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Patricija

Gatta ci cova

"Il signore che incise il capro, quell’uomo mirabile e scostante, mi fa pensare quel che segue: che gli uomini di allora sapessero che a loro mancava la letteratura. Naturalmente, non sapevano che si chiamava letteratura, né, se lo avessero saputo, avrebbero mai immaginato in che cosa consisteva; ma essi erano privi di qualcosa, qualcosa di decisivo; e quando cercavano, vanamente, di prendere a calci una rara farfalla, la loro ira era mossa, ignara, dalla brama occulta di trovare una rima; ma le rime non c’erano; e se qualcuno, parlando, produceva una rima, lo guardavano come se avesse prodotto un rumore sconveniente. Ora, supponiamo che, nel loro complesso, quei signori sapessero che nella loro vita, e per molti secoli o millenni nelle vite dei loro figli qualcosa sarebbe mancato, qualcosa che avrebbe cambiato il mondo, senza neppure toccarlo. No, non era una magia, ma qualcosa di magico lo aveva. Allora, come adesso, la maggioranza di coloro che si occupano di letteratura doveva essere fatta di lettori. Come tutti coloro che, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con la letteratura, i lettori, anche ‘quei’ lettori che non avevano niente da leggere, anzi ancor di più, non potevano essere uomini normali. Più esattamente, avevano del demente. Certo si aggiravano per le caverne, per le foreste, con gli occhi allucinati, e con una oscura brama che non sapevano decifrare. Ad esempio, si sdraiavano nei pressi di un fiumiciattolo – non potevano sdraiarsi nei pressi di un ruscello perché il ruscello è già letteratura – e cadevano in smanie, parlavano da soli, sfogliavano fiori, non già per amore del fiore, la cui inesistenza abbiamo già acclarata, ma per amore dello ‘sfogliare’; strappavano i fili d’erba, e li guardavano intensamente, ma potevano solo rendersi conto che quel che facevano era simile a quel che volevano fare, ma non più che simile, e neanche tanto. Qualche volta, durante quei loro lenti pasti di carne compatta e ustionata, un tale, mosso da oscuro impulso, avrà pur detto: «Vorrei proprio sapere chi è l’assassino»."

Giorgio Manganelli - Discorso dell'ombra e dello stemma

Fasciste di Salò - Cecilia Nubola

La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato.

Elie Wiesel

 

Collaborazioniste, delatrici, cacciatrici di ebrei, donne in armi. Sono i ruoli che ricoprirono numerose donne italiane, dopo l’8 settembre 1943, decidendo di aderire alla RSI.  

Denunciarono ebrei e antifascisti, collaborarono, come spie, con nazisti e fascisti; furono parte attiva nelle azioni di cattura, tortura, morte. Alcune entrarono nelle bande nere a fianco dei loro uomini. Tradirono, saccheggiarono, furono autrici di violenze inaudite.

Finita la guerra, iniziarono i processi. Gli avvocati delle ex fasciste di Salò escogitarono strategie vincenti. Tranne rarissimi casi, le accusate si professarono innocenti, negarono ogni accusa. Quelle che si trovarono di fronte a prove evidenti dichiararono di essere state costrette, o aver agito per amore di un gerarca nazista o fascista, o di Mussolini, o della patria.

A conclusione dei processi, le donne condannate, iniziarono a presentare richiesta di grazia per ottenere la liberazione o, almeno, una riduzione di pena. Nessuna si riconobbe colpevole, nessuna espresse pentimento, nessuna chiese perdono alle vittime. Anzi, affermarono d’essere vittime esse stesse. Vittime di una giustizia che non aveva processato o aveva assolto alti gradi politici e militari del regime, vittime di uno stato economico insufficiente per pagare buoni avvocati e  testimoni. Vittime per non aver goduto dell’appoggio di alti prelati o del Vaticano. In sostanza, reclamavano la grazia come atto di giustizia.

Molte imputate furono assolte, le condannate non scontarono la pena imposta. Le amnistie, iniziando da quella del 22 giugno 1946 a firma di Togliatti, diedero il via alla liberazione di chi (donne e uomini) aveva collaborato col regime fascista. Molte di loro non subirono alcun provvedimento giudiziario perché, finita la guerra, erano sparite in attesa che si placassero gli animi.

