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Patricija

Gatta ci cova

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Honoré de Balzac
Il contesto - Leonardo Sciascia

Parodia. Si fa per dire.

In un paese sconosciuto (ma non troppo) muoiono assassinati alcuni giudici. L’ispettore Rogas, uomo di grande rettitudine, è incaricato di indagare. L’attenzione cade su un certo Cres, condannato ingiustamente per il tentato omicidio della moglie.

Ingiustamente.

Qualcuno l’ha processato, giudicato, recluso.

Ingiustamente.

Potrebbero essere stati proprio quei magistrati vittime della mano omicida. Questa la pista che segue Rogas. Tuttavia, dall’alto arriva il “suggerimento” di spostare l’attenzione verso un gruppo di neoanarchici evangelici.

“- Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici.

Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse - Forse. Ma continuate a seguirla.”

 

Potere e corruzione. Potere e criminalità. Ecco il “contesto”, l’intreccio, la tessitura, l’unione delle parti, il concatenarsi di ordini e di eventi.

In un Paese figlio del Potere corrotto e corruttore.

Un Paese guasto. Si fa per dire.

Si dice.

È.

 

P.S. Caro Leonardo, comprendo perché iniziasti divertendoti e proseguendo il divertimento si spense.

Fossi qui oggi…

Il Poeta mannaro

Io venía pien d'angoscia a rimirarti - Michele Mari

Recanati, 1813.

Là, dov’è la via che mena all’ermo colle, Orazio Carlo scruta nascostamente il fratello Tardegardo Giacomo, che in biblioteca studia, legge, scrive, traduce, crea. E pensa alla Luna. Ed è irrequieto. E ha un comportamento oscuro.

Orazio osserva e annota tutto sul suo diario.

Certe notti, quando le ombre s’allungano, succedon fatti spaventevoli, sanguinosi, bestiali.

Mentre da lassù guarda e illumina la terra bruna, “…la luce della Luna rivela il vero volto delle cose, rendendo smorto ciò ch’è vivo di giorno, e rendendo a vita ciò ch’alia luce del Sole par morto…”

La Luna ha tuttavia due volti, ora è Artemide ora Persefone, ora è pura ora contaminata, ora è regina del cielo ora degli inferi. La Luna influenza uomini e natura.

Due volti. Come l’uomo ch’è ora umano ora ferino, ora contemplativo ora brutale, ora limpido ora torbido. Ora è soave ora raccapricciante, ora saggio ora folle. Ora perfetto ora deforme.

Infine, “… l’uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura.”

 

Scritto di grande fascinazione. Capriccio così ben fatto da figurar veritiero.

Fama tardiva - Arthur Schnitzler, W. Hemecker, D. Õsterle, A. Iadicicco

Eduard Saxberger è un impiegato di mezz’età. In gioventù aveva pubblicato una raccolta di poesie: “Passeggiate”. Poi più nulla. La sua vita scorre tranquilla fra casa e ufficio, fra una scorsa al giornale e quattro chiacchiere scambiate nella locanda dove è solito trovarsi con gli amici. I giorni si succedono sempre uguali fino a quando un giovanotto gli si presenta: Wolfgang Meier, scrittore. Il ragazzo spiega che mentre curiosava da un antiquario, ha trovato il suo libro e dopo aver letto i primi versi, essendone rimasto profondamente colpito, lo ha portato a casa deciso a leggerlo e a rintracciare l’autore. Prima di accomiatarsi, Meier invita il “Maestro” a raggiungerlo al circolo letterario “L’entusiasmo”, luogo d’incontro di giovani artisti e intellettuali. È persino in programma una pubblica lettura e lui, naturalmente, sarà l’ospite d’onore. L’ego di Saxberger si espande, vibra, non si sente più il grigio impiegato ma un rinnovato cantore.

Basta l’ambizione a fare di un uomo un artista? I novelli scrittori che incontrerà sono veramente dotati o vestono soltanto il sogno della celebrità? Edward avrà l’attenzione che non ebbe in gioventù o ognuno la pretenderà per i propri scritti mostrando disinteresse per quelli degli altri?

 

A ben pensarci... quanti si scrivono e si leggono addosso, sordi e indifferenti agli echi altrui, convinti d’essere i migliori, gli unici supremi vati?

Ah, vanitas vanitatum et omnia vanitas!

