposta arrivò pochi giorni dopo, la scheda di lettura si concludeva con le seguenti parole: “Non pubblicare un romanzo come questo costituisce un crimine contro la cultura”.
Il 5 ottobre 1957 il traduttore Zveteremich che si trovava in Russia, scriveva a Feltrinelli: “… A Mosca l'atmosfera creata intorno al libro è molto brutta. Ne fanno un grosso scandalo. Definiscono la sua uscita “un colpo contro la rivoluzione”. Evidentemente in malafede. […] Ho conosciuto il redattore editoriale incaricato della revisione. Pare che al Cc del Pcus, Pospelov e altri fossero dell'avviso di pubblicarlo. Tutto è cambiato a causa delle pressioni dell'Unione Scrittori, che in questo caso è stata più intransigente del partito e gli ha forzato la mano. [...] P. ti raccomanda di non tenerne conto e non vede l'ora che il libro esca. Ciò benché lo minaccino di affamarlo e già gli abbiano tolto lavori già commissionati...”
Il 27 novembre dello stesso anno Il dottor Zivago era nelle librerie italiane. In pochi mesi fu tradotto e pubblicato in altri Paesi, mentre i lettori russi dovettero attendere il 1988.
Nell’ottobre 1958 a Pasternak giunse comunicazione che gli era stato conferito il Premio Nobel per la letteratura. La stampa accusò, l’Unione scrittori chiese la sua espulsione. Se Pasternak avesse ritirato il premio avrebbe perso la cittadinanza e sarebbe finito al confino. Lo scrittore rinunciò al riconoscimento.
Più che un caso letterario, un caso politico.
Pasternak morì due anni dopo l’assegnazione del Nobel. Il premio fu ritirato nel 1989 dal figlio.

(Ri)Leggendo Il dottor Zivago, ho pensato al poema sinfonico. Così lo vedo, al pari di un poema sinfonico è opera di ampio respiro. Un solo movimento, un abbraccio ininterrotto alla grande terra russa, ai suoi uomini, ai mutamenti esercitati dalla Storia, alle rugosità e agli sfregi che segnano l’animo umano. Come la musica, vita e natura procedono fra silenzi e fragori, fra distensione e subbugli, fra pace e scompiglio, caduta e rinascita. E come la musica, la vita offre, coglie, racconta, infine si disperde in un’eco lontana, lasciando al silenzio la sua memoria. Voce che va oltre le parole.

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.


De Il dottor Zivago, da adolescente, mi colpirono i personaggi e i tragici intrecci delle loro esistenze. Oggi a catturare la mia attenzione è stata la Storia che accompagna il lettore in quella che fu la Russia dal 1905 fino alla fine della seconda guerra mondiale. Bagliori che suscitano interesse e voglia di approfondire. Ci sono eventi che inevitabilmente modificano le vite degli uomini. Così, ho immaginato Jurij assumere le sembianze di Boris, e il pensiero dello scrittore perdersi in quello del medico. E ricordando che il minacciato esilio, per Pasternak avrebbe significato morire, ho vagheggiato Lara come idealizzazione della Russia. Ghiribizzi, lo so. Ma tant’è.

I lettori di libri sono sempre più falsi - Gianni Celati

Ditemi un po’[…] Siete disturbati di mente? Bevete? Oppure siete gente che legge libri?”.

 

Non sono disturbata, non bevo, e questo libro (giuro con la mano destra sul cuore) non l’ho letto. Cioè, l’ho letto. Insomma, ci ho provato, ho buttato l’occhio (stanco) sulla sinossi e le prime pagine. Poi l’occhio s’è spento e io sono rimasta lì senza comprendere. Un concetto mi par d’aver inteso (forse, non ne sono certa. Anzi, ho molti dubbi): se leggi libri si sente dall’odore e se devi venderli, l’ipotetico acquirente ti fiuta, gli viene il sospetto che i libri bisogna anche leggerli, oltre che comprarli, e non li compra più.