Seguirono le amnistie del ’48 e ’49.

Con la  legge 18 dicembre 1953, n. 921, si rese possibile la liberazione condizionale ai condannati per reati politici a prescindere dalla quantità della pena espiata e di quella da espiare, per semplice iniziativa del guardasigilli. In seguito a questa nuova disciplina, dal marzo 1954 al dicembre 1956 furono ammessi alla liberazione condizionale 104 collaborazionisti da parte del ministro Michele De Pietro e 17 da parte del ministro Aldo Moro. Le ultime liberazioni avvennero su iniziativa di Aldo Moro, guardasigilli nel primo governo Segni, dal 6 luglio 1955 al 15 maggio 1957.”

E così, nell’arco di dieci anni, le donne e gli uomini colpevoli di crimini fascisti, riacquistarono la libertà.

 

La scelta politica dei primi governi del dopoguerra fu quella di dare largo spazio ai provvedimenti di clemenza per giungere in breve tempo alla “pacificazione nazionale”, a “voltare pagina” nei confronti del regime fascista. Le amnistie, così frequenti nell’Italia repubblicana, andarono a incidere in maniera determinante sullo svolgimento dei processi partendo dalla già ricordata amnistia, decisiva e precoce, del 22 giugno 1946, la cosiddetta amnistia Togliatti, guardasigilli nel primo governo De Gasperi

 

La pacificazione nazionale si raggiunge dopo aver saldato i propri conti. Ma  i conti con la Storia, noi italiani, non li abbiamo mai fatti. Pronti a criticare, a puntare il dito e condannare gli altri, ci siamo affrettati a nascondere le nostre colpe e responsabilità sotto lo zerbino e, nel timore che qualcosa s’intravedesse, ci abbiamo messo entrambi i piedi sopra. Questa, è la parte di noi che mi fa, da sempre, schifo.

Il lavoro culturale - Luciano Bianciardi

Ogni volta che ti leggo, penso che basterebbe cambiare numeri e date e si potrebbe dire che l’hai scritto ieri. Triste. Tragicamente triste. Significa che non è cambiato niente. Cerco riparo nella tua ironia per addolcire i pensieri. Ma poi non ce la fo. Sale la rabbia e lo sconforto. Oddio, forse qualcosa è cambiato. Il lavoro culturale è diventato mercato, la politica ha perso identità. Gli stereotipi, invece, son sempre quelli. Come vedi, qualcosa è rimasto. Il peggio. Compresa la precarietà.

 

E andiamo avanti, in questo paese sghembo, dove tutti scrivono e pochi leggono. E dicevi bene tu: Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.” Nessuno l’ha fatto.

 

P.S. Non preoccuparti, passata la rabbia si torna a sognare e a tentare di costruire un mondo migliore.

La panne - Eugenio Bernardi, Friedrich Dürrenmatt

“… chi se la sente di conoscersi proprio a fondo, non c'è nessuno che abbia la coscienza perfettamente pulita…”

 

Alfredo Traps, rappresentante di articoli tessili, rimasto in panne con la sua Studebaker accetta l’ospitalità di un vecchio giudice in pensione. Fa conoscenza con tre amici dell’uomo: un pubblico ministero, un avvocato e un oste (che in occasione delle riunioni ricopre il ruolo di boia), tutti in pensione. Trascorrono le serate mettendo in scena i grandi processi del passato. È il loro divertimento, e quando si presenta l’occasione di avere un imputato in carne e ossa il piacere raggiunge l’apice. Invitato a giocare, Alfredo accetta. Non ha da temere, è persona integerrima. Si dispiace, persino, di non poter essere utile, perché mai ha commesso misfatti. Il suo avvocato difensore lo avverte: La via dalla colpa all'innocenza è sì difficile, ma non impossibile, mentre è un'impresa addirittura disperata voler conservare la propria innocenza e il risultato non può essere che disastroso”.

