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Accoppiamenti giudiziosi - Carlo Emilio Gadda, Paola Italia, Giorgio Pinotti

«[...] i contratti di esclusiva sono deleteri per la pace e per l’attività di uno scrittore» scriveva Gadda a Garzanti il 4 agosto 1953. 
Infatti, dieci anni più tardi, nel ‘63 uscivano, contemporaneamente,Accoppiamenti giudiziosi per Garzanti e La cognizione del dolore per Einaudi, due editori che si detestavano e si contendevano lo scrittore.


Tel chì, Accoppiamenti giudiziosi in diciannove portate. Lauto pasto letterario, tutto da godere. 
Ricchissimo e creativo; spregiudicato misto di perbenismi, vizi, virtù, tristezze, ipocrisie e tormenti ben conditi e ben serviti sull’italico piatto fra eleganti lemmi e locuzioni dialettali.
C’è da bearsi! 
Io mi esalto a certi banchetti generosi, dissoluti, goduriosi. 
Infine, mentre si trastullan le papille intellettive, tra zampilli di parole e colte narrazioni, mi giunge l’eco dei “cicìc e ciciàc”. E sorrido satolla.
Ahhh, ingegnere, che abbuffata!


P.S. Splendida la postfazione di Paola Italia e Giorgio Pinotti.

Roberta e Franco, “figurine in un paesaggio d’estate padana”.

La bella di Lodi - Alberto Arbasino

 

 

La Roberta appartiene a quella grassa borghesia lombarda degli anni Sessanta, quelli del boom economico, della liberazione sessuale, quando saliva il benessere e cadevano i tabù.

 

La Roberta è “biondissima, stupenda di figura”, ha terra e vacche, gambe lunghe e buon appetito. Cura l’azienda agro-casearia di famiglia che rende un mucchio di dané.

La bella di Lodi a Milano non si sogna nemmeno di passarci l’inverno, ci va a fare shopping. E va di qua e va di là, fa un saltino sulle montagne svizzere e uno a Parigi, una puntatina a Roma e un voletto a Londra o a Montecarlo. Frequenta gente del suo ambiente in feste che s’afflosciano fra un “Ui ti!” e un “Se ghè!”.

Rompe la noia al mare, la Roberta. Ci va con la sua MG rossa. Cammina col foulard in mano, adocchia un “ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans chiari e ben stretti da pifferaio, sdraiato al sole che dormicchia o finge di dormicchiare”.   E si sdraia poco distante, sulla sabbia, e quasi s’addormenta anche lei.

Chi sarebbe questo strafico col gran pacco? È il Franco che s’è cambiato nome a quindici anni neanche, perché non gli piaceva Italo. È mica un borghese lui. Macché, il Franco è proletario. Una bestia, quasi. Fa il meccanico d’auto. S’avvicina alla Roberta e con la scusa di cercare l’accendino mette le mani nella borsetta. Ma è modo?

La Roberta guarda il ragazzaccio e le brucia la voglia. Dai, roba di una notte, roba da calda estate. Poi passa. Forse.

Sicché, il Franco-Italo che quando è felice fa dei versi che nell’ambiente della Robi non si son mai sentiti, che è rozzo e ignorante e anche un po’ sozzo, a lei piace tanto. E un uomo in famiglia farebbe comodo. L’ha detto anche la nonna. Quella che “comanda lei”.

Tuttavia il meccanico le dà tanti pensieri. Lui non spegne la tv o la radio o la luce, non chiude i rubinetti, mangia a quattro palmenti e presta i vestiti nuovi agli amici, mette via la roba sporca con quella pulita: calze, camicie, persino le mutande (ne ha un cassetto pieno di tutti i colori, compreso il modello leopardato); non vuole andare al cinema e non gli piacciono i dischi dei vecchi musical che lei adora, mentre a lui piace Massimo Morandi, esagerando Tom Jones. Soprattutto non ha il senso della proprietà, difetto massimo che si possa avere in certi ambienti. Come fa, la Roberta, a fidarsi di questo Franco dalle mani leste (non solo in quel senso), a dargli in mano gli affari? Però è bello e ha un pistolone da paura, che a farselo scappare è neanche da pensarci. Certo il Franco non c’ha riguardi in niente, ma la Robi, in fondo, gli vuol bene. Anche se gli manca il senso della proprietà. Eh, beh…

 

Arda lì, Arba, che bel quadretto che ci hai fatto!