Ora scusate, vado a cercare l’ingegnere, chiedo se mi assume per vendere i suoi libri. Ma vorrei tanto recensire o, meglio ancora, stroncare. Pare sia cosa ben rimunerata. Non serve leggere, garantiscono. Potrei avere qualche possibilità. Chissà. Voi fate come vi pare, ma guardatevi attorno.

Ricordate che leggere suscita domande, e le domande esigono risposte. Una fatica!

 

P.S. Se leggete, è ora di smettere. Fingete di sapere. Così si sale. Assumete l’atteggiamento di circostanza: bocca a culino di gallina. Funziona. Fa intellettuale. Fate spuntare una penna dal taschino della giacca o dalla borsetta.

Mi faccio gioco di voi? Sia mai!

 

P.P.S. Psst! Al limite, leggete di nascosto. E non ditelo in giro!

Andarsene - Rodrigo Hasbún, G. Zavagna

Hasta la victoria siempre.

 

Leggo che Andarsene è un denso, intrigante romanzo che unisce mirabilmente realtà storica e finzione letteraria. Un efficace montaggio di episodi e voci permette di seguire le vicende della famiglia Ertl dagli anni Cinquanta agli anni Settanta…

Caspita!, mi dico. Hans Ertl, è quel cameramen tedesco al seguito della regista di regime Riefenstahl (nota per i suoi film di propaganda nazista, fra cui il famoso sui giochi olimpici del 1936, “Olympia”) infangato dal nazismo che negli anni Cinquanta lasciò la Germania e si stabilì in Bolivia con la famiglia: moglie e tre figlie. E Hans Ertl è il padre di quella Monika Ertl che si unì all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) dopo la morte di Ernesto Guevara, che nel ’71 attraversò l’Atlantico, si recò ad Amburgo per vendicare il guerrigliero ammazzando il console boliviano colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile dell’amputazione delle mani del Che dopo la sua uccisione. Due anni dopo Monika cadde in un’imboscata architettata da Klaus Barbie, amico di Hans, conosciuto nell’ambiente nazista come “macellaio di Lione”.

Leggo la sinossi. Troverò molto, penso. Realtà storica e finzione letteraria, racconto corale, saga familiare, storia di affetti e solitudini.

Credevo.

Invece…

Avete presente i “bigini” (bignamini per i dotti)? Ecco, sembra quella roba lì.

Più che un romanzo, un racconto. O il riassunto di un racconto.

Un bigino tiepido. Tendente all’algido.

Peccato.

 

«Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo».

 

Titolo originale dell’opera: Los afectos. Gli affetti. Andati.

Estrosità rigorose di un consulente editoriale - Giorgio Manganelli, S. S. Nigro

Ti salto, no, non ti salto, ti saluto (poesia del refuso) affettuosamente, e spero di vederti presto”.

 

 

Amava la parola scritta, nel significato più alto del termine. Giornalista, recensore, consulente editoriale, editor, traduttore, scrittore e saggista. Questo era il suo mondo; mondo di cui già percepiva il sopraggiungere di un mesto deterioramento.

 

In questo libro (a cura di Nigro) ricco di documenti e note, sono raccolti trent’anni di lavoro editoriale. Per dirla alla Manganelli, si tratta di una goduriosa bisboccia verbale. Forse non è una lettura per tutti, ma è certamente una golosità letteraria e culturale di quelle che mandano in solluchero. Ché ora è tutta un’altra storia, caro Manga!

Emile Ajar c’est moi. «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie».

La vita davanti a sé - Romain Gary, Giovanni Bogliolo

Emile Ajar c’est moi. «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie».

 

Madame Rosa, grassa e vecchia prostituta ebrea, smesso il mestiere per anzianità, cresce i figli delle giovani meretrici che non vogliono vedersi sottrarre la prole dalle autorità francesi. Momò è uno di loro.

