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Patricija

Gatta ci cova

Antistoria del Risorgimento - Luciano Bianciardi

Rataplan!... tamburo io sento

Che mi chiama alla bandiera.

O che gioia, o che contento! I

o vado a guerreggiar.

Rataplan non ho paura

Delle bombe e dei cannoni;

Io vado alla ventura...

Sarà poi quel che sarà.

 

Luciano aveva da poco imparato a leggere quando papà Atide gli regalò I mille di Giuseppe Bandi (scaricabile gratuitamente qui): . E lui, il Lucianino, ne rimase folgorato. Lesse e rilesse fino a ricordarne molti brani a memoria. Quel volume lo accompagnò nel tempo, e il Risorgimento divenne la sua passione. Oltre a quest’opera, uscita nel 1969 col titolo Daghela avanti un passo! (ripubblicato ora come Antistoria del Risorgimento, col sottotitolo Daghela avanti un passo!), scriverà altri libri con tema il Risorgimento: Da Quarto a Torino, La battaglia soda, Garibaldi, Aprire il fuoco, Ai miei cari compagni.

 

Antistoria del Risorgimento nacque in realtà come libro per gli studenti della scuola media. Fu l’entusiasmo dell’editore a spingere Bianciardi a reinserire le parti che aveva tolto (ritenendole troppo crude per i ragazzi) e realizzare anche un’edizione per adulti.

 

Antistoria del Risorgimento è la storia degli anni in cui si fece l’Italia, gli anni delle insurrezioni. Anni gonfi di eventi; taluni bizzarri come lo sciopero del fumo iniziato il giorno di capodanno del 1848 quando, finita la messa, i milanesi presero a passeggiare senza fumare. Per le vie meneghine rimasero gli ufficiali austriaci, unici col sigaro acceso, a osservare il fatto, sbigottiti. Il motivo di questa “azione” è presto detto: sciopero del fumo come forma di protesta contro l’aumento della tassa sul tabacco. La chiamarono “dimostrazione del fumo”. Proseguì il giorno successivo. Immaginabile l’irritazione dell’erario Lombardo-Veneto per il danno economico che tale comportamento cagionava. L’azione sortì una risposta alquanto comica, e diede il via a sonori tafferugli fra cittadini milanesi e soldati austriaci.

O come quando i soldati austriaci si ritirarono, fuggendo dall’enorme cilindro di fascine legate, e bagnate per evitare che s’incendiassero, che gli rotolava addosso mentre gli insorti avanzavano, ben coperti, dietro la “barricata mobile”.

Atti di lotta fuori delle regole.

“Chi ignora le regole della guerra, e fa la guerra, anzi in questo caso la guerriglia, fuor delle regole, contro le regole anzi, del gioco, quasi sempre vince. È come se, durante una partita di calcio, una delle due squadre, ignorando, spregiando le regole del gioco, cominciasse a pigliare la palla con le mani. Vincerebbe. Certo, l’avversario potrebbe sempre protestare, con l’arbitro, che la vittoria è irregolare. Ma nelle guerre non ci sono arbitri che col fischietto impongano il rispetto del regolamento. La storia si è incaricata, poi, di confermarci che le cose stanno esattamente così, anche se non tutti i generali di questo mondo hanno dimostrato di capire la lezione.”

In questo Risorgimento vigoroso, vivace, esuberante, una figura svetta su tutti. Bianciardi la raffigura come “l’elemento popolare”, alla quale egli rivolge tutta la sua partigiana simpatia. Si tratta di Giuseppe Garibaldi, che dall'America “dove era corso a battersi per la libertà di altri popoli” era tornato, deciso a

“menar le mani per la libertà del suo paese, l’Italia. Il 4 di giugno si presentò al re, nel quartier generale di Roverbella: era un uomo di quarantun anni, robusto, di statura non alta (per la precisione, un metro e sessantasei), dall’aspetto piuttosto singolare: lunghi i capelli d’un biondo rossiccio, chiari gli occhi, indossava uno strano indumento, il poncho, che è poi un mantello sudamericano, cioè una coperta con un buco nel mezzo per infilarci il capo. Lo accompagnava un negro alto e membruto, tutto vestito di nero, a cavallo, armato di lancia, di nome Aguyar. Il negro non parlava l’italiano, ma l’altro sì, e con l’accento ligure. Chiedeva al re di permettergli di battersi al suo fianco, con le schiere armate dei suoi volontari. Alcuni di essi erano reduci dal Sudamerica, molti altri si erano arruolati volontariamente in Lombardia e in Liguria, armandosi e abbigliandosi come meglio capitava. C’erano non poche camicie rosse.”

Quante volte ho riletto (fra i tanti che ho trascritto) questo passo. Monito che risuona nella mente, che non dà pace. Almeno a me.

 

“La verità è che il Risorgimento fece l’Italia quale poi ce la siam trovata noi italiani, lacerata e divisa. Divisa fra italiani ricchi e italiani poveri. Fra italiani del Nord e italiani del Sud. Fra italiani dotti e italiani analfabeti. Tutte divisioni che oggi noialtri italiani, faticosamente, penosamente, stiamo cercando di colmare. Ma per far questo dobbiamo sapere la verità su come l’Italia fu fatta. Dobbiamo insomma studiare sul serio la storia di quel «miracolo» che fu il nostro Risorgimento.”
 

Caro Luciano, sapessi. Le divisioni che ieri tentaste di colmare, oggi son lacerazioni profonde, il divario è sconfinato, e son cose che non si possono accettare. Sarà che non s’è imparato come l’Italia fu fatta, che non s’è studiata sul serio la Storia, sarà che siamo figli di quella rivoluzione fallita. Sarà la somma di tutto questo e altro ancora, ma qui per cambiar qualcosa servirebbe una novella rivoluzione, prima di tutto culturale. E dimmi tu come si fa a risvegliare i sogni, a riscaldare i cuori incarogniti, disseccati; come si fa a rianimarli.