 

 

P.S. La bella di Lodi, pubblicato nel 1972 è la riscrittura di un racconto apparso su “Il Mondo” nel 1960, da cui Missiroli, nel ’63,  ne trasse un film che porta lo stesso titolo.

Storia di Tönle - Mario Rigoni Stern

La vacca, immobile sulle rive del Moor, guarda verso mattina. Forse, aspetta il sorgere del sole. 

Tönle fa parte dell’Altipiano. Abita una povera casa di montagna, vive il suo tempo e la natura che lo circonda; vive la sua terra, che non è patria ma microcosmo schietto, semplice, concreto. Tönle è uomo di grande integrità morale, silenzioso, selvatico. Pastore e contadino. Contrabbandiere per necessità. Ogni inverno attraversa il confine, porta di là scarpe chiodate per gli uomini e vestiti per le donne, e di qua torna con acquavite, zucchero e tabacco. Scoperto e braccato, ferisce una guardia. Non gli resta che fuggire. Condannato a quattro anni vagola per le città austroungariche portando sulle spalle tanti mestieri e un solo pensiero. Così, a ogni inizio d’inverno, lascia tutto e torna alla sua casa, dalla donna che ama, madre dei suoi figli. L’amnistia gli consente di riprendere la vita abituale. Fino all’inizio della guerra e all’ignominia che porta con sé.
“… i signori, sia Italia sia Austria, sono sempre signori e per la povera gente, sia l’uno o sia un altro a comandare, non cambia niente. A lavorare toccava sempre a loro, a fare i soldati anche e a morire in guerra anche”.
I signori comandano, la povera gente ubbidisce. I signori li destinano al macello, li mandano a uccidere altri poveri cristi. E si muore. Per niente.
E poi la prigionia. E poi il ritorno. E poi la ricerca del suo piccolo mondo. E poi la sua pipa che porta alla bocca una volta ancora.
E mentre la vacca guarda verso mattina, io cerco quel ciliegio sul tetto, che c’era e non c’è più.

Scrittura pura, essenziale, onesta. Di quelle che non è facile trovare.
La “Storia” attraversata dalla “storia”, o viceversa. Dipende da quale punto d’osservazione si guarda. Mezzo secolo di vita è racchiuso in poco più d’un centinaio di pagine, evocative e pregne di significati. C’è molto Mario in Tönle, tanto che durante la lettura nel mio immaginario ne ha assunte le sembianze. Chissà, forse potrebbe essere la ragione per cui lo scrittore affermava che se Il sergente nella neve era il suo libro più importante, Storia di Tönle era il più bello.

Dove ho lasciato l'anima (Le strade) di Ferrari, Jérôme (2012) Tapa dura - Jérôme Ferrari

“In ogni uomo si perpetua la memoria dell’umanità intera. E l’immensità di tutto quello che c’è da sapere, ognuno già lo sa. Perciò non ci sarà perdono.”


È un romanzo ambientato durante la guerra d’Algeria. Ma riguarda la guerra in generale e tutti i suoi orrori.

La guerra è la maledizione dell'umanità. È figlia del Potere e dell’Impotenza. L’uomo la genera e la subisce. La guerra proclama carnefici e designa vittime, nomina torturatori e consegna martiri. Talvolta i ruoli s’invertono. Ed è terribile.

Risuona come rintocco di campana, o come macabro motto: “La memoria è senza pietà”. Il torturato di ieri si fa oggi torturatore, rinnegando ogni vecchio principio, cancellando ogni ideale, annullando ogni pensiero. Il senso di colpa, quando c’è, non basta a levare la coltre malefica, a muovere una reazione. L’umanità è perduta, la coscienza assopita, l’anima smarrita.