Inizia la cena e, con essa, il processo. Fra risate, cibo e alcol in abbondanza Alfredo spiega com’è arrivato alla posizione attuale, racconta della moglie, dei figli, delle relazioni extraconiugali. Cala la maschera. Emergono la pochezza e l’avidità, la mancanza di scrupoli e la passione per lo sfarzo. Il livello alcolico aumenta, e accresce l’eccitazione. Quand’è accusato di un crimine gravissimo, Alfredo s’inorgoglisce, si sente importante, eccezionale. Si entusiasma. Non è più un insulso piccolo borghese, ma un uomo straordinario, unico.

Alla torta sono tutti completamente sbronzi. Accusa e difesa farfugliano le loro requisitorie, il giudice si chiede se Traps abbia veramente commesso uno dei più straordinari delitti del secolo.

Le risate sono sempre più fragorose.

La sentenza! La sentenza!.

Champagne.

Poi si sale la scala che porta ai piani superiori.

Povero Alfredo, rovinare una così bella serata!

 

Facciamo attenzione: nessuno è fuori pericolo. Ché a ben cercare, qualche colpa la si trova.

 

Racconto cupo dietro l’ironia. Si riflette sulla natura umana, sul senso di colpa e di giustizia, sul destino.

Curiosa la scelta del cognome di Alfredo, Traps. Già nel nome v’è la trappola.

Una tragedia abbigliata da commedia.

Manhattan Transfer - John Dos Passos, Allessandra Scalero

Manhattan Transfer fu pubblicato nel 1925, quando Dos Passos era ancora dalla parte di Sacco e Vanzetti.

 

Ciò che c’è di più tremendo a New York è che quando ne avete fin sopra i capelli, non sapete più in quale altro posto andare. È il tetto del mondo. La sola cosa che ci rimane è girare e girare come lo scoiattolo in gabbia

 

In questa New York, madre abietta, spietata eppure splendida e seducente, nel cui ventre pullulano figlie e figli, schegge di vite e storie s’intersecano, si sfiorano e mai si toccano; creature in cerca della loro occasione. E un sogno: farcela.

E NY “It’s the land of opportoonity”.

Con improvvisi cambi d’inquadratura donne e uomini s’affacciano e svaniscono, disegnando sul fondale una storia unica, sociale.

Dos Passos procede senza continuità narrativa, con uno stile cinematografico. Ne risultano immagini più che descrizioni, voci più che parole. Il ritmo è serrato, non concede soste e rende difficile ricordare i singoli personaggi. Rimane il rimpianto di non essere riusciti a trattenerli nella mente. Ma col tempo si affacceranno, nitidi o sfumati, per dire: -Passammo, meteore senza scampo, per dar luce e colore alla città-.

È un canto per New York, impetuoso, irrefrenabile, elettrizzante e tragico.

 

 

Qualcosa m’ha infastidito, ma Dos Passos non ha alcuna responsabilità. Sono io ad aver letto la traduzione sbagliata. Qualche esempio:

 

“I would invite her up here but I’ve been afraid you would be rude to her.” “L’avrei invitata da noi, se non avessi paura che tu fossi scortese con lei.”

 

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“If I thought it’d be any good to me”, “Se sapessi che mi servisse a qualcosa”

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“Of course what you want to do is make every reader feel Johnny on the spot in the center of things.”

“Naturalmente, voi vorreste dare a ogni lettrice l’impressione che siano di per sé al corrente della gran vita”

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“Shuffle, droning saxophone tease, shuffle in time to the drum, trombone, clarinet”, “Strascicare di piedi al ritmo della batteria, del trombone, del clarino”. Ma perché il clarinetto deve diventare un clarino! Non sono la stessa cosa. No! Clarino non è sinonimo di clarinetto! Il clarinetto discende dallo chalumeau, il clarino era una tromba!

Ho scoperto un nuovo (e s-folgorante) colore: il giallo Bufalino

Qui pro quo - Gesualdo Bufalino

Ho scoperto un nuovo (e s-folgorante) colore: il giallo Bufalino.

 

Affermava lo scrittore: Dev’essere una sindrome di colpevolezza. Appena finisco di scrivere un libro, penso subito a giustificarmene. Stavolta no. Troppo evidente è che è scritto per gioco; ghiribizzo, capriccio, passatempo, scommessa. Non nasconde nulla. È un ghiribizzo mentale”.