Non preoccuparti, che lo scoramento passa. L’incazzatura invece resta. Ma è buon segno. È incazzatura sana. Quella che serve persino a ridere.

E domani torneremo a credere, ancora, nell’incanto di un nuovo Risorgimento.

Ciao, Luciano.

Manchi sempre.

 

P.S. Leggete Bianciardi. Leggetelo. Datemi retta.

Un volgo disperso - Adriano Prosperi

… la fiamma traballa,
la mucca è nella stalla.
La mucca e il vitello,
la pecora e l'agnello,
la chioccia coi pulcini,
la mamma coi bambini.

(Lina Schwarz)



La vita nelle campagne italiane dell’Ottocento non fu documentata dai contadini. L’analfabetismo glielo impedì. Per averne memoria diretta, attenderemo il 1968, anno in cui Vincenzo Rabito, contadino siciliano classe 1899, dopo aver combattuto contro la condizione di semianalfabeta, scriverà la sua storia battendo con un solo dito sui tasti di una Olivetti Lettera 22.

Falsamente illustrati, esclusi dalle trasformazioni che andavano compiendosi, i contadini vissero in condizioni disumane fra bestie, miasmi malsani e umidità insalubre.
Ci volle l'invasione degli eserciti napoleonici perché nascessero nei nuovi “Stati italiani” istituzioni governative dedicate alla conoscenza di realtà e problematiche delle comunità contadine. S’impostarono commissioni d’igiene, partì una serie d’inchieste e rilevazioni (“non tutte arrivate a compimento”). Riconosciuta l’importanza della statistica come scienza di governo, essa “divenne una disciplina accolta nell’ordinamento delle università e associata all’economia.”
I medici condotti furono incaricati di redigere una “Statistica”. L’indagine svelò l’enorme disparità culturale tra le città e il mondo contadino, soprattutto portò alla luce la sofferenza di questa povera gente, costretta a vivere nel “succidume”, a nutrirsi di niente, a morire di stenti, a passare i mesi invernali nelle stalle, a stretto contatto con le bestie che divenivano fonte di calore.
Contadini, gente invisibile, “classe oggetto”. Popolo infetto, strumento d’arricchimento delle classi dominanti. Stirpe spregiata, sottomessa da borghesia e clero.

Contadini senza sufficienti strumenti per lavorare la terra, impegnati ogni giorno della settimana per dieci, dodici ore; durata che si prolungava di solito oltre le ore di luce solare. La vita degli uomini era dura, quella delle donne spaventosa. Le donne di giorno sarchiavano la terra, piantavano e sradicavano legumi, spigavano, vendemmiavano, coglievano olive, mandorle, fieno. Nelle ore notturne filavano e tessevano, dopo aver “onorato” le faccende domestiche. Le fatiche cui si sottoponevano erano causa di aborti e, spesso, di conseguente sterilità. Delle nascite si occupavano ostetriche improvvisate, incapaci e prive di qualsiasi conoscenza medica mettevano a rischio la vita di madri e figli: “strappano la placenta fuori tempo […], tirano il feto doppio senza raddrizzarlo, comprimono appena nato la testa in tutt’i sensi per rotondarla, spezzano il freno della lingua, conficcano il dito nell’ano, o nella vagina della neonata e molte volte sono causa della loro morte”. I neonati abbandonati presso gli ospizi erano affidati a contadine nutrici che se ne occupavano per guadagnare qualche soldo. I bambini che non morivano entro i primi anni di vita erano destinati a un’esistenza grama: i maschi occupati come garzoni, le femmine a servire o mendicare. Tanto necessaria era la presenza dei piccoli lavoratori nei campi che fu pressoché inutile l’istituzione delle scuole elementari.

L’alimentazione dei contadini era a base di pane, non sempre fatto di frumento: spesso era pane di farina d’orzo crudo e arrostito, oppure polenta. La carne (sulla tavola solo nelle feste solenni) era sostituita dai lupini; quando compariva sul desco di questa povera gente, era il più delle volte carne infetta d’animali morti di malattie pericolose anche per l’uomo.
D’estate, per recuperare qualche denaro, si spostavano con le famiglie: gli uomini andavano a mietere, le donne e i bambini a “spigare”. Per un mese tutti dormivano a “ciel sereno”, e questo non poteva che aggravare malattie come polmoniti e pleuriti, causa di numerosi morti per “febbri perniciose”.
Colera, malaria, tisi, rachitide, scrofola, sifilide, pellagra falcidiavano la popolazione contadina. Madre di tutte le malattie: la miseria.

Durante il secolo XIX i medici condotti produssero rapporti sulle condizioni di vita dei contadini, cercarono di migliorare il loro stato igienico-sanitario, di educarli al rispetto di norme d’igiene fondamentali, di sollevarli dalla loro condizione bestiale.
Nell’immobilità dello Stato e dei ceti più agiati, che temevano la massa contadina. Quando lavoratori della terra, alzata la testa, osarono accendere la fiamma della sommossa, trovarono un altro fuoco a fiaccare e reprimere il tumulto, a sopprimere il seme del socialismo che stava germogliando, perché “Nulla è più pericoloso di una grande idea in un piccolo cervello”. Il cervello ristretto era quello dei contadini, considerati – sotto l’influenza del pensiero lombrosiano - una “anteriore fase dell’evoluzione psichica umana”. Esseri pericolosi, da rinchiudere nei penitenziari o nei manicomi criminali. Da tenere isolati per non propagare “la loro stirpe disgraziata” perché “quel qualunque progresso morale, che l’umanità ha raggiunto in tante migliaia d’anni, si deve […] ad una lenta e continua selezione, per sopravvivenza dei migliori.
Razza inferiore, malattia sociale da combattere senza pietà. “Razza”, nuovo elemento divisivo. Nuova barriera che si erigeva tra il contadino e il resto del mondo. Si apriva la via all’esercizio “illimitato del diritto di vita e di morte come iscritto nella logica della lotta per la sopravvivenza della specie”.
Nel linguaggio degli intellettuali italiani entrò in uso un nuovo lemma per la categoria: “umili”, termine che tanto sdegno suscitò in Gramsci.