Lo stereoscopio dei solitari - Juan Rodolfo Wilcock

Non ho tempo per parlarvi dei settanta personaggi principali che non si incontrano mai, devo allacciare i bottoni del cappotto a Oligor. Il centauro ha la pancia scoperta, ed è esposto al freddo. Gli può far male. Il dietro è più resistente alla vita all’aperto, ma il davanti è delicato.

Voi comprendete, vero?

 

Mentre abbottono il cappotto a Oligor, leggete Lo stereoscopio dei solitari e ditemi: convenite che ognuno di noi è schiavo (magari felice) del proprio mostro?

Un certo Ezio Taddei, livornese - Massimo Novelli

e un pensiero

ribelle in cor ci sta…

 

Ricostruzione biografica in movimento continuo, come fu la vita di Ezio.

Novelli viaggia alla ricerca di notizie, di persone che possano raccontare di Taddei o ne conservino gli scritti, di archivi che custodiscano un po’ della sua storia, luoghi che possano rivelare il suo pensiero. Il pensiero di quel certo Ezio Taddei, scrittore dei poveri, dei diseredati, degli abbandonati.

Quel certo Ezio Taddei che andava sempre a piedi con le sue scarpe rotte, che cercava un lavoro per le puttane che volevano lasciare il mestiere.

Quel certo Ezio Taddei che passò parte della sua vita nelle carceri e al confino, e che in galera studiò e lesse e fece lo sciopero della fame contro la circolare con cui si vietava ai detenuti politici di avere libri.

Quel certo Ezio Taddei che riuscì a fuggire, raggiunse l’America dove vide pubblicato il suo primo romanzo e poi fu rimpatriato come “indesiderabile”, perché dopo l’assassinio del suo amico Tresca ebbe l’ardire di denunciare intrighi tra mafia, polizia e politica.

Quel certo Ezio Taddei che tornato in Italia collaborò con l’Unità, pubblicò alcune novelle, qualche libro. Storie di vita vera, sofferta; storie di uomini, fabbriche, osterie, storie di fame e sogni di libertà.

Quel certo Ezio Taddei che a un certo punto non interessò più. Troppo scomodo, troppo libero. Chissà.

Quel certo Ezio Taddei, uomo dal cuore calpestato. Amato da qualcuno, da altri spregiato. Fra chi lo portò nel cuore, la sorella, Tirrena. Lei andava solo una volta l’anno a trovarlo al cimitero. Troppo triste.

Però se lo sognava.

E se vedeva qualcuno camminare, da lontano, a volte gli pareva che fosse lui.

[…]

Tirrena dice che in certi giorni, scorgendo un altro che passava in una via, era come se Ezio gli comparisse davanti: proprio lui, gli stessi piedi con le scarpe rotte, i capelli ventosi, la giacchetta stracciata con le toppe.

Ma alla fine, guardandolo meglio, doveva riconoscere che era solo un vagabondo, un barbone, uno povero.

Uno come Ezio”.

Quel certo Ezio Taddei, nato a Livorno e morto a Roma.

 

P.S. Cercate e leggete Taddei. Fatelo rivivere.

Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni - Edwin A. Abbott, Masolino D'Amico, Giorgio Manganelli

Un colto quadrato ci racconta che nel bidimensionale universo mondo della Flatlandia le donne sono linee rette, i soldati e gli operai delle classi inferiori triangoli con base variabile; quando la loro base misura meno di un terzo di centimetro, i loro vertici sono così acuminati che è difficile distinguerli dalle donne. La borghesia si compone di triangoli equilateri. Professionisti e gentiluomini sono quadrati e pentagoni. L’aristocrazia si divide in classi, iniziando dagli esagoni fino a giungere ai poligoni. Su tutti domina la figura che ha un numero incalcolabile di lati, tale da somigliare a un cerchio: l’ordine sacerdotale.

È legge naturale che i figli maschi nascano con un lato in più del padre. In questo modo ogni generazione salirà di un gradino la scala gerarchica.

Le figure che presentano irregolarità geometriche sono incompatibili con la sicurezza dello Stato, pertanto vanno sistemate a dovere.

Le donne, all’ultimo posto della gerarchia geometrica della Flatlandia, sono pericolosissime: acuminate come sono, potrebbero perforare gli altri abitanti di questa terra. Ecco allora che per le donne ci sono regole specifiche. Nelle case hanno un ingresso sito sul lato orientale a loro uso esclusivo. Sono costrette, nei luoghi pubblici, a camminare emettendo il grido di pace. Da ferme o in movimento devono muovere senza sosta il deretano, da destra a sinistra. Se tengono alla loro vita è bene che si attengano ai precetti.