Non conosce la sua età, Momò; crede d’avere dieci anni (fino al giorno in cui scoprirà che son quattordici, e di colpo sarà grande). Dimora al sesto piano di un condominio dove le vite sono policrome e le miserie monocromatiche. Un microcosmo degradato che sprigiona tuttavia una bizzarra ilarità, come beffa alla sorte che piega e mortifica.

Madame Rosa ha il ritratto di Hitler sotto il letto, le ricorda d’essere scampata a un passato atroce e l’aiuta a trovare la forza per resistere ancora. E quando l’aria viene a mancare, c’è il suo cantuccio ebreo a rassicurarla. Momò, invece, ha un vecchio ombrello vestito da capo a piedi. Ha la faccia di pezza verde, gli occhi tondi e il sorriso simpatico fatti col rossetto di madame Rosa. Si chiama Arthur, e con lui raggranella qualche soldo esibendosi per le vie. Il sogno più grande di Momò è diventare un nuovo Victor Hugo e riscrivere Les miserables.

Momò descrive il suo mondo sommerso, dove la vita è condivisione oltre che spirito di conservazione. Dove s’imbelletta la morte vagheggiando una parvenza d’affetto che non ha più respiro. Dove una mano tesa apre la porta ai sogni, alla speranza che un futuro migliore è possibile. Anche per gli ultimi. Quella vita davanti a sé, che attrae e, nel contempo, spaurisce.

 

P.S. Il libro m’è piaciuto, ma non mi unisco al coro degli osanna. Il mio rimane un entusiasmo pacato, tiepido. Ho trovato interessante madame Rosa, il resto m’è parso un poco artificioso. E il piccolo Momò mi ha ricordato altri adolescenti della letteratura.

Insomma, la solita orchessa. Ça va sans dire.

L'Italia al dente - Gian Carlo Fusco, Beppe Benvenuto

Ah, quest’italietta di maniera! Sempre un po’ fascista, e morale all’occorrenza.

 

Nell’itala patria non manchi la pasta. È d’obbligo al dente, ché se la nonna comasca, risottara e socialista cuoce troppo lo spaghetto, nonno Raffaele le fa trovare un tal biglietto che recita così:

Se a pranzo trovo moscio lo spaghetto

sarò altrettanto moscio anche nel letto.

Se invece trovo lo spaghetto al dente

sarò in letto del pari consistente!

 

E poi e poi…

I tempi cambiano, gli anni si susseguono, si scrive la Storia, ma l’Italia e gli italiani son sempre quelli. Se non sciapi un po’ scaltri, maccheronici e impostori. Fra spaghetti, chitarre e tranette, pasta fritta, alla Norma e zite, matriciana e lasagne con gli uccelli, Fusco ci racconta, con la sua solita leggerezza e quella tagliente ironia che rende gustoso il piatto, l’italietta che giammai cambia.

La sua penna è a tenuta di cottura garantita. Non scuoce mai. Roba da gran gourmet.

22.11.63 - Stephen King, Wu Ming 1

The past does not want to be changed.

Se modifichi il passato devi aspettarti di ritrovare il presente diverso da come lo avevi lasciato (a parte moralismi e pregiudizi che sono immutabili: di là come di qua).
Ed è questo, in sostanza, che accade al giovane professor Jake Epping: varcata la soglia del tempo - “shat-HOOSH, shat-HOOSH” - si troverà a Lisbon Falls, esattamente il 9 settembre 1958 alle ore 11:58, poco più d’un paio d’anni prima della nomina a presidente degli Stati Uniti d’America di J.F. Kennedy. Attenderà il 22 novembre 1963 per cambiare il corso della Storia. Ma “il passato non vuole essere cambiato. Il passato è inflessibile”. Epping lo sa (e anche noi, Stephen!).
Ogni volta che Jake attraverserà il “buco del coniglio”, tutto sarà cancellato, azzerato. E il gioco dovrà iniziare daccapo. Viaggi nel tempo che potrebbero durare anni nel passato ma che mai superanno i due minuti nel presente.

