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Patricija

Gatta ci cova

Il Gattopardo (Universale Economica) - Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Romanzo pubblicato postumo. Elio Vittorini lo bocciò per Einaudi e Mondadori. Nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore, Giorgio Bassani lo propose a Feltrinelli e ne ottenne la pubblicazione. Fu l’inizio di un grande successo. Lo stesso anno il produttore Goffredo Lombardo acquistò i diritti. Nel ’63 uscì il film con la regia di Luchino Visconti

 

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Ma nulla rimarrà com’è. Sarà tutto un declino. Tutto un costante e inarrestabile scivolare verso la cenere. Decadimento e fine di una famiglia. E anche di un mondo.

“… e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”

 

P.S. Come scrisse Tomasi di Lampedusa sul retro della busta che conteneva la lettera e la copia del dattiloscritto del romanzo, destinata a Enrico Merlo, fate attenzione al cane Bernicò, “è un personaggio importantissimo ed è quasi la chiave del romanzo”

La morte della Pizia - Friedrich Dürrenmatt, Renata Colorni

«Noi e il nostro oracolo,» sospirò amareggiata la Pizia «solo grazie alla Sfinge siamo venuti a conoscenza della verità».

«Non saprei,» fece Tiresia pensieroso «la Sfinge è una sacerdotessa di Hermes, il dio dei ladri e degli impostori».

 

O uomo, hai compreso? Diffida dei vaticini di Pizie e indovini. Usa la testa.

Il gusto di vivere - Gian Carlo Fusco

Se Fusco fosse qui oggi, non avrebbe spazio come giornalista. Fusco era un irregolare, non si piegava ad alcun potere, a nessun padrone. Troppo libero, fantasioso, ironico, indisciplinato. Mai allineato, mai gestibile.
Fusco sapeva raccontare grandi accadimenti storici e piccoli fatti quotidiani, noti personaggi e persone sconosciute. Lo faceva scrivendo, nero su bianco, a colori.
Leggerlo significa entrare in un mondo dove tutto si fa straordinario, spettacolare, mirabolante. E come gli altri suoi anche questo libro, che raccoglie articoli apparsi su svariate testate giornalistiche negli anni che vanno dal 1949 al 1984, è la riprova che Gian Carlo Fusco era una penna di gran class.

 

P.S. Bella la prefazione di Natalia Aspesi che traccia una biografia dello scrittore e giornalista scomparso nel 1984 .

La fortuna dei Rougon  - Émile Zola, Sebastiano Timpanaro

“Io voglio spiegare come una famiglia, un piccolo gruppo di persone, si comporta in una società, sviluppandosi per dar vita a dieci, a venti individui che, a prima vista, sembrano profondamente diversi, ma che, analizzati, si rivelano intimamente connessi gli uni agli altri. Come in fisica la gravità, così l’eredità ha le sue leggi.” Così nasce la discendenza Rougon-Macquart, individui caratterizzati da appetiti insaziabili, da ambizioni prepotenti, e da tare ereditarie che si tramandano e si modificano in base all’ambiente e alle esperienze. Zola lavora tre anni per dare il via al ciclo dei Rougon-Macquart. Studia le teorie di Darwin e del dottor Lucas, si documenta sull’alcolismo consultando gli scritti del dottor Magnan, sul linguaggio e il comportamento degli operai studiando Poulot. Per raccontare la miseria della classe operaia, ricorre a trattati sociologici di autori come Simenon, Leroy-Beaulieu, Manuel. Tutto questo gli servirà per caratterizzare i personaggi, figure memorabili di grande impatto emotivo.

 

Ambientato in Francia, nell’immaginaria città di Plassans, durante il Secondo Impero, ci si trova di fronte una famiglia che si fa società e perciò Storia. Alcune pagine sono di una bellezza disarmante.

La solita zuppa: e altre storie. - Luciano Bianciardi

Negli anni Sessanta “La solita zuppa”, novella che dà il titolo al libro, fu motivo di processo.

Protagonista del racconto è una Milano dove tabù non è il sesso bensì il cibo. Scelto un piatto, gli si deve fedeltà. Quindi non c’è da stupire se dopo aver scelto il semolino, come fa il nostro eroe diciottenne, ci si trova poi un giorno in quel tal “bordello” in attesa che la “signora” s’affacci e annunci ammiccante Eccole la sua fiorentina”.