A creare confusione nel piatto mondo della Flatlandia è l’arrivo di una sfera che porta il buon quadrato a visitare il suo, di mondo: Spacelandia. Il nostro scopre così la tridimensionalità; dubbi e domande si affollano nella sua mente. Se esistono mondi a due e tre dimensioni, ce ne saranno altri a quattro, cinque, sei o infinite dimensioni. Ne parlerà, a suo rischio e pericolo, l’eresiarca!

 

Leggo che Flatlandia uscì anonimo nel 1882. Lo stesso anno della morte di Darwin. Una curiosa coincidenza, però leggendo il racconto di Abbott pensavo alla gerarchia geometrica di Flatlandia e al darwinismo sociale.  

Charles, dagli una letta, se ti capita! E prima di dubitare che possa prenderti per i fondelli, fatti una risata, che ho riso anch’io, nonostante abbia trovato tanta similitudine con l’attuale società.

 

Volete visitare Flatlandia? Ecco il biglietto.

https://www.youtube.com/watch?v=tNDhjYQKWt4

Buon viaggio!

Il capitan Fracassa - Théophile Gautier, A. Jesi

Regno di Luigi XIII. Terra di Guascogna.

Lo sventurato barone Sigognac abita il suo castello ormai in rovina. Con lui è il vecchio e fedele servitore Pierre, il fido cane Miraut e il nero gattone Béelzébuth.

In una notte di gran tempesta qualcuno bussa al castello. Si tratta di una compagnia di teatranti. Hanno smarrito la via, i carri si sono impantanati, sono stanchi e hanno fame. Il barone li aiuta, li accoglie nella sua misera dimora. La sua vita cambia qui.

Alla vista di Isabelle è subito amore.

Il giorno successivo la compagnia di attori si dispone a ripartire.  Sigognac lascia la misera dimora per seguire il gruppo di artisti speranzoso di trovar fortuna. Alla morte di Matamore, uno degli attori, il barone Sigognac lo sostituisce. Il suo personaggio sarà un cavaliere gradasso e un po’ vigliacco: Capitan Fracassa.

Capitan Fracassa, una spada per la scena e una per la vita.

In guardia, duca di Vallombreuse! Siete avvertito!

 

“Un carro di attori racchiude un mondo intero. Per la verità, che cos’è il teatro se non la vita in scorcio, l’autentico microcosmo cercato dai filosofi nelle loro ermetiche induzioni? Non ha forse in sé, nel proprio cerchio, l’insieme delle cose e le varie umane fortune rappresentate al vero attraverso logiche finzioni?”

 

Dal castello della miseria a quello della felicità.

Il teatro è specchio della vita, caro Théophile, e voi l’avete raccontato con gran maestria.

E ora, se permettete, poso un fiore per Béelzébuth.

La quarta Italia - Joseph Roth, S. Aigner

Il regno di Testapelata il dux, descritto da Joseph Roth per i lettori del quoridiano Frankfurter Zeitung.

 

Il catechismo del fascista recita così: «Io sono l’Italia, la tua padrona, il tuo Dio»; «Credo nel genio di Mussolini»; «E nel nostro Santo Padre, il fascismo, e nella comunione dei martiri»; «Nella conversione degli italiani e nella resurrezione dell’Impero…».

Alalà!

Poi c’è stato piazzale Loreto. Ah! Là! Là!

Amen.

 

P.S. Avrei goduto di cattiva cattivissima reputazione. Come tutto il parentado, del resto.

Un gatto alla finestra - Hans Tuzzi

La periferia di Milano si tinge di giallo. Dalla finestra del Colnaghi, ombre cinesi raccontano una storia di paura e mistero. Patrizia e Valeria, dal giardino, assistono allo spettacolo. E poi ecco l’incubo. E l’indagine va.

 

P.S. Lo dico inscì: a me l’Ambrogio Moroni è antipatico. To’.

 

Lettura veloce e lieve per alleggerire un po’.

Mia figlia, Don Chisciotte - Alessandro Garigliano

“Mia figlia, don Chisciotte”, o come sfidare il quotidiano con la fantasia.