“Questa espressione – «gli umili» – è caratteristica per comprendere l’atteggiamento tradizionale degli intellettuali italiani verso il popolo e quindi il significato della «letteratura per gli umili». Non si tratta del rapporto contenuto nell’espressione dostoievschiana di «umiliati e offesi». In Dostojevschij c’è potente il sentimento nazionale-popolare, cioè la coscienza di una missione degli intellettuali verso il popolo, che magari è «oggettivamente» costituito di «umili» ma deve essere liberato da questa «umiltà», trasformato, rigenerato. Nell’intellettuale italiano l’espressione di «umili» indica un rapporto di protezione paterna e padreternale, il sentimento «sufficiente» di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze, una ritenuta superiore e l’altra inferiore, il rapporto come tra adulto e bambino nella vecchia pedagogia o peggio ancora un rapporto da «società protettrice degli animali», o da esercito della salute anglosassone verso i cannibali della Papuasia” (Gramsci, Quaderni dal carcere)

La classe dirigente non è mai cambiata, e la riforma agraria è questione ancora aperta.
Penso ai volti e ai corpi dei contadini di oggi, così simili a quelli di ieri. Stracciati, magri, spesso scalzi. Lavorano fino a dodici ore al giorno, patiscono e sopportano le stesse angherie. Differenti per pochi particolari: la pelle più scura, una lingua sconosciuta. I contadini di oggi arrivano sognando un lavoro e confidando nei diritti, quelli di ieri partivano verso mete lontane in cerca di lavoro e diritti, ché qui gli erano negati. Sono a fianco di altri esseri umani nati e cresciuti in Italia; quelli che non sono andati via, quelli che sono rimasti accettando di lavorare nei campi in cambio di due soldi, per non morire di fame. Le donne, ora come allora, vivono una situazione ancor più drammatica.
È Storia che ci appartiene. Ma volgiamo lo sguardo altrove. Da sempre.
C’è da vergognarsi.

Il censimento dei radical chic - Giacomo Papi

M’avventuro in un futuro prossimo (identico al presente) ove attendo lo schiudersi e il deflagrare delle tante, troppe nefaste sementi che infestano la patria terra grassa e fruttuosa d’ogni bassezza. Nel frattempo il povero professor Prospero viene barbaramente ammazzato sul pianerottolo di casa. Colpevole, il professore, d’essere un intellettuale radical chic.
Sempre il Prospero, papà di Olivia “succhiava le parole come caramelle”, particolare che mi riporta a Hrabal e al suo meraviglioso personaggio, Hanta: “… io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella”.
Fra rimandi e frasi a effetto abbasso l’asticella, entro in modalità “lettura da ombrellone a righe”. C’è aria di già letto, e senso d’incompiuto. Personaggi piatti, bidimensionali ma meno interessanti di quelli abbottiani.
Cerco il futuro prossimo. Lo cerco e non lo trovo. Finché arriva Herry Potter. E lì m’incaponisco. Sul futuro prossimo. Ammesso che ci sia.

“Al tempo in cui giocavano insieme (Olivia e il ministro dell’interno), andavano pazzi per Harry Potter. Avevano imparato a memoria tutti e sette i libri, visto e rivisto ogni film e trascorrevano i pomeriggi a trascrivere su un quaderno le formule magiche di Hogwarts”.
E invece di godermi la storia che fo? Leggo e al contempo (s)ragiono sulla produzione potteriana. I libri sono stati pubblicati nell’arco di dieci anni, dal 1997 al 2007; stesso tempo per i film, che sono usciti fra il 2001 e il 2011. Olivia ha 42 anni, l’avventura “Potter” deve interrompersi al massimo con la conclusione della terza media, perché “dopo le medie si erano persi di vista”. Ipotizzando la visione dell’ultimo film nel 2012 (per dar modo di vederlo e rivederlo), Olivia e gli altri compagni potrebbero essere classe 1998. Ci troviamo nell’Italia del 2040? Sarà questo il futuro prossimo? O un po’ più in là? Ché pensare a un futuro prossimo troppo lontano non riesco. C’è quel modo di comunicare via sms che sa di antico già ora, in questo presente settembrino.
E dai! Pensa al contesto politico, sociale, culturale che sono specchio fedele del nostro quotidiano.
Neanche le parole di Olivia rivolte al ministro: “Una volta ti piacevano i libri. Eri tu che sapevi a memoria Harry Potter, non io.”, discordanti con quanto narrato in un capitolo addietro, mi distolgono dalla stramberia di voler collocare temporalmente la storia.
Così la lettura è proseguita cercando indizi sul futuro prossimo perduto.

Infine il sobbalzo (so che gliel’ho facile, non lo dite!).
Leggo: “Il taxi era invaso da Mozart. La Sonata per pianoforte e orchestra K488 volava, il pianoforte polpastrellava domande ripetute più in grande dai fiati e dagli archi.” Passi il polpastrellamento, ma la sonata no! SONATA? SONATA? Non esistono sonate per pianoforte e orchestra! Nemmeno per mandolino e orchestra o bassotuba e orchestra! Non esistono. La sonata prevede un solo strumento, al massimo due. Il concerto è altro, e l’orchestra può farne parte. Sonata e concerto non sono sinonimi. Anche solo digitando “k488” si troverà una miriade d’interpretazioni del CONCERTO mozartiano, mai della “sonata”.