Insomma, tanto scandalo destò “La solita zuppa” che Bianciardi e l’editore Massimo Pini furono chiamati al banco degli imputati per rispondere dell’accusa di oltraggio al pudore e vilipendio della religione di Stato.

A difesa dello scrittore si levarono voci eminenti, tra cui del Buono, Porzio, Eco*. Alla fine i due incriminati furono assolti.

 

“La solita zuppa e altri racconti” è un insieme di novelle con temi che vanno dal sesso al lavoro traduttivo.

Come sempre sarcastico e malinconico, sognante e disincantato. Irriverente e corrosivo. E carico di umana tenerezza. E non difettano l’onestà e la purezza che fanno la differenza, perché le parole hanno un peso specifico e le cose un nome preciso.

Ché il Luciano era così e così è il patrimonio letterario che ci ha lasciato.

 

P.S. Ti si legge, si sorride, talvolta si ride. Poi si smette, e ci si rende conto di quanta profondità ci sia fra le increspature narrative. Ed è chiaro perché non avrebbero dovuto applaudirti, ma incazzarsi.

Sai, leggendo “Adorno” ho pensato che sarebbe bello anziché far leggere “Cuore” di quel tal Edmondo, proporre il tuo racconto ai bambini. Perché l’Adorno che sottrae il pesce dalla cesta del padre sapendo che le buscherà, le porta alla povera madre del Chiavetta traditore della banda, e poi rivolgendosi al piccolo Diaccino spiega: Hai capito Diaccino? Fare la spia è brutto, è roba da galera, ma la fame è anche più brutta. A scuola questo non te lo insegnano, ma se te lo dico ci puoi credere… è una gran bella lezione di vita. Di quelle che non si scordano.

Manchi sempre. Ciao.

 

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*MILANO 14.2.1966

 

Caro Bianciardi,
in merito alla tua novella La solita zuppa, vorrei fare alcune osservazioni di carattere stilistico (dato che la particolare strutturazione formale del soggetto ne determina gli effetti sul lettore).
La tua novella costituisce il triste monologo di un protagonista costretto a vivere in una società assolutamente simile alla nostra, salvo una piccola, fantascientifica variante: in essa non è un tabù il sesso, ma la nutrizione. Vi si possono commettere tutte le intemperanze amorose, sotto l’egida delle leggi e della morale, ma occorre invece prendere cibo nascosti nel gabinetto di decenza, legati monogamicamente a un solo piatto tutta la vita (non esiste divorzio) e cercando l’evasione in case di piacere dove la solita “maîtresse” introdurrà il cliente in un salottino privato annunciando “la fiorentina”, che ovviamente non è cortigiana toscana ma una doppia razione di bistecca.
La novella procede su questo binario tra mille invenzioni e coi risultati che è lecito attendersi dal meccanismo di rovesciamento: naturalmente l’autore deve nominare e descrivere organi ed atti sessuali così come li vede il protagonista, col casto distacco che noi dedichiamo alla lista delle vivande.
Non credo che la novella vada difesa dicendo che è un’opera d’arte, perché si tratta anzitutto di un arguto discorso di morale, di una paradossale meditazione etica. Tu hai utilizzato un “luogo” retorico vecchio di secoli, teorizzato già da Ernst Robert Curtius, e in Italia da Giuseppe Cocchiara nel suo libro dedicato all’artificio favolistico (dotto e popolare) de Il mondo alla rovescia. Immaginare il mondo alla rovescia significa capovolgere il comune andamento delle cose, e questo per diverse finalità moralistiche. Può servire a protestare contro l’ordine esistente per auspicarne uno diverso, o più semplicemente a insegnare a guardare comportamenti quotidiani, leggi e abitudini, con un occhio criticamente potenziato dal rovesciamento delle prospettive (così come Kandinskij, solo vedendo un suo quadro figurativo rovesciato, ha intuito un giorno la legittimità di un universo astratto di forme e di colori).
Si può rovesciare il mondo o rovesciare l’osservatore: Voltaire o Montesquieu, guardando la società dal diciottesimo secolo con gli occhi di un Siriano venuto dalle stelle, o di un Persiano venuto dall’Oriente, rovesciavano l’osservatore, e criticavano il mondo. Tu rovesci il mondo, e critichi implicitamente noi e te stesso in quanto osservatori. Così facendo sottoponi il tuo discorso, e gli oggetti che descrivi, a una sorta di curiosa distorsione semantica.
Infatti nel racconto gli organi o gli atti sessuali, esplicitamente nominati, non denotano organi o atti sessuali, ma “connotano” cibi e atti di nutrizione; mentre di converso i cibi e gli atti nutritivi descritti e nominati connotano organi ed atti sessuali. Avviene così che, quando un fatto sessuale rimanda a un significato gastronomico, è difficile esserne eccitati, perché la disparità tra il segno e la cosa provoca il riso, e distrugge ogni atmosfera favorevole al desiderio. Al contrario, potrebbe accadere quando il termine “bistecca” allude a qualcos’altro; ma anche qui la presenza volgare della bistecca, coi suoi odori e i suoi sapori, interviene come pesante ipoteca grottesca sulla realtà sessuale evocata, e dissolve ogni magia. Il riso, che è distruttore, può distruggere i valori morali ma distrugge anche, per usare una terminologia da censore, i disvalori immorali. Abbiamo cioè quello che nelle moderne teorie della comunicazione estetica si chiamerebbe “effetto di straniamento”.
Per cui ritengo assai difficile che qualche lettore si sia inurbanamente eccitato alla lettura di questo racconto: ma se è accaduto, allora è costui che deve essere convocato a giudizio.
UMBERTO ECO