Quando sento nominare don Chisciotte a me batte subito forte il cuore, si aprono porte che la realtà sottrae alla vista ma non alla mente. Tutto è ciò che è e non ciò che un istante prima era.
Questo libro è arrivato come dono inaspettato. Regalo prezioso e gesto d’affetto di un cuore sensibile. L’ho guardato a lungo, affascinata e dubbiosa. Lì dentro c’era il mio don Chisciotte. E se l’autore l’avesse trattato senza rispetto o senza amore? Poi ho aperto il libro e ho iniziato il viaggio.
Viaggio chisciottesco bello e coraggioso. Viaggio lungo la linea di confine tra il reale e il fantastico, con deviazioni ora qua ora là.
A condurre è lei, tre anni, principeffa don Chisciotte. Lui, quarantenne Sancio Panza segue, agghindato da docente universitario per mascherare la sua precarietà.
Figlia e padre.
E il mondo attraverso i loro occhi.
Viaggio d’amore per la vita, per la letteratura, per don Chisciotte e il suo scudiero. Viaggio folle e sapiente, dove le figure romanzesche servono a introdurre riflessioni alte sulla genitorialità, sul rapporto fra bambino e adulto.
Viaggio carico d’amore, di tenerezza, di paure e incertezze.
Quando la principeffa don Chisciotte osa, il saggio Sancio trema e prova a contenere. Quando la principeffa don Chisciotte chiede, papà Sancio cerca di esaudire.
E è fuor di dubbio che se là si trovano i Giganti, qua c’è uno zoo con la porta rosa e pesci invisibili.

 

Come scrissi a don Chisciotte (la creatura di Cervantes) dopo la rilettura: Ridano pure gli stolti. Continuino a ravvisare mulini a vento al posto dei giganti.
Viviamo folli finché possiamo, ché a morir savi siam sempre a tempo.

 

P.S. Ale, non spargiamo troppo la voce sulla principeffa in groppa a Brummante. Lo dico solo a te, faceva così anche mio padre con me trienne. Solo che il suo Brummante era primitivo rispetto al tuo. Mi faceva sistemare davanti, sulla “gobba” di scorta.

 

P.P.S. Nasciamo don Chisciotte e ce ne andiamo Sancio Panza. Forse è giusto così, per permettere ai nuovi don Chisciotte di stupirsi e stupirci. Ma è bello, quando possibile, tornare fanciulli, smettere il ruolo di Sancio e riabbracciare quello di Chisciotte. Non smettiamo d’essere bambini. almeno un poco.

Specchio delle mie brame - Alberto Arbasino

In un afoso e infuocato meriggio di fine estate, in terra gattopardesca, la pantera baronessa si trastulla l’istitutor. Oibò!

Lui è un banale Michele ma giovanottaccio e fustone, Madonna e san Francesco al collo, e smisurate erezioni in bella mostra. Oh!!! Che impressione!!!

Nei mesi d’estate, con la scuola in vacanza, il banale e ben fornito Michele dà ripetizioni al secondogenito della baronessa un po’ porcella Fulco, che rischia (parola di mater familias) di diventare cieco, calvo, pazzo, paralitico, sifilitico, contrarre malattie apocalittiche, apoplettiche.  Addirittura andare all’Inferno; vien da dire che sia il male minore.

Fra una premonizione catastrofica al pupo e un austero ammonimento all’impacciata figlia, la vogliosa Stefania e il banale Michele-sempre-pronto proseguono, a ruoli alterni, nelle porno-rappresentazioni sado e maso. Sempre a sipario chiuso. Ma non troppo.

All’arrivo di Judy Faggotty, istitutrice gallese, caruccia e atletica, chiamata per erudire la primogenita pingue Francesca, il banale Michele si strugge d’appetito per lei (l’istitutrice, si capisce), con effetti drammatici per la baronessa e le sue voglie. Come può mai pensare donna Stefania di replicare specchio! specchio delle mie brame! dimmi! chi è la più bella dama del Reame delle Due Sicilie?, quando al tacer dello specchio corrispondeva una mano misteriosa che schiudeva la finestra? Vi pare che l’ingorda baronessa non possa trovare soluzione? Eh già che la trova! La trova, la trova. E con vantaggi più che certi. Divertimento senza pudore. Purché non si sappia! Per carità!

Che piacer, che piacer, che sarà!

Ah, ah, ah; ah, ah, ah!

Che piacer, che piacer, che sarà!

Ah! Inutile! Inutile, signore mie! Come recita il vecchio adagio: al kitsch non si comanda!

Non era così?

 

Pastiche gaudente, beffardo e pecoreccio, con citazioni disseminate. Qua e là, s’intende. E luoghi comuni sparsi e spersi tra il dire e il fare (c’è di mezzo il Michele).

Non divertitevi troppo. Anzi sì!

