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Patricija

Gatta ci cova

Mia figlia, Don Chisciotte - Alessandro Garigliano

“Mia figlia, don Chisciotte”, o come sfidare il quotidiano con la fantasia.

Quando sento nominare don Chisciotte a me batte subito forte il cuore, si aprono porte che la realtà sottrae alla vista ma non alla mente. Tutto è ciò che è e non ciò che un istante prima era.
Questo libro è arrivato come dono inaspettato. Regalo prezioso e gesto d’affetto di un cuore sensibile. L’ho guardato a lungo, affascinata e dubbiosa. Lì dentro c’era il mio don Chisciotte. E se l’autore l’avesse trattato senza rispetto o senza amore? Poi ho aperto il libro e ho iniziato il viaggio.
Viaggio chisciottesco bello e coraggioso. Viaggio lungo la linea di confine tra il reale e il fantastico, con deviazioni ora qua ora là.
A condurre è lei, tre anni, principeffa don Chisciotte. Lui, quarantenne Sancio Panza segue, agghindato da docente universitario per mascherare la sua precarietà.
Figlia e padre.
E il mondo attraverso i loro occhi.
Viaggio d’amore per la vita, per la letteratura, per don Chisciotte e il suo scudiero. Viaggio folle e sapiente, dove le figure romanzesche servono a introdurre riflessioni alte sulla genitorialità, sul rapporto fra bambino e adulto.
Viaggio carico d’amore, di tenerezza, di paure e incertezze.
Quando la principeffa don Chisciotte osa, il saggio Sancio trema e prova a contenere. Quando la principeffa don Chisciotte chiede, papà Sancio cerca di esaudire.
E è fuor di dubbio che se là si trovano i Giganti, qua c’è uno zoo con la porta rosa e pesci invisibili.

 

Come scrissi a don Chisciotte (la creatura di Cervantes) dopo la rilettura: Ridano pure gli stolti. Continuino a ravvisare mulini a vento al posto dei giganti.
Viviamo folli finché possiamo, ché a morir savi siam sempre a tempo.

 

P.S. Ale, non spargiamo troppo la voce sulla principeffa in groppa a Brummante. Lo dico solo a te, faceva così anche mio padre con me trienne. Solo che il suo Brummante era primitivo rispetto al tuo. Mi faceva sistemare davanti, sulla “gobba” di scorta.

 

P.P.S. Nasciamo don Chisciotte e ce ne andiamo Sancio Panza. Forse è giusto così, per permettere ai nuovi don Chisciotte di stupirsi e stupirci. Ma è bello, quando possibile, tornare fanciulli, smettere il ruolo di Sancio e riabbracciare quello di Chisciotte. Non smettiamo d’essere bambini. almeno un poco.

Specchio delle mie brame - Alberto Arbasino

In un afoso e infuocato meriggio di fine estate, in terra gattopardesca, la pantera baronessa si trastulla l’istitutor. Oibò!

Lui è un banale Michele ma giovanottaccio e fustone, Madonna e san Francesco al collo, e smisurate erezioni in bella mostra. Oh!!! Che impressione!!!

Nei mesi d’estate, con la scuola in vacanza, il banale e ben fornito Michele dà ripetizioni al secondogenito della baronessa un po’ porcella Fulco, che rischia (parola di mater familias) di diventare cieco, calvo, pazzo, paralitico, sifilitico, contrarre malattie apocalittiche, apoplettiche.  Addirittura andare all’Inferno; vien da dire che sia il male minore.

Fra una premonizione catastrofica al pupo e un austero ammonimento all’impacciata figlia, la vogliosa Stefania e il banale Michele-sempre-pronto proseguono, a ruoli alterni, nelle porno-rappresentazioni sado e maso. Sempre a sipario chiuso. Ma non troppo.

All’arrivo di Judy Faggotty, istitutrice gallese, caruccia e atletica, chiamata per erudire la primogenita pingue Francesca, il banale Michele si strugge d’appetito per lei (l’istitutrice, si capisce), con effetti drammatici per la baronessa e le sue voglie. Come può mai pensare donna Stefania di replicare specchio! specchio delle mie brame! dimmi! chi è la più bella dama del Reame delle Due Sicilie?, quando al tacer dello specchio corrispondeva una mano misteriosa che schiudeva la finestra? Vi pare che l’ingorda baronessa non possa trovare soluzione? Eh già che la trova! La trova, la trova. E con vantaggi più che certi. Divertimento senza pudore. Purché non si sappia! Per carità!