 

Il castigo del marmoreo Eschilo s’abbatte sull’editore (di gialli) Medardo Aquila. Ironia della sorte!, pensare che un’aquila, all’epoca, scambiando l’antico drammaturgo per un masso, l’aveva freddato fracassandogli sul cranio una testuggine.

Il trapassato Medardo, anticipando il truce fattaccio, aveva redatto delle epistole per guidare le indagini future. Guidare. Si fa per dire. Aquila di nome e di fatto.

Tutti gli invitati/attori, ospiti prigionieri delle Malcontente, sfilano sul palcoscenico della residenza balneare dell’estinto. Ognuno ha la sua parte.  Soprattutto lei, Esther Scamporrino, alias Agatha Sotheby, voce narrante, aspirante scrittrice, nonché segretaria dello scomparso al quale aveva da poco sottoposto il suo inedito, intitolato Qui pro quo. Lei, delusa e rancorosa, non resiste tuttavia a promuoverlo, da “pagliaccio” a “caro pagliaccio”, grazie a un “codesto” anziché “questo” in chiusura di missiva. Ché lo stile fa la differenza.

Si srotolano parole e dubbi. S’indaga, sul luogo del fattaccio disseminato d’innumerevoli rimandi e citazioni da scoprire.

 

Narrazione dell’in-concludenza, divertissement che non manca di riflessioni.

Un romanzo-medicina. Ha fatto bene a lui, così come lo fa a noi.

Ah!, che bel leggere!

Hitler - Ian Kershaw, A. Charles Catania

Nel 1876 Alois Schicklgruber cambiò il proprio nome in Alois Hitler. Nel 1884, da Roma, giunse la dispensa ecclesiastica che autorizzava Alois a sposare Klara, sua cugina di secondo grado. Il 20 aprile 1889 nasceva il quarto figlio, il primo che sarebbe sopravvissuto all’infanzia: Adolf Hitler. Voleva fare l’artista. Invece divenne il “führer”.

 

Fino al 1918 era considerato un tipo eccentrico, tanto da suscitare scherno; nessuno avrebbe mai pensato di vederlo nel ruolo di leader nazionale. Nel ’19 iniziò il cambiamento. Osannato dalle masse e odiato dagli oppositori politici, Hitler, favorito dal frangente storico, politico ed economico intraprese la sua scalata al potere.  E così quell’uomo senza vita privata, egocentrico, anaffettivo fece del potere il suo “afrodisiaco”, e pareggiò i conti con le sconfitte subite negli anni della sua giovinezza, dalla bocciatura all’accademia d’arte al crollo di tutto il suo mondo nella sconfitta e nella rivoluzione del 1918. Tuttavia, quel che avvenne non è solo frutto di una responsabilità individuale: egli non s’impose con la forza al popolo tedesco, fu nominato cancelliere con procedure legali, in una società moderna e burocratizzata, colta, tecnologicamente evoluta. In apparenza civilizzata. Le sue idee erano note ben prima che salisse al potere. La Germania lo sostenne. O non si oppose, se si preferisce. In fondo, i tedeschi lo aspettavano, un fürher. Aspettavano un granello smargiasso con le sembianze di un gigante, un millantatore dalle grandi doti oratorie che dicesse quello che volevano sentir dire e che non avevano, loro, il coraggio di proferire, aspettavano un omuncolo repellente e tracotante capace di istigare all’odio, che desse il via a una violenza inaudita di portata mondiale come fosse ordinario svolgimento burocratico. La banalità del male.

Le conseguenze sono note.

 

L’autore del Mein Kampf non era un maniaco degenerato; fanatico, ossessionato dal potere, ma non folle, altrimenti bisognerebbe spiegare com’abbia potuto una nazione così evoluta com’era la Germania, lasciarsi trascinare nel baratro da un mentecatto. Quella Germania che aveva creato Adolf Hitler, che nella sua visione aveva scorto il proprio futuro ponendosi sollecitamente al suo servizio, e che fu partecipe della sua tracotanza…”. E che con lui fu sconfitta.

 

Opera imponente. Grande e rigoroso lavoro di Kershaw; uno studio attento e documentato su Hitler e il suo potere, un’analisi sulla società tedesca che, stravolta dalla sconfitta della prima guerra mondiale, politicamente ed economicamente instabile, contribuì al successo del führer.