Mi sono entusiasmata ed emozionata. A tratti. Alla fine, qualcosa è mancato.
Una scrittura che sa di tanto mestiere. Tuttavia, mi sono chiesta se King non abbia adottato il metodo “Dumas”. Chi sa, sa.
Nota di merito alla traduzione, davvero notevole.

P.S. Epperò, King! Non mi puoi ridurre Gavrilo Princip a “una mezzasega a cui manca qualche rotella”. Ma perché?!
Ecco, l’ho detto.

La sovrana lettrice - Alan Bennett, Monica Pavani

Un mercoledì qualunque, la regina s’imbatte nella biblioteca circolante e inizia la grande trasformazione.Sua maestà scopre il piacere di leggere, e la lettura sovverte ogni regola.Si sa: i libri aprono porte imprevedibili, producono pensieri o pensieri inimmaginabili, accendono idee inaudite, scuotono coscienze. Financo le coronate.

“ È possibile che io mi stia trasformando in un essere umano. Non sono convinta che si tratti di un cambiamento auspicabile."

Leggere rende più umani, più uguali; le distanze si raccorciano, i muri si riducono. Ché ai libri non importa chi sei e cosa fai, ai libri interessa avere un lettore che li faccia vivere.

 

Riletto in compagnia, confermo la piacevolezza di questo Bennett dalla scrittura lieve e sorridente con un pizzico d’irriverenza e garbata ironia.

Il Gattopardo (Universale Economica) - Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Romanzo pubblicato postumo. Elio Vittorini lo bocciò per Einaudi e Mondadori. Nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore, Giorgio Bassani lo propose a Feltrinelli e ne ottenne la pubblicazione. Fu l’inizio di un grande successo. Lo stesso anno il produttore Goffredo Lombardo acquistò i diritti. Nel ’63 uscì il film con la regia di Luchino Visconti

 

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Ma nulla rimarrà com’è. Sarà tutto un declino. Tutto un costante e inarrestabile scivolare verso la cenere. Decadimento e fine di una famiglia. E anche di un mondo.

“… e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”

 

P.S. Come scrisse Tomasi di Lampedusa sul retro della busta che conteneva la lettera e la copia del dattiloscritto del romanzo, destinata a Enrico Merlo, fate attenzione al cane Bernicò, “è un personaggio importantissimo ed è quasi la chiave del romanzo”

La morte della Pizia - Friedrich Dürrenmatt, Renata Colorni

«Noi e il nostro oracolo,» sospirò amareggiata la Pizia «solo grazie alla Sfinge siamo venuti a conoscenza della verità».

«Non saprei,» fece Tiresia pensieroso «la Sfinge è una sacerdotessa di Hermes, il dio dei ladri e degli impostori».

 

O uomo, hai compreso? Diffida dei vaticini di Pizie e indovini. Usa la testa.

Il gusto di vivere - Gian Carlo Fusco

Se Fusco fosse qui oggi, non avrebbe spazio come giornalista. Fusco era un irregolare, non si piegava ad alcun potere, a nessun padrone. Troppo libero, fantasioso, ironico, indisciplinato. Mai allineato, mai gestibile.
Fusco sapeva raccontare grandi accadimenti storici e piccoli fatti quotidiani, noti personaggi e persone sconosciute. Lo faceva scrivendo, nero su bianco, a colori.
Leggerlo significa entrare in un mondo dove tutto si fa straordinario, spettacolare, mirabolante. E come gli altri suoi anche questo libro, che raccoglie articoli apparsi su svariate testate giornalistiche negli anni che vanno dal 1949 al 1984, è la riprova che Gian Carlo Fusco era una penna di gran class.