“Ha lasciato la sua anima lungo la strada, da qualche parte alle sue spalle, e non sa dove.”
Ci sarà mai salvezza?


È una scrittura asfissiante. Rimane impressa nella mente e lascia un senso di malessere profondo. Credo che Ferrari sia stato attento a non oltrepassare il limite del sopportabile, a fermarsi una parola prima che il raccapriccio allontani il lettore dal romanzo. Però opprime. Pone interrogativi grevi ai quali non vorresti rispondere, perché sai che qualunque risposta sarà sbagliata. E ti chiedi come sia possibile che quel velo cali sugli occhi. E sull’anima.

Bisogna prendere le distanze dai personaggi, lasciar decantare le parole e poi riprendere il pensiero. Alla fine ti trovi coi nervi scoperti, e ti dici che no, non è stato un divertimento. E no, non ti senti in pace.


Risvegliamo le coscienze, ritroviamo le anime perdute nella ferocia delle guerre, curiamole. Restiamo umani.

Morte dei Marmi - Fabio Genovesi

“…d’estate è Disneyland e per il resto dell’anno somiglia alla Transilvania.”

 

È la dichiarazione d’amore per la terra che gli appartiene. Lo fa con stile agrodolce, con ironica malinconia. Con intelligenza, attento a cogliere tutte le sfumature che cambiano scenario e gente. Guarda il paesaggio che al mutare delle stagioni si dilata e si deforma, e non resta che attendere la fine dell’estate per riappropriarsi della sua dimensione umana, vera. È la sua terra, anche se l’han comprata i “marziani in Lacoste” e trasformata in bomboniera, levandola ai versiliesi, gente ruvida, gente riottosa e greve, astiosa e maldisposta, un popolo che vive di turismo e insieme è il meno ospitale del pianeta”. È la sua terra, e anche se gli altri sono andati via, lui resta a Forte dei Marmi, perché “un paese non è morto se ancora ci vive qualcuno”.

 

Scrittura diretta, dolceamara, amorevole e graffiante, garbata e irriverente.  

 

P.S. Non è mica vero che i libri leggeri pesano sempre poco.

Xingu. Testo inglese a fronte: 5 - Edith Wharton, M. Maffi

Che si fondino Lunch Club per raccogliere cacciatrici di erudizione che “inseguono la Cultura in gruppo quasi fosse pericoloso affrontarla da sola”, o s’invitino le Orsic Dane di turno, scrittrici dall’ego espanso e dal dubbio talento; oppure si levino in coro le voci delle varie signore e signorine Ballinger, Plinth, Glyde, Van Vluyck, Leveret, in vuoti discorsi e insulsi commenti, finché esisterà una Fanny Roby che dichiara candidamente d’aver appena letto Trollope ma nessun’opera della scrittrice del momento, che crea scompiglio e demolisce il castello del nulla parlando di Xingu, saremo al sicuro.

Mrs Wharton, mi sono proprio divertita. Poche pagine di cattiveria pura. Xingu!

 

Il Don Chisciotte - Pietro Citati

Citati ci accompagna nel “capolavoro di sogno e di fumo”.

Ed è il viaggio in un mondo dove tutto è vero e falso, dove “il vero, senza cessare di essere vero, è assolutamente falso, e dove il falso, senza cessare di essere falso, è assolutamente vero”.

È il viaggio nell’ambiguità, dove ciò che pare forse non è, dove follia e saggezza s’incontrano sull’esile linea di confine.

È il viaggio alla scoperta di personaggi che una volta conosciuti s’imprimono indelebilmente nella memoria.

È il viaggio, è l’omaggio, è un atto d’amore per questo cristo tragico e farsesco ch’è l’incommensurabile cavaliere dalla trista figura. Personaggio senza fine.

È il viaggio in un romanzo ch’è se  stesso e altri mille e mille ancora.