Che piacer, che piacer, che sarà!

Ah, ah, ah; ah, ah, ah!

Che piacer, che piacer, che sarà!

Ah! Inutile! Inutile, signore mie! Come recita il vecchio adagio: al kitsch non si comanda!

Non era così?

 

Pastiche gaudente, beffardo e pecoreccio, con citazioni disseminate. Qua e là, s’intende. E luoghi comuni sparsi e spersi tra il dire e il fare (c’è di mezzo il Michele).

Non divertitevi troppo. Anzi sì!

La virtù di Checchina - Matilde Serao

Matilde dichiarò al dux: “Io sono antifascista”. E tastapelata le inviò una fotografia che lo ritraeva accanto a un feroce felino, con tanto di dedica autografa: “A Matilde Serao perché decida quale delle due belve è la più feroce, e tuttavia con grande devozione e simpatia fervida, Mussolini”. Ma le sue manifeste posizioni non piacevano certo al duce. La punì ostacolandone la candidatura al premio Nobel, che fu invece assegnato a Grazia Deledda.

 

 

I Primicerio sono borghesucci. Lei, Checchina, trascorre la sua smorta esistenza subendo un marito - il dottor Toto Primicerio - taccagno fino all’osso, che mangia, dorme russando grassamente con la bocca aperta e la testa cadente su una spalla; e Susanna, la serva dall’occhio indagatore di beghina, che mal sopporta perché sempre sospettosa e bisbetica.

Quando l’amica Isolina passa a salutarla, le parla delle sue storie d’amore segrete, si lamenta di quanto costi e quale tormento sia l’amore. All’insaputa del marito ha qualche amante e, insomma, non potrebbe darsi un poco da fare anche lei? Ché “L’amore è una gran bella cosa, Checchina mia”. Scostumata!  

Poi arriva lui, il bel Marchese d’Aragona. L’ha invitato a pranzo il dottor Primicerio. Il marchese frequenta le famiglie nobili, dà del tu a tutte le principesse romane. Il marchese la saluta con garbo, le dedica attenzioni e complimenti, fa scivolare un bacio sul collo di Checchina. La invita a recarsi da lui mercoledì, dalle quattro alle sei. No, mercoledì! Venerdì, allora. Stessa ora.

E lei passa le notti assaporando il sogno d’amore e il giorno a fremere tra mille esitazioni. Però, com’è eccitante l’amore!

Infine decide. Andrà. Va. Non ha pensato al portinaio. E quello del palazzo dov’ella ha appuntamento, ha  “brutto e brutale, una di quelle facce irriverenti che disanimano i timidi.”

Ah, Checchina, Checchina! Parliamo di virtù e invece era timore!

 

Matilde, avrei martellato il testone del dottor Primicerio coi tacchi sottili delle scarpette, e avrei cacciato un panno in bocca a quella bacchettona di Susanna. Ma mi sono divertita che non hai idea. Anzi, sì che ce l’hai!

Elogio dell'ozio - Robert L. Stevenson, V. Candiani

In un momento d'ozio puro ho preso questo millelire di Stevenson.

Ode e lode all’ozio!

Mi fermo qui, altrimenti s’interrompe lo stato d’ozio. Sarebbe una tragedia.

 

E ricordate: Se una persona non è felice se non rimanendo in ozio, in ozio deve rimanere”.

Traffici con l'aldilà - Alfred Döblin, Enrico Arosio

Ed eccoli qua, un morto ammazzato, un manipolo di spiritisti capitanati da un medium suonato che di nome fa Wiscott, agenti di polizia inesperti grati ad amici e conoscenti dell’estinto che han deciso di risolvere il caso andando per vie spiritiche. Wiscott, dopo vari e disastrosi tentativi ce la fa, riesce a evocare lo spirito giusto: il vecchio e grasso birraio van Steen, che compare più vivo (si fa per dire) che mai. Amici, consoci e agenti vogliono sapere da lui i particolari sull’omicidio. Il birraio sbigottisce, non sa nulla, nemmeno d’esser trapassato. Diamine, che scherzo è questo? La smettano, è debole di cuore, potrebbe prendergli un colpo! Wiscott e van Steen avviano una lunga e intima conversazione e, infin, lo scomparso si rassegna alla sua sorte. Quanto è orribile la vita tra gli uomini, […], ti trattano in maniera atroce e poi muori per un buco in testa.