 

P.S. Bella la prefazione di Natalia Aspesi che traccia una biografia dello scrittore e giornalista scomparso nel 1984 .

La fortuna dei Rougon  - Émile Zola, Sebastiano Timpanaro

“Io voglio spiegare come una famiglia, un piccolo gruppo di persone, si comporta in una società, sviluppandosi per dar vita a dieci, a venti individui che, a prima vista, sembrano profondamente diversi, ma che, analizzati, si rivelano intimamente connessi gli uni agli altri. Come in fisica la gravità, così l’eredità ha le sue leggi.” Così nasce la discendenza Rougon-Macquart, individui caratterizzati da appetiti insaziabili, da ambizioni prepotenti, e da tare ereditarie che si tramandano e si modificano in base all’ambiente e alle esperienze. Zola lavora tre anni per dare il via al ciclo dei Rougon-Macquart. Studia le teorie di Darwin e del dottor Lucas, si documenta sull’alcolismo consultando gli scritti del dottor Magnan, sul linguaggio e il comportamento degli operai studiando Poulot. Per raccontare la miseria della classe operaia, ricorre a trattati sociologici di autori come Simenon, Leroy-Beaulieu, Manuel. Tutto questo gli servirà per caratterizzare i personaggi, figure memorabili di grande impatto emotivo.

 

Ambientato in Francia, nell’immaginaria città di Plassans, durante il Secondo Impero, ci si trova di fronte una famiglia che si fa società e perciò Storia. Alcune pagine sono di una bellezza disarmante.

La solita zuppa: e altre storie. - Luciano Bianciardi

Negli anni Sessanta “La solita zuppa”, novella che dà il titolo al libro, fu motivo di processo.

Protagonista del racconto è una Milano dove tabù non è il sesso bensì il cibo. Scelto un piatto, gli si deve fedeltà. Quindi non c’è da stupire se dopo aver scelto il semolino, come fa il nostro eroe diciottenne, ci si trova poi un giorno in quel tal “bordello” in attesa che la “signora” s’affacci e annunci ammiccante Eccole la sua fiorentina”.

Insomma, tanto scandalo destò “La solita zuppa” che Bianciardi e l’editore Massimo Pini furono chiamati al banco degli imputati per rispondere dell’accusa di oltraggio al pudore e vilipendio della religione di Stato.

A difesa dello scrittore si levarono voci eminenti, tra cui del Buono, Porzio, Eco*. Alla fine i due incriminati furono assolti.

 

“La solita zuppa e altri racconti” è un insieme di novelle con temi che vanno dal sesso al lavoro traduttivo.

Come sempre sarcastico e malinconico, sognante e disincantato. Irriverente e corrosivo. E carico di umana tenerezza. E non difettano l’onestà e la purezza che fanno la differenza, perché le parole hanno un peso specifico e le cose un nome preciso.

Ché il Luciano era così e così è il patrimonio letterario che ci ha lasciato.

 

P.S. Ti si legge, si sorride, talvolta si ride. Poi si smette, e ci si rende conto di quanta profondità ci sia fra le increspature narrative. Ed è chiaro perché non avrebbero dovuto applaudirti, ma incazzarsi.

Sai, leggendo “Adorno” ho pensato che sarebbe bello anziché far leggere “Cuore” di quel tal Edmondo, proporre il tuo racconto ai bambini. Perché l’Adorno che sottrae il pesce dalla cesta del padre sapendo che le buscherà, le porta alla povera madre del Chiavetta traditore della banda, e poi rivolgendosi al piccolo Diaccino spiega: Hai capito Diaccino? Fare la spia è brutto, è roba da galera, ma la fame è anche più brutta. A scuola questo non te lo insegnano, ma se te lo dico ci puoi credere… è una gran bella lezione di vita. Di quelle che non si scordano.

Manchi sempre. Ciao.