 

Chi non avesse trovato finora un buon motivo per leggere Don Chisciotte, si affidi alle pagine di Citati. Il resto verrà da sé.

Piccola osteria senza parole - Massimo Cuomo

Immaginate di trovarvi nel 1994 a Scovazze, un paese del nord-est Italia. Dai, puntigliosetti, non chiedetevi perché il navigatore non lo trova, ché non è importante! E immaginate che arrivati a Scovazze andiate a sedervi in un angolo del Punto G. Ecco che state già pensando male. Ma io parlo dell’osteria, il Punto Gilda, quella Gilda che ha i seni più grossi della zona. Nell’osteria della Gilda gli avventori bevono molto, parlano poco. Però bestemmiano. E sono anche un po’ razzisti. Adesso immaginate che arrivi lui, il Salvatore Maria Tempesta. Il Tempesta è un “ teròne” di quei che a “coparli tuti” si farebbe cosa buona. E immaginate che il Tempesta porti con sé una scatola del Paroliere. Avete idea di cosa vi spetta? No? Non ho finito. Iimmaginate anche che il Tempesta Salvatore Maria abbia anche una vecchia foto. Si vede una donna. E un campanile. Eh… di campanili ce ne sono tanti da quelle parti. I campanili. Quelli delle chiese.

Un consiglio: se decidete di fermarvi a Scovazze per vedere cosa succede, portatevi un fazzoletto profumato. Perché lì, a Scovazze, c’è una spusa di merde (lo dico in francese che fa fine) che non ha eguali. Le esalazioni fetide arrivano dalla Taurizoo, il Centro tori di Scovazze.

Scovazze e i suoi indigeni. Parlano poco, ma hanno una loro poesia. Andate. Fatevi un goto all’osteria e salutatemi la Gilda.

 

 

P.S. Epperò…

Si parla di Ivano, un toro della Taurizoo, dove si raccoglie il seme per ingravidare le giovenche. Leggo: “Ivano detto Umore. L’unico toro col soprannome” […]

“Adesso che il nomignolo è sinonimo di umorale e basta, il vecchio manzo ci mette il tempo di un muggito per reagire al fastidio”.

 

Massimo, ho capito che Ivano è a “fine carriera”, ma vecchio manzo, no! Io che ci ho il sobbalzo facile, ho sobbalzato. Ecco.

E non gli saran caduti gli zebedei!

Il Dottor Zivago - Boris Pasternak, Pietro Zveteremich

Quando Giangiacomo Feltrinelli ebbe fra le mani il dattiloscritto dell'opera di Pasternak, inviò un telegramma allo slavista Pietro Zveteremich: “Pregoti venire subito”, perché voleva un suo parere su Il dottor Zivago. La risposta arrivò pochi giorni dopo, la scheda di lettura si concludeva con le seguenti parole: “Non pubblicare un romanzo come questo costituisce un crimine contro la cultura”.
Il 5 ottobre 1957 il traduttore Zveteremich che si trovava in Russia, scriveva a Feltrinelli: “… A Mosca l'atmosfera creata intorno al libro è molto brutta. Ne fanno un grosso scandalo. Definiscono la sua uscita “un colpo contro la rivoluzione”. Evidentemente in malafede. […] Ho conosciuto il redattore editoriale incaricato della revisione. Pare che al Cc del Pcus, Pospelov e altri fossero dell'avviso di pubblicarlo. Tutto è cambiato a causa delle pressioni dell'Unione Scrittori, che in questo caso è stata più intransigente del partito e gli ha forzato la mano. [...] P. ti raccomanda di non tenerne conto e non vede l'ora che il libro esca. Ciò benché lo minaccino di affamarlo e già gli abbiano tolto lavori già commissionati...”
Il 27 novembre dello stesso anno Il dottor Zivago era nelle librerie italiane. In pochi mesi fu tradotto e pubblicato in altri Paesi, mentre i lettori russi dovettero attendere il 1988.
Nell’ottobre 1958 a Pasternak giunse comunicazione che gli era stato conferito il Premio Nobel per la letteratura. La stampa accusò, l’Unione scrittori chiese la sua espulsione. Se Pasternak avesse ritirato il premio avrebbe perso la cittadinanza e sarebbe finito al confino. Lo scrittore rinunciò al riconoscimento.
Più che un caso letterario, un caso politico.
Pasternak morì due anni dopo l’assegnazione del Nobel. Il premio fu ritirato nel 1989 dal figlio.