Chi è morto alzi la mano - Fred Vargas, Maurizia Balmelli

In una casa di quattro piani, nota nel quartiere come “topaia”, s’insediano Marc, Lucien e Mathias, tre storici squinternati e squattrinati. Armand Vandoosler, ex sbirro corrotto, zio e padrino di Marc li raggiunge. Una stamberga di quattro piani, un piano per ciascuno.

Sul fronte occidentale, nel giardino di Sophie, ex cantante lirica, una mattina compare un faggio. La donna si rivolge ai vicini per risolvere la “faccenda”. Poche settimane dopo la comparsa dell’albero Sophie sparisce. I tre “evangelisti”, chiamati dal vecchio Vandoosler san Matteo, san Marco e san Luca iniziano a indagare con l’aiuto dello zio.

Tanti misteri e qualche morto ammazzato. Dovrei rabbrividire e invece rido. Non sono depravata, non amo la violenza, non riesco a guardare film con spargimenti di sangue né leggere storie raccapriccianti. Il fatto è che a un certo punto i tre storici squinternati e lo zio sbirro canaglia hanno preso il sopravvento. E loro sono uno spasso.

 

Mi serviva qualcosa per alleggerire i “tomoni”. Ed ecco il gialletto fresco come la granita di limone che attenua la canicola estiva.

Sempre che non ci si faccia domande. Altrimenti la temperatura sale.

Palmiro - Luigi Di Ruscio

Una lingua ibrida ed elevata, imperfetta e affascinante. Ha il sapore della terra, gli accenti del suo vicolo di Fermo, l’essenza degli ideali e della poetica più alta. Lui, scrittore “spatriato”, l’aveva portata con sé come un tesoro inestimabile. Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine. L’anima mia riempita dall’universo linguistico m’insegue caparbia.”

 

Il romanzo germinò sui manifestini delle elezioni non distribuiti e ammucchiati nella sezione del PCI. Iniziò a scrivere nel ’54. Nel ’57 emigrò. Nei primi anni ’60, tornato a Fermo per le vacanze, ritrovò quei fogli, li portò con sé a Oslo e riscrisse tutto. Così, nacque “Palmiro”. Fu pubblicato nel 1986.

In “Palmiro” c’è la sua vita e c’è un pezzo di Storia del Paese Italia, un’abbondanza di fatti e personaggi rocamboleschi (ispirati a persone reali, come ebbe a dichiarare lo scrittore), un susseguirsi di rabbiose quanto sarcastiche osservazioni e conseguenti riflessioni.

Luigi di Ruscio, “poeta operaio”, scrittore marchigiano figlio del sottoproletariato, emigrato a Oslo negli anni cinquanta. Lavorava in una fabbrica di chiodi; finito il turno, tornava a casa in bicicletta e si metteva a scrivere con la sua Olivetti.

La sorte non fu generosa con lui. Collezionò grandi rifiuti. Noto quello da parte di Calvino che rigettò un suo testo (“Verbale”) perché sconvolgeva il suo senso dell’ordine e della geometria.

Scrittore “irregolare”, ai margini del mondo e della Storia, lontano dalle etichette, scrittore che merita un posto d’onore accanto a tante altre grandi penne che in vita patirono la sufficienza di certi editori.

La sua è una scrittura ruvida, carnale, sanguigna, dissacrante, aggressiva, causticamente ironica, feroce ma con picchi di alta felicità e tenerezza.