 

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*MILANO 14.2.1966

 

Caro Bianciardi,
in merito alla tua novella La solita zuppa, vorrei fare alcune osservazioni di carattere stilistico (dato che la particolare strutturazione formale del soggetto ne determina gli effetti sul lettore).
La tua novella costituisce il triste monologo di un protagonista costretto a vivere in una società assolutamente simile alla nostra, salvo una piccola, fantascientifica variante: in essa non è un tabù il sesso, ma la nutrizione. Vi si possono commettere tutte le intemperanze amorose, sotto l’egida delle leggi e della morale, ma occorre invece prendere cibo nascosti nel gabinetto di decenza, legati monogamicamente a un solo piatto tutta la vita (non esiste divorzio) e cercando l’evasione in case di piacere dove la solita “maîtresse” introdurrà il cliente in un salottino privato annunciando “la fiorentina”, che ovviamente non è cortigiana toscana ma una doppia razione di bistecca.
La novella procede su questo binario tra mille invenzioni e coi risultati che è lecito attendersi dal meccanismo di rovesciamento: naturalmente l’autore deve nominare e descrivere organi ed atti sessuali così come li vede il protagonista, col casto distacco che noi dedichiamo alla lista delle vivande.
Non credo che la novella vada difesa dicendo che è un’opera d’arte, perché si tratta anzitutto di un arguto discorso di morale, di una paradossale meditazione etica. Tu hai utilizzato un “luogo” retorico vecchio di secoli, teorizzato già da Ernst Robert Curtius, e in Italia da Giuseppe Cocchiara nel suo libro dedicato all’artificio favolistico (dotto e popolare) de Il mondo alla rovescia. Immaginare il mondo alla rovescia significa capovolgere il comune andamento delle cose, e questo per diverse finalità moralistiche. Può servire a protestare contro l’ordine esistente per auspicarne uno diverso, o più semplicemente a insegnare a guardare comportamenti quotidiani, leggi e abitudini, con un occhio criticamente potenziato dal rovesciamento delle prospettive (così come Kandinskij, solo vedendo un suo quadro figurativo rovesciato, ha intuito un giorno la legittimità di un universo astratto di forme e di colori).
Si può rovesciare il mondo o rovesciare l’osservatore: Voltaire o Montesquieu, guardando la società dal diciottesimo secolo con gli occhi di un Siriano venuto dalle stelle, o di un Persiano venuto dall’Oriente, rovesciavano l’osservatore, e criticavano il mondo. Tu rovesci il mondo, e critichi implicitamente noi e te stesso in quanto osservatori. Così facendo sottoponi il tuo discorso, e gli oggetti che descrivi, a una sorta di curiosa distorsione semantica.
Infatti nel racconto gli organi o gli atti sessuali, esplicitamente nominati, non denotano organi o atti sessuali, ma “connotano” cibi e atti di nutrizione; mentre di converso i cibi e gli atti nutritivi descritti e nominati connotano organi ed atti sessuali. Avviene così che, quando un fatto sessuale rimanda a un significato gastronomico, è difficile esserne eccitati, perché la disparità tra il segno e la cosa provoca il riso, e distrugge ogni atmosfera favorevole al desiderio. Al contrario, potrebbe accadere quando il termine “bistecca” allude a qualcos’altro; ma anche qui la presenza volgare della bistecca, coi suoi odori e i suoi sapori, interviene come pesante ipoteca grottesca sulla realtà sessuale evocata, e dissolve ogni magia. Il riso, che è distruttore, può distruggere i valori morali ma distrugge anche, per usare una terminologia da censore, i disvalori immorali. Abbiamo cioè quello che nelle moderne teorie della comunicazione estetica si chiamerebbe “effetto di straniamento”.
Per cui ritengo assai difficile che qualche lettore si sia inurbanamente eccitato alla lettura di questo racconto: ma se è accaduto, allora è costui che deve essere convocato a giudizio.
UMBERTO ECO

Chi è morto alzi la mano - Fred Vargas, Maurizia Balmelli

In una casa di quattro piani, nota nel quartiere come “topaia”, s’insediano Marc, Lucien e Mathias, tre storici squinternati e squattrinati. Armand Vandoosler, ex sbirro corrotto, zio e padrino di Marc li raggiunge. Una stamberga di quattro piani, un piano per ciascuno.