La virtù di Checchina - Matilde Serao

Matilde dichiarò al dux: “Io sono antifascista”. E tastapelata le inviò una fotografia che lo ritraeva accanto a un feroce felino, con tanto di dedica autografa: “A Matilde Serao perché decida quale delle due belve è la più feroce, e tuttavia con grande devozione e simpatia fervida, Mussolini”. Ma le sue manifeste posizioni non piacevano certo al duce. La punì ostacolandone la candidatura al premio Nobel, che fu invece assegnato a Grazia Deledda.

 

 

I Primicerio sono borghesucci. Lei, Checchina, trascorre la sua smorta esistenza subendo un marito - il dottor Toto Primicerio - taccagno fino all’osso, che mangia, dorme russando grassamente con la bocca aperta e la testa cadente su una spalla; e Susanna, la serva dall’occhio indagatore di beghina, che mal sopporta perché sempre sospettosa e bisbetica.

Quando l’amica Isolina passa a salutarla, le parla delle sue storie d’amore segrete, si lamenta di quanto costi e quale tormento sia l’amore. All’insaputa del marito ha qualche amante e, insomma, non potrebbe darsi un poco da fare anche lei? Ché “L’amore è una gran bella cosa, Checchina mia”. Scostumata!  

Poi arriva lui, il bel Marchese d’Aragona. L’ha invitato a pranzo il dottor Primicerio. Il marchese frequenta le famiglie nobili, dà del tu a tutte le principesse romane. Il marchese la saluta con garbo, le dedica attenzioni e complimenti, fa scivolare un bacio sul collo di Checchina. La invita a recarsi da lui mercoledì, dalle quattro alle sei. No, mercoledì! Venerdì, allora. Stessa ora.

E lei passa le notti assaporando il sogno d’amore e il giorno a fremere tra mille esitazioni. Però, com’è eccitante l’amore!

Infine decide. Andrà. Va. Non ha pensato al portinaio. E quello del palazzo dov’ella ha appuntamento, ha  “brutto e brutale, una di quelle facce irriverenti che disanimano i timidi.”

Ah, Checchina, Checchina! Parliamo di virtù e invece era timore!

 

Matilde, avrei martellato il testone del dottor Primicerio coi tacchi sottili delle scarpette, e avrei cacciato un panno in bocca a quella bacchettona di Susanna. Ma mi sono divertita che non hai idea. Anzi, sì che ce l’hai!

Elogio dell'ozio - Robert L. Stevenson, V. Candiani

In un momento d'ozio puro ho preso questo millelire di Stevenson.

Ode e lode all’ozio!

Mi fermo qui, altrimenti s’interrompe lo stato d’ozio. Sarebbe una tragedia.

 

E ricordate: Se una persona non è felice se non rimanendo in ozio, in ozio deve rimanere”.

Traffici con l'aldilà - Alfred Döblin, Enrico Arosio

Ed eccoli qua, un morto ammazzato, un manipolo di spiritisti capitanati da un medium suonato che di nome fa Wiscott, agenti di polizia inesperti grati ad amici e conoscenti dell’estinto che han deciso di risolvere il caso andando per vie spiritiche. Wiscott, dopo vari e disastrosi tentativi ce la fa, riesce a evocare lo spirito giusto: il vecchio e grasso birraio van Steen, che compare più vivo (si fa per dire) che mai. Amici, consoci e agenti vogliono sapere da lui i particolari sull’omicidio. Il birraio sbigottisce, non sa nulla, nemmeno d’esser trapassato. Diamine, che scherzo è questo? La smettano, è debole di cuore, potrebbe prendergli un colpo! Wiscott e van Steen avviano una lunga e intima conversazione e, infin, lo scomparso si rassegna alla sua sorte. Quanto è orribile la vita tra gli uomini, […], ti trattano in maniera atroce e poi muori per un buco in testa.

Nelle sedute successive il birraio arriva, senza farsi attendere, accompagnato da una banda di spiriti impazienti di parlare attraverso il medium che, poveretto, fatica a reggere la situazione. Ciascuno a dir la sua simultaneamente! Dall’aldilà e dall’aldiqua è tutto un sibilo: psst! Non si capisce niente!

Wiscott è il cannocchiale usato dall’aldilà per guardar di qua.

Ogni seduta è una sorpresa. Fra un vaneggiamento e l’altro si ricostruisce il fatto.

Volete sapere chi è l’assassino? Non è il maggiordomo. To’!