(Ri)Leggendo Il dottor Zivago, ho pensato al poema sinfonico. Così lo vedo, al pari di un poema sinfonico è opera di ampio respiro. Un solo movimento, un abbraccio ininterrotto alla grande terra russa, ai suoi uomini, ai mutamenti esercitati dalla Storia, alle rugosità e agli sfregi che segnano l’animo umano. Come la musica, vita e natura procedono fra silenzi e fragori, fra distensione e subbugli, fra pace e scompiglio, caduta e rinascita. E come la musica, la vita offre, coglie, racconta, infine si disperde in un’eco lontana, lasciando al silenzio la sua memoria. Voce che va oltre le parole.

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.


De Il dottor Zivago, da adolescente, mi colpirono i personaggi e i tragici intrecci delle loro esistenze. Oggi a catturare la mia attenzione è stata la Storia che accompagna il lettore in quella che fu la Russia dal 1905 fino alla fine della seconda guerra mondiale. Bagliori che suscitano interesse e voglia di approfondire. Ci sono eventi che inevitabilmente modificano le vite degli uomini. Così, ho immaginato Jurij assumere le sembianze di Boris, e il pensiero dello scrittore perdersi in quello del medico. E ricordando che il minacciato esilio, per Pasternak avrebbe significato morire, ho vagheggiato Lara come idealizzazione della Russia. Ghiribizzi, lo so. Ma tant’è.

I lettori di libri sono sempre più falsi - Gianni Celati

Ditemi un po’[…] Siete disturbati di mente? Bevete? Oppure siete gente che legge libri?”.

 

Non sono disturbata, non bevo, e questo libro (giuro con la mano destra sul cuore) non l’ho letto. Cioè, l’ho letto. Insomma, ci ho provato, ho buttato l’occhio (stanco) sulla sinossi e le prime pagine. Poi l’occhio s’è spento e io sono rimasta lì senza comprendere. Un concetto mi par d’aver inteso (forse, non ne sono certa. Anzi, ho molti dubbi): se leggi libri si sente dall’odore e se devi venderli, l’ipotetico acquirente ti fiuta, gli viene il sospetto che i libri bisogna anche leggerli, oltre che comprarli, e non li compra più.

Ora scusate, vado a cercare l’ingegnere, chiedo se mi assume per vendere i suoi libri. Ma vorrei tanto recensire o, meglio ancora, stroncare. Pare sia cosa ben rimunerata. Non serve leggere, garantiscono. Potrei avere qualche possibilità. Chissà. Voi fate come vi pare, ma guardatevi attorno.

Ricordate che leggere suscita domande, e le domande esigono risposte. Una fatica!

 

P.S. Se leggete, è ora di smettere. Fingete di sapere. Così si sale. Assumete l’atteggiamento di circostanza: bocca a culino di gallina. Funziona. Fa intellettuale. Fate spuntare una penna dal taschino della giacca o dalla borsetta.

Mi faccio gioco di voi? Sia mai!

 

P.P.S. Psst! Al limite, leggete di nascosto. E non ditelo in giro!

Andarsene - Rodrigo Hasbún, G. Zavagna

Hasta la victoria siempre.