Insomma, al polpastrellamento della “sonata per pianoforte e orchestra” s’è improvvisamente chiuso (senza preavviso) l’ombrellone. A righe.
Fine della storia.

Pensavo fosse amore. Invece era un’idea inesplosa.


P.S. Mi rasserena, nondimeno, il pensiero di non rischiar la vita sul pianerottolo di casa.

Esiste Ascoli Piceno? - Giorgio Manganelli

Il Manga vale il firmamento.



Le carte geografiche mentono spesso, e sono generiche ed elusive; inoltre un medesimo nome può designare una città identica per giacitura e forma a questa che ignoro se concreta, e tuttavia può essere un’altra città, metafisicamente incompatibile. I miei amici, cui chiedo notizie di Ascoli, mi rispondono con sorrisi cauti e studiatamente generici; essi sono convinti che veglia e sonno nella mia vita a fatica si distinguano. Nessuno conosce Ascoli? Nessuno, eccetto me stesso, ma la mia testimonianza non vale. Mi dicono che una corriera vada ad Ascoli. Non posso fidarmi di una corriera, la quale può essere coinvolta in una congiura provinciale, il cui scopo è appunto quello di far credere che Ascoli esista. Non ho mai visto una automobile con targa di Ascoli, ma debbo aggiungere che nulla so di targhe ascolane.



Il 22 marzo (2019) s’è aperta a Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno la mostra pittorica di Tullio pericoli “Forme del paesaggio 1970-2018”; esposizione accompagnata da un catalogo, e da un libretto omaggio intitolato Esiste Ascoli Piceno? edito da Adelphi (uscito il 21 marzo). Si tratta di un breve articolo di Giorgio Manganelli scritto per la rivista “Marka” diretta da Clio Pizzingrilli.

Un piccolo appunto. 
Il librino-ino-ino è arricchito da dieci illustrazioni di Tullio Pericoli che sono gioiellini, e un commento dello stesso Pericoli in chiusura del librino-ino-ino. Una piccola perla, nel suo insieme. Ma Esiste Ascoli Piceno? è presente anche in La favola pitagorica (Adelphi), raccolta di cronache di viaggio che Manganelli scrisse per varie testate giornalistiche fra il 1971 e il 1989.

Concludendo, per chi non ha mai letto Manganelli Esiste Ascoli Piceno? è un piccolo assaggio, un bocconcino godurioso, breve, brevissimo. 913 parole, 5.678 caratteri (spazi inclusi).
E il Manga è come le ciliegie, dopo il primo assaggio non ci si ferma più.
Io ve l’ho detto.

I poveri sono matti - Cesare Zavattini

Una riga in otto ore. Una lira, mezzo chilo di pane. Con una riga mezzo chilo di pane: è inebriante. Cinque righe: due chili e mezzo; cinquanta righe, venticinque chili. Quale gioia scrivere e vedersi accumulare panini uno per parola.
Anemone: un panino. Artaserse: un panino. Cappello: un altro panino. Essi svolazzano qua e là e poi si allineano con gli altri.

Il cavaliere e la sua ombra - Luigi Malerba

Un corpo senza ombra non occupa spazio, è qualcosa a metà tra il sogno e l’illusione, riporta al mondo dei morti, dove vagolano anime beate o dannate. Un corpo senza ombra è inconsistente, forse inesistente. Destabilizza. Inquieta. Spaventa. Se la nostra ombra avesse vita propria e ci giocasse un brutto scherzo? Abbiamone cura, che non ci abbandoni, stanca di correrci appresso. Amiamola e ci stupirà trasformandosi in ciò che più desideriamo. Restiamo integri, o troveremo un Filippetto che per evitare condanne prenderà a calci la nostra ombra anziché noi. Insomma, le si dimostri affetto, è pur sempre la prima amica che incontriamo nascendo.

UFO e altri oggetti non identificati - Giorgio Manganelli

La delusione più cocente e insieme più astratta della mia vita, e di molti altri come me, fu senza dubbio il mancato sbarco dei marziani nel decennio tra il 1950 e il ‘60.”

 

Manganelli li aspettava, uh, se li aspettava! E loro non si sono mai mostrati.  Lui ci aveva un debole per i dischi volanti e i suoi passeggeri. Un debole che andava persino oltre la loro inesistenza.

Nell’attesa, il Manga avrebbe anche buttato lì una favola. Tuttavia, per scrivere fiabe (quelle perenni) ci vuole più malvagità che malizia. Perché le fiabe non si fanno con gli animali benevoli e i re buoni: si fanno con gli orchi, le streghe, i veleni, le vessazioni, i re che decapitano i poveri, le fanciulle che fanno collezioni di rospi già principi, i maghi che insegnano a far morire di morte mala e innocente, la strega che insegna a volare di notte nella stanza del bambino da "cambiare". Per debellare una strega non c’è da farsi illusioni: occorrono bambine streguzze e maschietti maghi; ricordate, tra le fiabe dei Grimm, la strega uccisa dagli zoccoli di ferro rovente che la costringono a danzare orrendamente? E i bambini molto se ne rallegrano: è il loro pane. E la strega messa a cuocere, viva, nel forno? E tutta la popolazione di matrigne, colme d’odio, ansiose di umiliare, frodare, uccidere? E come sono ambigue, feroci, le così dette vittorie del bene.”

 

I dischi volanti non esistono? (c’è chi replicherebbe: questo lo dice lei!) Il Manga era disposto a crederci, perché sono improbabili, infinitamente allusivi e, soprattutto, perché non li aveva mai visti. E crediamoci!, nonostante ci sgomenti il turbamento dell’America in ascolto del messaggio di Orson Welles, nel 1938. Vi ricordate?

Leggiamo la fantascienza. Ridiamo (con giudizio), spaventiamoci e dormiamo male. Facciamoci prendere dal desiderio di varcare il confine della realtà. Dopo averla identificata.