Una di quelle scritture che non si scordano, che lasciano solchi profondi e grandi insegnamenti.

 

 

Sino a che posso scrivere io vivrò. Scriverei anche se fossi capitato in un pianeta completamente abbandonato senza nessuna possibilità di far giungere a qualcuno la scrittura, e bisognerebbe scrivere come se uno si trovasse in una solitudine assoluta. Bisognerebbe scrivere di tutto quello che vedo come se lo vedessi per l’ultima volta.”

Il contesto - Leonardo Sciascia

Parodia. Si fa per dire.

In un paese sconosciuto (ma non troppo) muoiono assassinati alcuni giudici. L’ispettore Rogas, uomo di grande rettitudine, è incaricato di indagare. L’attenzione cade su un certo Cres, condannato ingiustamente per il tentato omicidio della moglie.

Ingiustamente.

Qualcuno l’ha processato, giudicato, recluso.

Ingiustamente.

Potrebbero essere stati proprio quei magistrati vittime della mano omicida. Questa la pista che segue Rogas. Tuttavia, dall’alto arriva il “suggerimento” di spostare l’attenzione verso un gruppo di neoanarchici evangelici.

“- Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici.

Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse - Forse. Ma continuate a seguirla.”

 

Potere e corruzione. Potere e criminalità. Ecco il “contesto”, l’intreccio, la tessitura, l’unione delle parti, il concatenarsi di ordini e di eventi.

In un Paese figlio del Potere corrotto e corruttore.

Un Paese guasto. Si fa per dire.

Si dice.

È.

 

P.S. Caro Leonardo, comprendo perché iniziasti divertendoti e proseguendo il divertimento si spense.

Fossi qui oggi…

Il Poeta mannaro

Io venía pien d'angoscia a rimirarti - Michele Mari

Recanati, 1813.

Là, dov’è la via che mena all’ermo colle, Orazio Carlo scruta nascostamente il fratello Tardegardo Giacomo, che in biblioteca studia, legge, scrive, traduce, crea. E pensa alla Luna. Ed è irrequieto. E ha un comportamento oscuro.

Orazio osserva e annota tutto sul suo diario.

Certe notti, quando le ombre s’allungano, succedon fatti spaventevoli, sanguinosi, bestiali.

Mentre da lassù guarda e illumina la terra bruna, “…la luce della Luna rivela il vero volto delle cose, rendendo smorto ciò ch’è vivo di giorno, e rendendo a vita ciò ch’alia luce del Sole par morto…”

La Luna ha tuttavia due volti, ora è Artemide ora Persefone, ora è pura ora contaminata, ora è regina del cielo ora degli inferi. La Luna influenza uomini e natura.

Due volti. Come l’uomo ch’è ora umano ora ferino, ora contemplativo ora brutale, ora limpido ora torbido. Ora è soave ora raccapricciante, ora saggio ora folle. Ora perfetto ora deforme.

Infine, “… l’uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura.”

 

Scritto di grande fascinazione. Capriccio così ben fatto da figurar veritiero.

Fama tardiva - Arthur Schnitzler, W. Hemecker, D. Õsterle, A. Iadicicco

Eduard Saxberger è un impiegato di mezz’età. In gioventù aveva pubblicato una raccolta di poesie: “Passeggiate”. Poi più nulla. La sua vita scorre tranquilla fra casa e ufficio, fra una scorsa al giornale e quattro chiacchiere scambiate nella locanda dove è solito trovarsi con gli amici. I giorni si succedono sempre uguali fino a quando un giovanotto gli si presenta: Wolfgang Meier, scrittore. Il ragazzo spiega che mentre curiosava da un antiquario, ha trovato il suo libro e dopo aver letto i primi versi, essendone rimasto profondamente colpito, lo ha portato a casa deciso a leggerlo e a rintracciare l’autore. Prima di accomiatarsi, Meier invita il “Maestro” a raggiungerlo al circolo letterario “L’entusiasmo”, luogo d’incontro di giovani artisti e intellettuali. È persino in programma una pubblica lettura e lui, naturalmente, sarà l’ospite d’onore. L’ego di Saxberger si espande, vibra, non si sente più il grigio impiegato ma un rinnovato cantore.

Basta l’ambizione a fare di un uomo un artista? I novelli scrittori che incontrerà sono veramente dotati o vestono soltanto il sogno della celebrità? Edward avrà l’attenzione che non ebbe in gioventù o ognuno la pretenderà per i propri scritti mostrando disinteresse per quelli degli altri?