Chissà, se Roma non avesse concesso a Alois di sposare la cugina, o se Adolf avesse seguito le sorti dei suoi fratelli; chissà se l’accademia d’arte l’avesse accettato, o chissà se la Germania si fosse comportata diversamente, se le potenze occidentali avessero reagito senza tentennamenti, chissà…  

Continuerò a chiedermi come sia potuto accadere, e come mai la Germania, e gli altri paesi europei non abbiano avuto la lucidità, la forza e il coraggio di rispondere fermamente una volta compresa la portata della tragedia che si andava profilando. Mi sono data delle risposte che vanno oltre le ragioni storiche e politiche, e non mi sono piaciute affatto. Tutto si concentra su ciò che siamo. E la puzza è tremenda.

Duri a Marsiglia - Gian Carlo Fusco, Giovanni Arpino, Tommaso De Lorenzis, Luigi Bernardi

Charles Fiori, giovanotto poco raccomandabile, ma serio, con Les Fleurs du Mal dentro la tasca fuggito dall’Italia fascista, trova “famiglia” nella mala calabrese che si spartisce Marsiglia con còrsi e catalani. 
Carles Fiori con Baudelaire in tasca. Oltre alla Walter.
Dopo tre anni di fanfaronate e romanticherie, ferocia e illegalità Charles l’abusif lascia questa Marsiglia che odora di sesso, soldi, droga e polvere da sparo, prima che si scopra la sua vera identità e i suoi trascorsi di libertario. E comincia un’altra storia. 
Lo dice lui, Charles Fiori, che un venerdì, di buon mattino, con la sua valigetta contenente il minimo degli indumenti, e Il pane di Krotpokin, Il tallone di Ferro di London e I Fiori del Male di Baudelaire uscì di casa in punta di piedi “con un po’ di struggimento nel petto” in cerca di libertà. Con in tasca il suo Les Fleurs du Mal.


Ah, Fusco Fusco!, pensare che sei stato ignorato e poi dimenticato, così, come si beve un caffè. Merdasse, mes enfants!

La vita è uno schifo - Léo Malet, Luigi Bernardi

Jean, questo Tristano al carboncino, questo Tristano senza Isotta, che, sopra un abisso di crudeltà e di tenerezza e sopra il frastuono delle mitragliette in azione, inalbera la bandiera color sangue e notte dell’inquietudine sessuale.” (da La vie est dégueulasse, 1948).

 

Jean Fraiger è un anarco-comunista. Ha due grandi sogni: distruggere il potere e conquistare Gloria, favolosa, sfuggente, sposata. Con alcuni compagni organizza una serie di rapine per finanziare la causa rivoluzionaria. E inizia il suo cammino verso il baratro. Male che genera altro male, che si nutre di se stesso, ingordo e feroce. Fino a quando per Jean sarà impossibile ricominciare a essere un altro uomo.

Gloria è il pensiero che batte alle tempie, al cuore, allo stomaco, Gloria è il sogno d’amore, è il miraggio di una vita possibile, è l’illusione di un mondo non ancora perduto. Non vede che quel mondo ancora saldo e integro è là, dove sono i minatori che rifiutano il suo denaro insanguinato, gesto che per Jean ha il sapore amaro del ripudio. La vita è uno schifo, si ripete. Rabbia e umiliazione lo spingono a nuova violenza. Arriva persino a liberarsi dei compagni diventati zavorre. Porta avanti la sua opera da solo. La vita è uno schifo, e lui è l’eterno beffato. In questa merda di vita ne avevo viste troppe per non desiderare di far comprendere agli altri, tramite la violenza, che un giorno avrebbero dovuto pagare salata la loro felicità a tutti quelli che non l’avevano conosciuta.”

Porta il peso di un lutto universale. È egli stesso un cimitero, afferma Jean.

La vita è uno schifo, ma si dovrebbe poterla cambiare. È possibile?

Sembra aprirsi uno squarcio di luce, ma è un barlume di speranza senza ombra di salvezza.