Sul fronte occidentale, nel giardino di Sophie, ex cantante lirica, una mattina compare un faggio. La donna si rivolge ai vicini per risolvere la “faccenda”. Poche settimane dopo la comparsa dell’albero Sophie sparisce. I tre “evangelisti”, chiamati dal vecchio Vandoosler san Matteo, san Marco e san Luca iniziano a indagare con l’aiuto dello zio.

Tanti misteri e qualche morto ammazzato. Dovrei rabbrividire e invece rido. Non sono depravata, non amo la violenza, non riesco a guardare film con spargimenti di sangue né leggere storie raccapriccianti. Il fatto è che a un certo punto i tre storici squinternati e lo zio sbirro canaglia hanno preso il sopravvento. E loro sono uno spasso.

 

Mi serviva qualcosa per alleggerire i “tomoni”. Ed ecco il gialletto fresco come la granita di limone che attenua la canicola estiva.

Sempre che non ci si faccia domande. Altrimenti la temperatura sale.

Palmiro - Luigi Di Ruscio

Una lingua ibrida ed elevata, imperfetta e affascinante. Ha il sapore della terra, gli accenti del suo vicolo di Fermo, l’essenza degli ideali e della poetica più alta. Lui, scrittore “spatriato”, l’aveva portata con sé come un tesoro inestimabile. Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine. L’anima mia riempita dall’universo linguistico m’insegue caparbia.”

 

Il romanzo germinò sui manifestini delle elezioni non distribuiti e ammucchiati nella sezione del PCI. Iniziò a scrivere nel ’54. Nel ’57 emigrò. Nei primi anni ’60, tornato a Fermo per le vacanze, ritrovò quei fogli, li portò con sé a Oslo e riscrisse tutto. Così, nacque “Palmiro”. Fu pubblicato nel 1986.

In “Palmiro” c’è la sua vita e c’è un pezzo di Storia del Paese Italia, un’abbondanza di fatti e personaggi rocamboleschi (ispirati a persone reali, come ebbe a dichiarare lo scrittore), un susseguirsi di rabbiose quanto sarcastiche osservazioni e conseguenti riflessioni.

Luigi di Ruscio, “poeta operaio”, scrittore marchigiano figlio del sottoproletariato, emigrato a Oslo negli anni cinquanta. Lavorava in una fabbrica di chiodi; finito il turno, tornava a casa in bicicletta e si metteva a scrivere con la sua Olivetti.

La sorte non fu generosa con lui. Collezionò grandi rifiuti. Noto quello da parte di Calvino che rigettò un suo testo (“Verbale”) perché sconvolgeva il suo senso dell’ordine e della geometria.

Scrittore “irregolare”, ai margini del mondo e della Storia, lontano dalle etichette, scrittore che merita un posto d’onore accanto a tante altre grandi penne che in vita patirono la sufficienza di certi editori.

La sua è una scrittura ruvida, carnale, sanguigna, dissacrante, aggressiva, causticamente ironica, feroce ma con picchi di alta felicità e tenerezza.

Una di quelle scritture che non si scordano, che lasciano solchi profondi e grandi insegnamenti.

 

 

Sino a che posso scrivere io vivrò. Scriverei anche se fossi capitato in un pianeta completamente abbandonato senza nessuna possibilità di far giungere a qualcuno la scrittura, e bisognerebbe scrivere come se uno si trovasse in una solitudine assoluta. Bisognerebbe scrivere di tutto quello che vedo come se lo vedessi per l’ultima volta.”