 

A ben pensarci... quanti si scrivono e si leggono addosso, sordi e indifferenti agli echi altrui, convinti d’essere i migliori, gli unici supremi vati?

Ah, vanitas vanitatum et omnia vanitas!

Lo stereoscopio dei solitari - Juan Rodolfo Wilcock

Non ho tempo per parlarvi dei settanta personaggi principali che non si incontrano mai, devo allacciare i bottoni del cappotto a Oligor. Il centauro ha la pancia scoperta, ed è esposto al freddo. Gli può far male. Il dietro è più resistente alla vita all’aperto, ma il davanti è delicato.

Voi comprendete, vero?

 

Mentre abbottono il cappotto a Oligor, leggete Lo stereoscopio dei solitari e ditemi: convenite che ognuno di noi è schiavo (magari felice) del proprio mostro?

Un certo Ezio Taddei, livornese - Massimo Novelli

e un pensiero

ribelle in cor ci sta…

 

Ricostruzione biografica in movimento continuo, come fu la vita di Ezio.

Novelli viaggia alla ricerca di notizie, di persone che possano raccontare di Taddei o ne conservino gli scritti, di archivi che custodiscano un po’ della sua storia, luoghi che possano rivelare il suo pensiero. Il pensiero di quel certo Ezio Taddei, scrittore dei poveri, dei diseredati, degli abbandonati.

Quel certo Ezio Taddei che andava sempre a piedi con le sue scarpe rotte, che cercava un lavoro per le puttane che volevano lasciare il mestiere.

Quel certo Ezio Taddei che passò parte della sua vita nelle carceri e al confino, e che in galera studiò e lesse e fece lo sciopero della fame contro la circolare con cui si vietava ai detenuti politici di avere libri.

Quel certo Ezio Taddei che riuscì a fuggire, raggiunse l’America dove vide pubblicato il suo primo romanzo e poi fu rimpatriato come “indesiderabile”, perché dopo l’assassinio del suo amico Tresca ebbe l’ardire di denunciare intrighi tra mafia, polizia e politica.

Quel certo Ezio Taddei che tornato in Italia collaborò con l’Unità, pubblicò alcune novelle, qualche libro. Storie di vita vera, sofferta; storie di uomini, fabbriche, osterie, storie di fame e sogni di libertà.

Quel certo Ezio Taddei che a un certo punto non interessò più. Troppo scomodo, troppo libero. Chissà.

Quel certo Ezio Taddei, uomo dal cuore calpestato. Amato da qualcuno, da altri spregiato. Fra chi lo portò nel cuore, la sorella, Tirrena. Lei andava solo una volta l’anno a trovarlo al cimitero. Troppo triste.

Però se lo sognava.

E se vedeva qualcuno camminare, da lontano, a volte gli pareva che fosse lui.

[…]

Tirrena dice che in certi giorni, scorgendo un altro che passava in una via, era come se Ezio gli comparisse davanti: proprio lui, gli stessi piedi con le scarpe rotte, i capelli ventosi, la giacchetta stracciata con le toppe.

Ma alla fine, guardandolo meglio, doveva riconoscere che era solo un vagabondo, un barbone, uno povero.

Uno come Ezio”.

Quel certo Ezio Taddei, nato a Livorno e morto a Roma.

 

P.S. Cercate e leggete Taddei. Fatelo rivivere.

Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni - Edwin A. Abbott, Masolino D'Amico, Giorgio Manganelli

Un colto quadrato ci racconta che nel bidimensionale universo mondo della Flatlandia le donne sono linee rette, i soldati e gli operai delle classi inferiori triangoli con base variabile; quando la loro base misura meno di un terzo di centimetro, i loro vertici sono così acuminati che è difficile distinguerli dalle donne. La borghesia si compone di triangoli equilateri. Professionisti e gentiluomini sono quadrati e pentagoni. L’aristocrazia si divide in classi, iniziando dagli esagoni fino a giungere ai poligoni. Su tutti domina la figura che ha un numero incalcolabile di lati, tale da somigliare a un cerchio: l’ordine sacerdotale.

È legge naturale che i figli maschi nascano con un lato in più del padre. In questo modo ogni generazione salirà di un gradino la scala gerarchica.

Le figure che presentano irregolarità geometriche sono incompatibili con la sicurezza dello Stato, pertanto vanno sistemate a dovere.