 

Nera, nerissima scrittura, potente e visiva, dal ritmo asciutto e serrato. Uno scontro fra emozioni discordanti.

Non avevo mai assaggiato un Malet.

Tumultuoso.

Spettacolare stordimento.

The Aspern Papers (Dover Thrift Editions) - Henry James

“Furfante di uno scrittorucolo!”

 

 

La gondola scivola pigramente lungo il Canal Grande, nell’abbraccio molle e indefinibile di un’estiva notte veneziana. Non lontano c’è il palazzo grigio e rosa, un tempo certamente splendido, residenza delle signorine Bordereau: l’ultracentenaria Juliana, che fu amante e musa ispiratrice del poeta Jeffrey Aspern, e la non più giovane nipote Tina. Pare che in casa sia conservato il carteggio amoroso fra Juliana e il poeta. Quivi giunge il protagonista, critico letterario, studioso e grande estimatore di Aspern, nonché voce narrante, disposto a tutto pur di prendere possesso dell’epistolario. Riuscirà a guadagnarsi la simpatia di Tina, a farsi ammettere in casa Bordereau. Si presenterà sotto falso nome, si offrirà di pagare qualsiasi cifra pur di avere qualche stanza del palazzo in affitto. Poi inizierà il suo lavoro diabolico e sottile.

 

Da una parte pare si cerchi  un accordo in nome dell’arte, dall’altro in quello dell’amore. Ma a ben guardare, è solo questione di profitto personale.

E il prezzo, come sempre in questi casi, è davvero alto.

Accoppiamenti giudiziosi - Carlo Emilio Gadda, Paola Italia, Giorgio Pinotti

«[...] i contratti di esclusiva sono deleteri per la pace e per l’attività di uno scrittore» scriveva Gadda a Garzanti il 4 agosto 1953. 
Infatti, dieci anni più tardi, nel ‘63 uscivano, contemporaneamente,Accoppiamenti giudiziosi per Garzanti e La cognizione del dolore per Einaudi, due editori che si detestavano e si contendevano lo scrittore.


Tel chì, Accoppiamenti giudiziosi in diciannove portate. Lauto pasto letterario, tutto da godere. 
Ricchissimo e creativo; spregiudicato misto di perbenismi, vizi, virtù, tristezze, ipocrisie e tormenti ben conditi e ben serviti sull’italico piatto fra eleganti lemmi e locuzioni dialettali.
C’è da bearsi! 
Io mi esalto a certi banchetti generosi, dissoluti, goduriosi. 
Infine, mentre si trastullan le papille intellettive, tra zampilli di parole e colte narrazioni, mi giunge l’eco dei “cicìc e ciciàc”. E sorrido satolla.
Ahhh, ingegnere, che abbuffata!


P.S. Splendida la postfazione di Paola Italia e Giorgio Pinotti.

Roberta e Franco, “figurine in un paesaggio d’estate padana”.

La bella di Lodi - Alberto Arbasino

 

 

La Roberta appartiene a quella grassa borghesia lombarda degli anni Sessanta, quelli del boom economico, della liberazione sessuale, quando saliva il benessere e cadevano i tabù.

 

La Roberta è “biondissima, stupenda di figura”, ha terra e vacche, gambe lunghe e buon appetito. Cura l’azienda agro-casearia di famiglia che rende un mucchio di dané.

La bella di Lodi a Milano non si sogna nemmeno di passarci l’inverno, ci va a fare shopping. E va di qua e va di là, fa un saltino sulle montagne svizzere e uno a Parigi, una puntatina a Roma e un voletto a Londra o a Montecarlo. Frequenta gente del suo ambiente in feste che s’afflosciano fra un “Ui ti!” e un “Se ghè!”.

Rompe la noia al mare, la Roberta. Ci va con la sua MG rossa. Cammina col foulard in mano, adocchia un “ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans chiari e ben stretti da pifferaio, sdraiato al sole che dormicchia o finge di dormicchiare”.   E si sdraia poco distante, sulla sabbia, e quasi s’addormenta anche lei.

Chi sarebbe questo strafico col gran pacco? È il Franco che s’è cambiato nome a quindici anni neanche, perché non gli piaceva Italo. È mica un borghese lui. Macché, il Franco è proletario. Una bestia, quasi. Fa il meccanico d’auto. S’avvicina alla Roberta e con la scusa di cercare l’accendino mette le mani nella borsetta. Ma è modo?