Un giorno passerà la moda degli UFO, ma non quella dell’assurdo, ci avverte il Manga. E ci invita a fare attenzione che, dopo quella degli UFO, non prenda l’ansia della fine del mondo. Quel panico, quella frenesia che cominciarono quarant’anni fa, in America.”

E le comete? Le comete dall’umorismo sottile e stravagante avranno incontrato gli UFO? Non lo sapremo mai. Non danno confidenza, le comete. Sono esclusive, si pavoneggiano. Forse perché viaggiano, conoscono e sono conosciute. Hanno una vita avventurosa, ma non rilasciano interviste. E non fanno tante chiacchiere, nemmeno dal coiffeur. Chissà se sapremo mai.

Le comete non parlano; e gli aerei se incontrano un UFO tacciono, temendo che li prendano per ubriaconi.

 

Sicché, attendendo che un UFO atterri o si mostri nel cielo, godiamoci le inferenze manganelliane su automi, astronomia, astrologia, computer, elfi e fate. E telefoni.

A proposito, non è elettrizzante l’idea di telefonare nello spazio? Chiamare una navicella spaziale, chiedere: l’hai incrociato? L’UFO, un UFO, uno qualsiasi, anche piccino, minimo. Financo invisibile! Eh? L’hai incrociato?

Avventuratevi in questa dimensione plurima, sorprendente e acuta col Manga che «non credeva che gli oggetti non identificati fossero realtà» ma, «credeva che la realtà fosse un oggetto non identificato né identificabile».

Buon divertimento.

Auto da fé - Elias Canetti

“I libri valgono più dei pazzi, i libri valgono più degli uomini, […] i libri sono muti, parlano e tuttavia sono muti, ecco la loro straordinaria qualità, parlano e tu li senti più rapidamente che se dovessi ascoltarli con le orecchie.”



Nell’aprile del 1927 lo studente Elias Canetti affitta, dopo aver abitato varie camere ammobiliate a Vienna, una stanza fuori città, su una collina oltre Hacking, nella Hagenberggasse. Racconta: “Il panorama mi entusiasmò, al di là di un parco giochi si vedevano lungo il pendio gli alberi del grande giardino arcivescovile e, dall’altra parte della valle, sulla cima della collina di fronte, lo sguardo si posava sullo Steinhof, la città dei pazzi cintata da una muraglia”. Vi rimane per sei anni. Scrive inoltre: “… non devo soltanto la figura di Therese. La vista quotidiana dello Steinhof, dove vivevano seimila pazzi, è stata la spina nella mia carne. Sono assolutamente certo che senza quella stanza non avrei mai scritto Auto da fé.
Ancora, c’è un fatto che segnerà profondamente Canetti e inciderà sulla genesi di Auto da fé (oltre a dare il via alla sua ossessione sulla massa): il 15 luglio 1927, a seguito della protesta contro l’assoluzione degli assassini di alcuni operai, i lavoratori viennesi sfilano, partendo da varie parti della città, verso il Palazzo di Giustizia. Canetti si unisce a uno di questi cortei. I rivoltosi incendiano il Palazzo. La polizia spara, novanta persone perdono la vita. In una via laterale Canetti s’imbatte in un uomo che geme disperato: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”. Canetti, sconvolto, esplode: “Meglio i fascicoli che gli uomini!”. L’uomo non risponde, prosegue nel suo inconsolabile lamento: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”. 
Quando lo scrittore traccia la sua “Comédie humaine dei folli”, inizialmente chiama Brand (incendio) il topo di biblioteca B., inconsapevole, in quel momento, che nome e destino del personaggio sono legati all’episodio di quel 15 luglio. 
Durante l’estate del 1928 e ‘29, a Berlino, il giovane Elias lavora come aiutante di Herzefelde, fondatore della casa editrice Malik; incontra grandi nomi della letteratura e inizia a guadagnare con le traduzioni. E matura un pensiero che non lo abbandonerà più: “il pensiero degli uomini eccessivi e invasati” conosciuti a Berlino. 
Rientra a Vienna. Davanti ai suoi occhi, sulla collina, continua a troneggiare lo Steinhof, la città dei pazzi. 
Un mondo in frantumi va raccontato con onestà. Ecco come nasce la “Comédie humaine dei folli”, Auto da fé., coi suoi personaggi eccessivi, al limite della follia; uno presso all’altro, ciascuno disgiunto dall’altro. E su tutti lui, l’uomo dei libri. E i libri.
Nel 1931 il romanzo è concluso. Il nome del protagonista è cambiato, il titolo provvisorio è “Kant prende fuoco”. Canetti invia a Thomas Mann il manoscritto, diviso in tre volumi. Pochi giorni dopo i volumi tornano al mittente. Mann si scusa, afferma che “le sue forze non erano sufficienti all’impresa”. È un rifiuto pesante. Non sarà l’unico. Tuttavia, ogni rigetto rafforza in Elias l’idea che il romanzo sopravviverà al tempo. 
Nel ‘35, finalmente, Auto da fé è dato alle stampe. Il protagonista ha cambiato ancora nome, ora si chiama Peter Kien. 

Kien ama i libri più degli uomini. Vive isolato, vive per i suoi tomi. Odia l’ignoranza. Odia il mondo. Eppure arriva a sposare la gretta Therese, la sua fantesca, dopo averla vista “coccolare” uno dei suoi volumi. È sorprendente come, talvolta, si possa cadere nella rete. Peter Kien e Therese sono due personaggi titanici, rappresentazioni monumentali dell’eccesso. Non da meno sono gli altri personaggi che riempiono le pagine e l’esistenza del professor Kien. Il lettore non può che rimanere intrappolato nella storia, nelle storie. E non può evitare di ritrovarsi, almeno per un attimo, nei panni di Peter.
Auto da fé è un romanzo estremo, abitato da personaggi estremi che si muovono in una realtà scomposta, in contesti piretici, deformati. Deformanti. 
Testa senza mondo. Mondo senza testa. Mondo nella testa. 
È il libro delle ossessioni. Tragico, crudelmente comico. Grottesco e doloroso. Ma vivo, disperatamente vivo. Vivo come pochi romanzi sanno essere. Nonostante tutto.
Guardo dove, fin poco fa, era il sesto gradino. Mi metto in ascolto. E non dirò cosa odo.