 

Leggo che Andarsene è un denso, intrigante romanzo che unisce mirabilmente realtà storica e finzione letteraria. Un efficace montaggio di episodi e voci permette di seguire le vicende della famiglia Ertl dagli anni Cinquanta agli anni Settanta…

Caspita!, mi dico. Hans Ertl, è quel cameramen tedesco al seguito della regista di regime Riefenstahl (nota per i suoi film di propaganda nazista, fra cui il famoso sui giochi olimpici del 1936, “Olympia”) infangato dal nazismo che negli anni Cinquanta lasciò la Germania e si stabilì in Bolivia con la famiglia: moglie e tre figlie. E Hans Ertl è il padre di quella Monika Ertl che si unì all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) dopo la morte di Ernesto Guevara, che nel ’71 attraversò l’Atlantico, si recò ad Amburgo per vendicare il guerrigliero ammazzando il console boliviano colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile dell’amputazione delle mani del Che dopo la sua uccisione. Due anni dopo Monika cadde in un’imboscata architettata da Klaus Barbie, amico di Hans, conosciuto nell’ambiente nazista come “macellaio di Lione”.

Leggo la sinossi. Troverò molto, penso. Realtà storica e finzione letteraria, racconto corale, saga familiare, storia di affetti e solitudini.

Credevo.

Invece…

Avete presente i “bigini” (bignamini per i dotti)? Ecco, sembra quella roba lì.

Più che un romanzo, un racconto. O il riassunto di un racconto.

Un bigino tiepido. Tendente all’algido.

Peccato.

 

«Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo».

 

Titolo originale dell’opera: Los afectos. Gli affetti. Andati.

Estrosità rigorose di un consulente editoriale - Giorgio Manganelli, S. S. Nigro

Ti salto, no, non ti salto, ti saluto (poesia del refuso) affettuosamente, e spero di vederti presto”.

 

 

Amava la parola scritta, nel significato più alto del termine. Giornalista, recensore, consulente editoriale, editor, traduttore, scrittore e saggista. Questo era il suo mondo; mondo di cui già percepiva il sopraggiungere di un mesto deterioramento.

 

In questo libro (a cura di Nigro) ricco di documenti e note, sono raccolti trent’anni di lavoro editoriale. Per dirla alla Manganelli, si tratta di una goduriosa bisboccia verbale. Forse non è una lettura per tutti, ma è certamente una golosità letteraria e culturale di quelle che mandano in solluchero. Ché ora è tutta un’altra storia, caro Manga!

Emile Ajar c’est moi. «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie».

La vita davanti a sé - Romain Gary, Giovanni Bogliolo

Emile Ajar c’est moi. «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie».

 

Madame Rosa, grassa e vecchia prostituta ebrea, smesso il mestiere per anzianità, cresce i figli delle giovani meretrici che non vogliono vedersi sottrarre la prole dalle autorità francesi. Momò è uno di loro.

Non conosce la sua età, Momò; crede d’avere dieci anni (fino al giorno in cui scoprirà che son quattordici, e di colpo sarà grande). Dimora al sesto piano di un condominio dove le vite sono policrome e le miserie monocromatiche. Un microcosmo degradato che sprigiona tuttavia una bizzarra ilarità, come beffa alla sorte che piega e mortifica.

Madame Rosa ha il ritratto di Hitler sotto il letto, le ricorda d’essere scampata a un passato atroce e l’aiuta a trovare la forza per resistere ancora. E quando l’aria viene a mancare, c’è il suo cantuccio ebreo a rassicurarla. Momò, invece, ha un vecchio ombrello vestito da capo a piedi. Ha la faccia di pezza verde, gli occhi tondi e il sorriso simpatico fatti col rossetto di madame Rosa. Si chiama Arthur, e con lui raggranella qualche soldo esibendosi per le vie. Il sogno più grande di Momò è diventare un nuovo Victor Hugo e riscrivere Les miserables.

Momò descrive il suo mondo sommerso, dove la vita è condivisione oltre che spirito di conservazione. Dove s’imbelletta la morte vagheggiando una parvenza d’affetto che non ha più respiro. Dove una mano tesa apre la porta ai sogni, alla speranza che un futuro migliore è possibile. Anche per gli ultimi. Quella vita davanti a sé, che attrae e, nel contempo, spaurisce.