La Roberta guarda il ragazzaccio e le brucia la voglia. Dai, roba di una notte, roba da calda estate. Poi passa. Forse.

Sicché, il Franco-Italo che quando è felice fa dei versi che nell’ambiente della Robi non si son mai sentiti, che è rozzo e ignorante e anche un po’ sozzo, a lei piace tanto. E un uomo in famiglia farebbe comodo. L’ha detto anche la nonna. Quella che “comanda lei”.

Tuttavia il meccanico le dà tanti pensieri. Lui non spegne la tv o la radio o la luce, non chiude i rubinetti, mangia a quattro palmenti e presta i vestiti nuovi agli amici, mette via la roba sporca con quella pulita: calze, camicie, persino le mutande (ne ha un cassetto pieno di tutti i colori, compreso il modello leopardato); non vuole andare al cinema e non gli piacciono i dischi dei vecchi musical che lei adora, mentre a lui piace Gianni Morandi, esagerando Tom Jones. Soprattutto non ha il senso della proprietà, difetto massimo che si possa avere in certi ambienti. Come fa, la Roberta, a fidarsi di questo Franco dalle mani leste (non solo in quel senso), a dargli in mano gli affari? Però è bello e ha un pistolone da paura, che a farselo scappare è neanche da pensarci. Certo il Franco non c’ha riguardi in niente, ma la Robi, in fondo, gli vuol bene. Anche se gli manca il senso della proprietà. Eh, beh…

 

Arda lì, Arba, che bel quadretto che ci hai fatto!

 

 

P.S. La bella di Lodi, pubblicato nel 1972 è la riscrittura di un racconto apparso su “Il Mondo” nel 1960, da cui Missiroli, nel ’63,  ne trasse un film che porta lo stesso titolo.

Storia di Tönle - Mario Rigoni Stern

La vacca, immobile sulle rive del Moor, guarda verso mattina. Forse, aspetta il sorgere del sole. 

Tönle fa parte dell’Altipiano. Abita una povera casa di montagna, vive il suo tempo e la natura che lo circonda; vive la sua terra, che non è patria ma microcosmo schietto, semplice, concreto. Tönle è uomo di grande integrità morale, silenzioso, selvatico. Pastore e contadino. Contrabbandiere per necessità. Ogni inverno attraversa il confine, porta di là scarpe chiodate per gli uomini e vestiti per le donne, e di qua torna con acquavite, zucchero e tabacco. Scoperto e braccato, ferisce una guardia. Non gli resta che fuggire. Condannato a quattro anni vagola per le città austroungariche portando sulle spalle tanti mestieri e un solo pensiero. Così, a ogni inizio d’inverno, lascia tutto e torna alla sua casa, dalla donna che ama, madre dei suoi figli. L’amnistia gli consente di riprendere la vita abituale. Fino all’inizio della guerra e all’ignominia che porta con sé.
“… i signori, sia Italia sia Austria, sono sempre signori e per la povera gente, sia l’uno o sia un altro a comandare, non cambia niente. A lavorare toccava sempre a loro, a fare i soldati anche e a morire in guerra anche”.
I signori comandano, la povera gente ubbidisce. I signori li destinano al macello, li mandano a uccidere altri poveri cristi. E si muore. Per niente.
E poi la prigionia. E poi il ritorno. E poi la ricerca del suo piccolo mondo. E poi la sua pipa che porta alla bocca una volta ancora.
E mentre la vacca guarda verso mattina, io cerco quel ciliegio sul tetto, che c’era e non c’è più.

Scrittura pura, essenziale, onesta. Di quelle che non è facile trovare.
La “Storia” attraversata dalla “storia”, o viceversa. Dipende da quale punto d’osservazione si guarda. Mezzo secolo di vita è racchiuso in poco più d’un centinaio di pagine, evocative e pregne di significati. C’è molto Mario in Tönle, tanto che durante la lettura nel mio immaginario ne ha assunte le sembianze. Chissà, forse potrebbe essere la ragione per cui lo scrittore affermava che se Il sergente nella neve era il suo libro più importante, Storia di Tönle era il più bello.