La canzone di Achille - Madeline Miller, Matteo Curtoni, Maura Parolini

Inizio la mia lettura con entusiasmo. Da bambina lessi un libro dal titolo Achille e Patroclo, rimasi talmente affascinata dalla figura di Patroclo che ne conservo ancora il ricordo. 

È Patroclo che narra:
Mio padre era un re, figlio di re. Come la maggior parte di noi, non era molto alto e aveva la corporatura di un toro, era tutto spalle. Sposò mia madre quando lei aveva quattordici anni, dopo che la sacerdotessa gli aveva assicurato che sarebbe stata feconda. Era un buon accordo: lei era figlia unica e tutte le fortune del padre sarebbero andate a suo marito.

L’incipit promette bene. Le pagine scorrono. L’intensità va sfumando. Fino a che la mia mente vagheggia sdraio e ombrellone. A righe. 
Proseguo. Patroclo racconta, io voglio ascoltarlo! E poi vorrei regalare il libro a una persona cara, appassionata di epica e miti antichi. E per principio non dono un libro che non conosco. 
Epperò, i personaggi si fanno meno credibili, la narrazione più cedevole. 
Arrivo all’episodio in cui Diomede suggerisce a Licomede di chiedere a Odisseo di raccontare la storia di sua moglie. Odisseo raccoglie l’invito e comincia a parlare. Quando, con una smorfia di disgusto, il re di Argo lo interrompe:
«Sono stufo marcio di ascoltare la storia del tuo letto nuziale.»
Odisseo replica:
«Allora forse non avresti dovuto suggerirmi di raccontarla.»

E qui il sobbalzo. Il re prorompe con:
«E forse tu dovresti inventare qualche nuova storia del cazzo, così non sarei costretto a morire di noia.»

Mi sorge spontanea e improvvisa la domanda: ma il termine “cazzo” quando è entrato in uso? Sarà scritto così anche nella versione in lingua originale? Sarà una botta di colore per rinvigorire la narrazione che s’è un po’ ammosciata? Controllo. L’etimo è incerto, pare che derivi dal nome del maschio dell’oca: l’ocazzo. Liquidata la o, ecco il nome che rappresenta il ben noto organo. Il suo ingresso in società è tuttavia successivo al tempo dei nostri eroi.

Cerco allora il testo originale. La frase si presenta così:
«And perhaps you should get some new stories, so I don’t fucking kill myself of boredom.»
Che tradotto terra terra, la frase suona: “E forse dovresti inventare qualche nuova storia (virgola!), Un volo d’uccello che da là è migrato di qua. Una virgola non farà primavera, ma la differenza sì.
Diciamo che s’è trattato di un fenomeno di fucking translation.

Mi fermo qui.
Tanto basta. E non dite che a me basta poco.
Leggete l’Iliade

Il romanzo dei tui - Bertolt Brecht

Brecht lavorò alla stesura del testo dal 1931 al 1942, mentre era in fuga dalla Germania nazista. L’opera, rimasta incompiuta, è un progetto ambizioso ideato per raccontare la storia del Reich dalla nascita dell’impero fino all’ascesa di Hitler. 
Walter Benjamin, tornando da una visita fatta all’amico in esilio, il 27 settembre 1934 scriveva: “… Con Il romanzo dei tuivuole dare una panoramica enciclopedica sulle idiozie dei tellett-ual-in (gli intellettuali); a quanto pare si svolgerà per la maggior parte in Cina. Un piccolo piano di questa opera è già pronto”. 
Chi è il tui (nome ottenuto dalle iniziali della distorsione di “intellettuale” in “tellett-ual-in”)? Lo spiega Brecht: “Il tui è l’intellettuale dell’epoca delle merci e dei mercati. Il noleggiatore dell’intelletto”.
Il romanzo dei tui è uno sfogo, un’invettiva contro la stoltezza e l’ipocrisia dei quegli intellettuali disposti a vendersi al miglior offerente. È un’accusa contro gli intellettuali che non riconobbero o sottovalutarono l’avvento del nazismo e che, in seguito, mancarono di avversarlo.

Fra le varie abilità dei tui l’arte del lecchinaggio ha grande rilievo. E se è vero che quasi tutti sono in grado di dare una leccata senza infamia e senza lode è altrettanto vero che l’arte del leccapiedi è qualcosa di più complesso:


“… richiede studio e allenamento. E molta disciplina. Solo con l’esercizio è possibile elevarsi dalle bassezze della leccata corriva, e soltanto quando la perseveranza lascia il posto alla fantasia si diviene veri maestri. Il complimento comune è merce dozzinale, cicaleggio meccanico senza senso né ragione, privo di ogni raffinatezza. Il lecchinaggio praticato come un’arte invece produce espressioni originali, peculiari, profondamente sentite: crea una forma. L’artista completo è duttile, poliedrico, sempre capace di sorprendere. Si studi (ne vale davvero la pena) come il grande Go-teh lodò O-leh: con riluttanza. Una lode di questo tipo ha un valore inestimabile. Davvero ingegnoso è anche travestire da biasimo un elogio. Si rimprovera un generale per l’ardimento che potrebbe strapparlo al suo esercito. All’inizio della Grande guerra i tui ringraziarono l’imperatore esprimendogli tutta la loro rispettosa compassione perché sacrificava la sua gloriosa fama di uomo di pace per assecondare i desideri bellici della nazione. Quando il maresciallo Fank Wi Heng perse la guerra lodarono la sovrana indifferenza con cui affrontò quella disgrazia.
Questo non è più dilettantismo, è già arte.
L’arte del leccapiedi è inoltre, sia detto per inciso, una delle poche che dà di che vivere. Il lecchinaggio nutre il suo discepolo.
Come ogni arte, anche questa ha la sua storia e ha conosciuto epoche di prosperità ed epoche di declino, così come una continua mutazione degli stili.”