Le donne, all’ultimo posto della gerarchia geometrica della Flatlandia, sono pericolosissime: acuminate come sono, potrebbero perforare gli altri abitanti di questa terra. Ecco allora che per le donne ci sono regole specifiche. Nelle case hanno un ingresso sito sul lato orientale a loro uso esclusivo. Sono costrette, nei luoghi pubblici, a camminare emettendo il grido di pace. Da ferme o in movimento devono muovere senza sosta il deretano, da destra a sinistra. Se tengono alla loro vita è bene che si attengano ai precetti.

A creare confusione nel piatto mondo della Flatlandia è l’arrivo di una sfera che porta il buon quadrato a visitare il suo, di mondo: Spacelandia. Il nostro scopre così la tridimensionalità; dubbi e domande si affollano nella sua mente. Se esistono mondi a due e tre dimensioni, ce ne saranno altri a quattro, cinque, sei o infinite dimensioni. Ne parlerà, a suo rischio e pericolo, l’eresiarca!

 

Leggo che Flatlandia uscì anonimo nel 1882. Lo stesso anno della morte di Darwin. Una curiosa coincidenza, però leggendo il racconto di Abbott pensavo alla gerarchia geometrica di Flatlandia e al darwinismo sociale.  

Charles, dagli una letta, se ti capita! E prima di dubitare che possa prenderti per i fondelli, fatti una risata, che ho riso anch’io, nonostante abbia trovato tanta similitudine con l’attuale società.

 

Volete visitare Flatlandia? Ecco il biglietto.

https://www.youtube.com/watch?v=tNDhjYQKWt4

Buon viaggio!

Il capitan Fracassa - Théophile Gautier, A. Jesi

Regno di Luigi XIII. Terra di Guascogna.

Lo sventurato barone Sigognac abita il suo castello ormai in rovina. Con lui è il vecchio e fedele servitore Pierre, il fido cane Miraut e il nero gattone Béelzébuth.

In una notte di gran tempesta qualcuno bussa al castello. Si tratta di una compagnia di teatranti. Hanno smarrito la via, i carri si sono impantanati, sono stanchi e hanno fame. Il barone li aiuta, li accoglie nella sua misera dimora. La sua vita cambia qui.

Alla vista di Isabelle è subito amore.

Il giorno successivo la compagnia di attori si dispone a ripartire.  Sigognac lascia la misera dimora per seguire il gruppo di artisti speranzoso di trovar fortuna. Alla morte di Matamore, uno degli attori, il barone Sigognac lo sostituisce. Il suo personaggio sarà un cavaliere gradasso e un po’ vigliacco: Capitan Fracassa.

Capitan Fracassa, una spada per la scena e una per la vita.

In guardia, duca di Vallombreuse! Siete avvertito!

 

“Un carro di attori racchiude un mondo intero. Per la verità, che cos’è il teatro se non la vita in scorcio, l’autentico microcosmo cercato dai filosofi nelle loro ermetiche induzioni? Non ha forse in sé, nel proprio cerchio, l’insieme delle cose e le varie umane fortune rappresentate al vero attraverso logiche finzioni?”

 

Dal castello della miseria a quello della felicità.

Il teatro è specchio della vita, caro Théophile, e voi l’avete raccontato con gran maestria.

E ora, se permettete, poso un fiore per Béelzébuth.

La quarta Italia - Joseph Roth, S. Aigner

Il regno di Testapelata il dux, descritto da Joseph Roth per i lettori del quoridiano Frankfurter Zeitung.

 

Il catechismo del fascista recita così: «Io sono l’Italia, la tua padrona, il tuo Dio»; «Credo nel genio di Mussolini»; «E nel nostro Santo Padre, il fascismo, e nella comunione dei martiri»; «Nella conversione degli italiani e nella resurrezione dell’Impero…».

Alalà!

Poi c’è stato piazzale Loreto. Ah! Là! Là!

Amen.

 

P.S. Avrei goduto di cattiva cattivissima reputazione. Come tutto il parentado, del resto.

Un gatto alla finestra - Hans Tuzzi

La periferia di Milano si tinge di giallo. Dalla finestra del Colnaghi, ombre cinesi raccontano una storia di paura e mistero. Patrizia e Valeria, dal giardino, assistono allo spettacolo. E poi ecco l’incubo. E l’indagine va.

 

P.S. Lo dico inscì: a me l’Ambrogio Moroni è antipatico. To’.

 

Lettura veloce e lieve per alleggerire un po’.