Dove ho lasciato l'anima (Le strade) di Ferrari, Jérôme (2012) Tapa dura - Jérôme Ferrari

“In ogni uomo si perpetua la memoria dell’umanità intera. E l’immensità di tutto quello che c’è da sapere, ognuno già lo sa. Perciò non ci sarà perdono.”


È un romanzo ambientato durante la guerra d’Algeria. Ma riguarda la guerra in generale e tutti i suoi orrori.

La guerra è la maledizione dell'umanità. È figlia del Potere e dell’Impotenza. L’uomo la genera e la subisce. La guerra proclama carnefici e designa vittime, nomina torturatori e consegna martiri. Talvolta i ruoli s’invertono. Ed è terribile.

Risuona come rintocco di campana, o come macabro motto: “La memoria è senza pietà”. Il torturato di ieri si fa oggi torturatore, rinnegando ogni vecchio principio, cancellando ogni ideale, annullando ogni pensiero. Il senso di colpa, quando c’è, non basta a levare la coltre malefica, a muovere una reazione. L’umanità è perduta, la coscienza assopita, l’anima smarrita.

“Ha lasciato la sua anima lungo la strada, da qualche parte alle sue spalle, e non sa dove.”
Ci sarà mai salvezza?


È una scrittura asfissiante. Rimane impressa nella mente e lascia un senso di malessere profondo. Credo che Ferrari sia stato attento a non oltrepassare il limite del sopportabile, a fermarsi una parola prima che il raccapriccio allontani il lettore dal romanzo. Però opprime. Pone interrogativi grevi ai quali non vorresti rispondere, perché sai che qualunque risposta sarà sbagliata. E ti chiedi come sia possibile che quel velo cali sugli occhi. E sull’anima.

Bisogna prendere le distanze dai personaggi, lasciar decantare le parole e poi riprendere il pensiero. Alla fine ti trovi coi nervi scoperti, e ti dici che no, non è stato un divertimento. E no, non ti senti in pace.


Risvegliamo le coscienze, ritroviamo le anime perdute nella ferocia delle guerre, curiamole. Restiamo umani.

Morte dei Marmi - Fabio Genovesi

“…d’estate è Disneyland e per il resto dell’anno somiglia alla Transilvania.”

 

È la dichiarazione d’amore per la terra che gli appartiene. Lo fa con stile agrodolce, con ironica malinconia. Con intelligenza, attento a cogliere tutte le sfumature che cambiano scenario e gente. Guarda il paesaggio che al mutare delle stagioni si dilata e si deforma, e non resta che attendere la fine dell’estate per riappropriarsi della sua dimensione umana, vera. È la sua terra, anche se l’han comprata i “marziani in Lacoste” e trasformata in bomboniera, levandola ai versiliesi, gente ruvida, gente riottosa e greve, astiosa e maldisposta, un popolo che vive di turismo e insieme è il meno ospitale del pianeta”. È la sua terra, e anche se gli altri sono andati via, lui resta a Forte dei Marmi, perché “un paese non è morto se ancora ci vive qualcuno”.

 

Scrittura diretta, dolceamara, amorevole e graffiante, garbata e irriverente.  

 

P.S. Non è mica vero che i libri leggeri pesano sempre poco.

Xingu. Testo inglese a fronte: 5 - Edith Wharton, M. Maffi

Che si fondino Lunch Club per raccogliere cacciatrici di erudizione che “inseguono la Cultura in gruppo quasi fosse pericoloso affrontarla da sola”, o s’invitino le Orsic Dane di turno, scrittrici dall’ego espanso e dal dubbio talento; oppure si levino in coro le voci delle varie signore e signorine Ballinger, Plinth, Glyde, Van Vluyck, Leveret, in vuoti discorsi e insulsi commenti, finché esisterà una Fanny Roby che dichiara candidamente d’aver appena letto Trollope ma nessun’opera della scrittrice del momento, che crea scompiglio e demolisce il castello del nulla parlando di Xingu, saremo al sicuro.

Mrs Wharton, mi sono proprio divertita. Poche pagine di cattiveria pura. Xingu!