Avranno ancora lunga vita i leccapiedi? Pare proprio di sì. Finché esisterà la saliva. Parola di Bertolt.
Scritto corrosivo, satirico, spietato.


P.S. L’elenco “Personaggi e luoghi” svela nomi fittizi e riferimenti storici. Lo stesso autore vi compare come Kin-jen. 
Insomma, una penna implacabile, sotto la quale non si salva nessuno. 

Una cosa divertente che non farò mai più - David F. Wallace, G. D'Angelo, F. Piccolo

Mai vorrei trovarmi prigioniera di un mega hotel galleggiante, dove nessuno si conosce ma tutti si sorridono, dove migliaia d’infradito colorate sbatacchiano sul pavimento bianco fra cappelli d’ogni foggia e sciarpe che svolazzano al collo di signore eleganti. E dove gli esseri umani si dividono in due gruppi: quello che deve far divertire e quello che deve divertirsi. Il primo stimola il secondo a fare, il secondo s’impegna fino allo spasmo per non perdere neppure un’occasione. E scatta foto scatta foto, gira video gira video, passo a destra passo a sinistra giravolta su le mani giù le mani. Spettacolo serale. Il cibo abbonda, le escursioni attendono. Keep calm che poi finisce, verrebbe da dire, come motto consolatorio. 
Comprensibile che il povero turista, in attesa che il pullman conduca tutti alla nave, ascolti la voce dell’addetta al Controllo Folle della Celebrity, di megafono munita che “continua a ripetere instancabilmente di non preoccuparci delle valigie, che ci raggiungeranno più tardi”, trovi “la cosa agghiacciante nel suo involontario richiamo alla scena della partenza per Auschwitz di Schindler’s List.”

 

Che la Zenith diventi Nadir, a questo punto, non è che un atto liberatorio.

 

Tutta la vita - Alberto Savinio, Paola Italia

“Perché gli uomini cedono alle più grosse impressioni fisiche, ma sono troppo rozzi ancora per fare attenzione a quel che di più sottile e ineffabile circonda la nostra vita; non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza essi credono mute”.



Fra il 1942 e il 1945 Alberto Savinio scrive freneticamente. 
I motivi che accendono la creatività sono certamente l’entrata nella scuderia Bompiani, la diminuzione delle collaborazioni giornalistiche e la miseria nera causata dalla guerra. A tal proposito, Savinio scrive a Bompiani (al quale è legato da profonda amicizia) il 3 febbraio 1944: “Qui, vita tristissima, tragica, soprattutto umiliante”. Tre settimane più tardi riceve dall’editore un pacco di alimenti. Le sue parole di ringraziamento giungono con una nuova epistola: “Ti ringrazio, anzi ti ringraziamo tutti di cuore. Questo si chiama davvero nutrire i propri autori. Utilissima la crema di riso e il resto e simile alla biblica manna, ma quanto nutriente pure, quanto riconfortante, e non so se non di più, il pensiero di sostentare noi poveri assediati”, e dichiara d’esser pronto a consegnare un volume di racconti.

Tutta la vita esce nel 1946, anche se il colophon porta la data 1945.
Nei racconti di Savinio l’inanimato si anima, vive. Svela l’esistenza e i sentimenti umani. Quelli che non riconosciamo e che, qualora accadesse, non avremmo il coraggio di ammettere. 
Gli oggetti accolgono e raccolgono. Tutto: faccende contorte, questioni irrisolte. Fatti inconfessabili e inconfessati.
Sollevano il velo dell’inconscio, aprono un varco sulle sue tortuosità. Con ironia. Per non turbare. Forse.
Scrittura ricca, musicale, raffinata. Alta. Surreale? Anche. Ma nel senso che intende Savinio: 

 


“Per conto mio accetto l'affermazione ma sento il bisogno di commentarla. Il surrealismo per quanto io vedo e per quanto so, è la rappresentazione dell'informe ossia di quello che ancora non ha preso forma, è l'espressione dell'incosciente ossia di quello che la coscienza ancora non ha organizzato. Quanto a un surrealismo mio, se di surrealismo è il caso di parlare, esso è esattamente il contrario di quello che abbiamo detto, perché il surrealismo, come molti miei scritti e molte mie pitture stanno a testimoniare, non si contenta di rappresentare l'informe e di esprimere l'incosciente, ma vuole dare forma all'informe e coscienza all'incosciente. Mi sono spiegato? Nel surrealismo mio si cela una volontà formativa e, perché non dirlo ? una specie di apostolico fine. Quanto alla «poesia» del mio surrealismo, essa non è gratuita né fine a se stessa, ma a suo modo è una poesia « civica », per quanto operante in un civismo più alto e più vasto, ossia in un supercivismo. Queste indicazioni per capire meglio i racconti contenuti in questo libro.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Terry Pratchett, Roy  Lewis, Carlo Brera

Cambiano le ere geologiche. Ma noi no.



“Io sto costruendo il futuro, e voi brontolate perché bisogna lasciare la caverna per un annetto o due […]. Io già prevedo il giorno in cui tutte le orde avranno la loro caverna, ogni caverna il suo fuoco, ogni fuoco lo spiedo con un bel quarto di cavallo ad arrostire... il giorno in cui un viaggio non sarà altro che una bella passeggiata da un focolare accogliente a un altro…”



Ma non tutti son d’accordo.
Quindi, visionari e pensatori che offrite a piene mani scoperte e sapere per migliorare la subumanità senza pensare a lilleri, business o marché, in guardia! O l’orda vi mangerà.