 

P.S. Il libro m’è piaciuto, ma non mi unisco al coro degli osanna. Il mio rimane un entusiasmo pacato, tiepido. Ho trovato interessante madame Rosa, il resto m’è parso un poco artificioso. E il piccolo Momò mi ha ricordato altri adolescenti della letteratura.

Insomma, la solita orchessa. Ça va sans dire.

L'Italia al dente - Gian Carlo Fusco, Beppe Benvenuto

Ah, quest’italietta di maniera! Sempre un po’ fascista, e morale all’occorrenza.

 

Nell’itala patria non manchi la pasta. È d’obbligo al dente, ché se la nonna comasca, risottara e socialista cuoce troppo lo spaghetto, nonno Raffaele le fa trovare un tal biglietto che recita così:

Se a pranzo trovo moscio lo spaghetto

sarò altrettanto moscio anche nel letto.

Se invece trovo lo spaghetto al dente

sarò in letto del pari consistente!

 

E poi e poi…

I tempi cambiano, gli anni si susseguono, si scrive la Storia, ma l’Italia e gli italiani son sempre quelli. Se non sciapi un po’ scaltri, maccheronici e impostori. Fra spaghetti, chitarre e tranette, pasta fritta, alla Norma e zite, matriciana e lasagne con gli uccelli, Fusco ci racconta, con la sua solita leggerezza e quella tagliente ironia che rende gustoso il piatto, l’italietta che giammai cambia.

La sua penna è a tenuta di cottura garantita. Non scuoce mai. Roba da gran gourmet.

22.11.63 - Stephen King, Wu Ming 1

The past does not want to be changed.

Se modifichi il passato devi aspettarti di ritrovare il presente diverso da come lo avevi lasciato (a parte moralismi e pregiudizi che sono immutabili: di là come di qua).
Ed è questo, in sostanza, che accade al giovane professor Jake Epping: varcata la soglia del tempo - “shat-HOOSH, shat-HOOSH” - si troverà a Lisbon Falls, esattamente il 9 settembre 1958 alle ore 11:58, poco più d’un paio d’anni prima della nomina a presidente degli Stati Uniti d’America di J.F. Kennedy. Attenderà il 22 novembre 1963 per cambiare il corso della Storia. Ma “il passato non vuole essere cambiato. Il passato è inflessibile”. Epping lo sa (e anche noi, Stephen!).
Ogni volta che Jake attraverserà il “buco del coniglio”, tutto sarà cancellato, azzerato. E il gioco dovrà iniziare daccapo. Viaggi nel tempo che potrebbero durare anni nel passato ma che mai superanno i due minuti nel presente.

Mi sono entusiasmata ed emozionata. A tratti. Alla fine, qualcosa è mancato.
Una scrittura che sa di tanto mestiere. Tuttavia, mi sono chiesta se King non abbia adottato il metodo “Dumas”. Chi sa, sa.
Nota di merito alla traduzione, davvero notevole.

P.S. Epperò, King! Non mi puoi ridurre Gavrilo Princip a “una mezzasega a cui manca qualche rotella”. Ma perché?!
Ecco, l’ho detto.

La sovrana lettrice - Alan Bennett, Monica Pavani

Un mercoledì qualunque, la regina s’imbatte nella biblioteca circolante e inizia la grande trasformazione.Sua maestà scopre il piacere di leggere, e la lettura sovverte ogni regola.Si sa: i libri aprono porte imprevedibili, producono pensieri o pensieri inimmaginabili, accendono idee inaudite, scuotono coscienze. Financo le coronate.

“ È possibile che io mi stia trasformando in un essere umano. Non sono convinta che si tratti di un cambiamento auspicabile."

Leggere rende più umani, più uguali; le distanze si raccorciano, i muri si riducono. Ché ai libri non importa chi sei e cosa fai, ai libri interessa avere un lettore che li faccia vivere.

 

Riletto in compagnia, confermo la piacevolezza di questo Bennett dalla scrittura lieve e sorridente con un pizzico d’irriverenza e garbata ironia.