 

Divertente e arguta parodia tutta da godere.

Ferragus - Honoré de Balzac, B. Besi Ellena

Auguste sorprende Clémence, di cui è segretamente innamorato, procedere a passi furtivi in direzione di rue Soly, la più stretta e meno praticabile di tutte le vie di Parigi”. Una donna ricca, bella e casta si reca, al calar del giorno, in una casa infamante? Sconvolto dalla scoperta, dopo averla spiata, inizia la sua opera per insinuare il tarlo del dubbio nel marito di Clémence, Jules.  C’è un uomo, un uomo certo di dubbia moralità. Il suo nome è Ferragus.

La tragedia incombe.

Il sospetto uccide. Ma l’amore ch’era esclusivo e puro rimane. Fino all’ultimo fiato. Fino a quando cala il silenzio in questa città, dove “... tutto fa spettacolo, anche il dolore più sentito. C’è gente che si mette alla finestra per vedere come piange un figlio seguendo il feretro della madre, come ce n’è di quella che si procura un posto comodo per vedere come cade una testa. Nessun popolo al mondo ha avuto occhi più voraci.

Fra la tragedia e le storie di varia umanità si schiude un inno d’amore per Parigi, il più delizioso dei mostri, dove le soffitte sono una “… sorta di testa piena di scienza e di genio; i primi piani, ventri felici; le botteghe, veri e propri piedi; […]. Tutte le porte sbadigliano, girano sui cardini, […]. Insensibilmente le articolazioni scricchiolano, il movimento si propaga, la via parla. A mezzogiorno, tutto è vivo, i camini fumano, il mostro mangia; poi ruggisce, poi le sue mille zampe si agitano.”

 

Honoré, non sarà il tuo capolavoro, ma di Parigi, regina delle città, gran cortigiana di cui si possono intendere testa, cuore e capricci odo ancora l’eco del suo respiro.

 

 

Ferragus, primo romanzo della trilogia “Storia dei tredici”, fu dedicato all’amico compositore Hector Berlioz. Ne suggerisco la lettura ascoltando la Sinfonia Fantastica (godetevi anche l’ascolto puro).

Ci sono molte belle interpretazioni di questa sinfonia. Ne ho scelte due: l’interessante esecuzione su strumenti d’epoca dell’Orchestre Révolutionnaire et Romantique diretta da Gardiner,

https://www.youtube.com/watch?v=C3pA38q-hoY

 

e la versione diretta da George Pretre perché ne conservo un personale e indimenticabile ricordo.

https://www.youtube.com/watch?v=FFT0Zp3U7Fw&t=10s

Conservatorio Di Santa Teresa - Romano Bilenchi

Quando si parla di romanzo non possiamo riferirci al numero delle pagine, né alla presenza di un intreccio. Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza. (Romano Bilenchi)

 

Conservatorio di Santa Teresa uscì nel 1940. In poche settimane vendette più di quattromila copie. Per l’epoca, un successo. Bilenchi rifiutò la seconda stampa per ragioni politiche e per ribellarsi ai tagli apportati al romanzo dalla censura fascista.

In un’intervista, di esso affermò: Conterrà molti difetti, tutto quel che vuole, ma se lo rileggo ora è l’unico mio libro che mi emozioni e mi sembra il mio libro migliore, anche se quando cominciai a scriverlo avevo soltanto ventisei anni ed ero molto, ma molto più asino d’oggi.”

 

Sergio è un bambino dal sentire amplificato, dalla fantasia sfrenata. Facile agli entusiasmi e altrettanto pronto a disperarsi.

Sergio contempla il mondo che lo circonda. Contempla la vita, quella della natura e quella degli uomini. Ne è attratto. E un po’ la teme.

Sergio è troppo adulto per i suoi anni. Sarà immaturo domani.

Sergio vive fuori del tempo, ma il suo scorrere lo porterà dal sogno al disincanto.

Sergio è emozioni mai gridate. E quando accade, è un grido improvviso e muto. È lo sguardo meravigliato, è la bocca spalancata per la gioia esasperata o l’angoscia soffocante.

Sergio è ricerca d’amore e paura dell’abbandono.

Sergio è una lacrima succhiata in fretta. È lo spavento di precipitare.

Poesia del disagio e del desiderio, Sergio rimane sulla pelle. Come la salsedine dopo che s’è salutato il mare. Solo che non se ne va sotto l’acqua che scorre. Resta.

 

Scrittura intima, pura. Onesta.

E bella, bellissima.