È in casa il signor Brambilla? - Carlo Manzoni

"Nella strada centinaia di signori Brambilla, camminano in fretta. In casa li aspettano le solite avventure di tutti i giorni: niente di straordinario, le solite piccole avventure..."



Avventure quotidiane, minime e tragicomiche. Incontrai il signor Brambilla da bambina. Il libro era un altro, lo spirito lo stesso.

Luciano Bianciardi, la protesta dello stile - Carlo Varotti

Difficile collocare Luciano Bianciardi, scrittore “contro”, nel multiforme panorama letterario e culturale di quegli anni; forse questa è una delle ragioni che l’hanno tenuto sempre ai margini. Ieri come oggi. Carlo Varotti fa notare che sebbene si possa parlare di una “riscoperta” dello scrittore, negli ultimi vent’anni, “la sua opera resta sostanzialmente sottostimata, o celebrata (il che è anche peggio) per fattori che nulla hanno a che fare con la qualità della sua scrittura.” E ha pienamente ragione.
Raramente il nome di Bianciardi compare nei saggi che argomentano le forme della postmodernità letteraria in Italia. Eppure, Angelo Guglielmi, che poneva come capostipite della “recente” narrativa sperimentale italiana C.E. Gadda, ascrive Bianciardi (con Mastronardi e Bruno) fra gli autori che “tengono conto dei problemi linguistici”, (Arbasino e Leonetti “operano sugli aspetti contenutistici”, La Capria e Del Buono curano “la struttura narrativa”, Volponi e Sanguineti si affidano a diretti “esperimenti verbali”). Si tratta di scrittori che ricercano e sperimentano nuove vie linguistiche verso “soluzioni spregiudicate e antitradizionali”. Sperimentazione che secondo Guglielmi assume “quella forza demistificatoria nei confronti delle cose che è la grande qualità della scrittura gaddiana”. E Bianciardi rientra a pieno titolo in questo panorama narrativo dei primi anni Sessanta.
La ricerca dello stile fu un impegno costante per Bianciardi scrittore e traduttore, autore di migliaia di pagine di narrativa, inchiesta sociale, divulgazione storica, articoli di costume.
Con questo saggio, Varotti, ci accompagna in un viaggio, attraverso le sue opere, nella parola bianciardiana, sensibilissima, acuta, che non risparmia e non si risparmia.
Un altro libro da amare.



“Il lettore che entri nel vasto universo di Bianciardi scopre presto che la sua scrittura è attraversata da persorsi coerenti; da ritorni di temi, elementi stilistici e strutturali che, da un’opera all’altra, vengono continuamente rimodulati e ripensati, in un processo di scrittura che fu tutt’altro che inconsapevole e ingenuo.”

Lezioni di ballo per anziani e progrediti  - Bohumil Hrabal
Lezioni di ballo per anziani e progrediti uscì, dopo le sforbiciate da parte della redazione, tagliato di oltre la metà. Il dattiloscritto originale non sopravvisse, ma il redattore affermò che Hrabal aveva utilizzato i passaggi falciati come base di un’altra opera, e che nella versione definitiva non c’era più nulla «delle lezioni di ballo che erano state per parecchie pagine la cornice tematica». Tra i dettagli perduti ricordava il più affascinante: «come, dopo la fine della lezione di ballo, il narratore accompagna il proprio partner al manicomio e lì, alla luce della luna, in un’altana e sui vialetti bianchi dell’istituto ripetono le figure che avevano imparato quella sera».

Il vecchio calzolaio che ama le “sventolone” e la vita si racconta. 
Ed è novella dell’inverosimile, resa credibile dall’assenza di punti fermi. Impossibile interrompere o modificare il ritmo. È un flusso inarrestabile, senza meta, con uditorio singolare: un’impalpabile signorina che ascolta senza mai replicare; è sovversione, scompiglio, è esplosione di frammenti narrativi. È folgorante e mutevole follia. E ancora è caleidoscopico turbinio di figure scentrate, di sentimenti amplificati. È colata di passioni incontenibili, poetiche o prepotenti.
Sedetevi comodamente, aprite il libro, e lasciate parlare Hrabal. 


“i liberi pensatori rinfacciavano alla chiesa che Cristo, se era Dio, perché allora poi teneva commercio con una donna caduta? e io gli dico, c’è poco da fare, davanti a una bella sventolona non riesco a resistere nemmeno io, immaginatevi quindi Gesú Cristo che all’epoca era anche un gran bel pezzo d’uomo, tipo Conar Tolnes, in fondo aveva trent’anni e, insomma, quella Maria Maddalena, anche se di professione faceva la sgualdrina nei locali, ugualmente era riuscita a guadagnarsi la santità e aveva ottenuto il favore dei cieli e non aveva tradito Cristo e coi capelli gli aveva asciugato il sangue, e quel poverino se ne stava appeso alla croce perché aveva annunciato il progresso sociale e che tutte le persone sono uguali tra loro, e sua mamma era crollata in lacrime e Maria Maddalena l’aveva consolata, e io mi chiedo, dove sono tutte le belle sventolone del tempo andato? sono morte e di loro nulla è rimasto, però la cara Mariuccia Maddalena continuerà per sempre a intenerire i cuoricini poetici, e questo era stato anche il destino di quel gran bel pezzo d’uomo che aveva studiato da falegname, lui sapeva segare travi e assi, e di punto in bianco aveva abbandonato ogni cosa e era andato a insegnare alla gente che l’amore effettivo per il prossimo non vuol dire far capriole con una signorina su un canapè, ma invece dare subito una mano a chi in quel momento ne ha bisogno”