Nelle sedute successive il birraio arriva, senza farsi attendere, accompagnato da una banda di spiriti impazienti di parlare attraverso il medium che, poveretto, fatica a reggere la situazione. Ciascuno a dir la sua simultaneamente! Dall’aldilà e dall’aldiqua è tutto un sibilo: psst! Non si capisce niente!

Wiscott è il cannocchiale usato dall’aldilà per guardar di qua.

Ogni seduta è una sorpresa. Fra un vaneggiamento e l’altro si ricostruisce il fatto.

Volete sapere chi è l’assassino? Non è il maggiordomo. To’!

 

Divertente e arguta parodia tutta da godere.

Ferragus - Honoré de Balzac, B. Besi Ellena

Auguste sorprende Clémence, di cui è segretamente innamorato, procedere a passi furtivi in direzione di rue Soly, la più stretta e meno praticabile di tutte le vie di Parigi”. Una donna ricca, bella e casta si reca, al calar del giorno, in una casa infamante? Sconvolto dalla scoperta, dopo averla spiata, inizia la sua opera per insinuare il tarlo del dubbio nel marito di Clémence, Jules.  C’è un uomo, un uomo certo di dubbia moralità. Il suo nome è Ferragus.

La tragedia incombe.

Il sospetto uccide. Ma l’amore ch’era esclusivo e puro rimane. Fino all’ultimo fiato. Fino a quando cala il silenzio in questa città, dove “... tutto fa spettacolo, anche il dolore più sentito. C’è gente che si mette alla finestra per vedere come piange un figlio seguendo il feretro della madre, come ce n’è di quella che si procura un posto comodo per vedere come cade una testa. Nessun popolo al mondo ha avuto occhi più voraci.

Fra la tragedia e le storie di varia umanità si schiude un inno d’amore per Parigi, il più delizioso dei mostri, dove le soffitte sono una “… sorta di testa piena di scienza e di genio; i primi piani, ventri felici; le botteghe, veri e propri piedi; […]. Tutte le porte sbadigliano, girano sui cardini, […]. Insensibilmente le articolazioni scricchiolano, il movimento si propaga, la via parla. A mezzogiorno, tutto è vivo, i camini fumano, il mostro mangia; poi ruggisce, poi le sue mille zampe si agitano.”

 

Honoré, non sarà il tuo capolavoro, ma di Parigi, regina delle città, gran cortigiana di cui si possono intendere testa, cuore e capricci odo ancora l’eco del suo respiro.

 

 

Ferragus, primo romanzo della trilogia “Storia dei tredici”, fu dedicato all’amico compositore Hector Berlioz. Ne suggerisco la lettura ascoltando la Sinfonia Fantastica (godetevi anche l’ascolto puro).

Ci sono molte belle interpretazioni di questa sinfonia. Ne ho scelte due: l’interessante esecuzione su strumenti d’epoca dell’Orchestre Révolutionnaire et Romantique diretta da Gardiner,

https://www.youtube.com/watch?v=C3pA38q-hoY

 

e la versione diretta da George Pretre perché ne conservo un personale e indimenticabile ricordo.

https://www.youtube.com/watch?v=FFT0Zp3U7Fw&t=10s

Conservatorio Di Santa Teresa - Romano Bilenchi

Quando si parla di romanzo non possiamo riferirci al numero delle pagine, né alla presenza di un intreccio. Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza. (Romano Bilenchi)

 

Conservatorio di Santa Teresa uscì nel 1940. In poche settimane vendette più di quattromila copie. Per l’epoca, un successo. Bilenchi rifiutò la seconda stampa per ragioni politiche e per ribellarsi ai tagli apportati al romanzo dalla censura fascista.

In un’intervista, di esso affermò: Conterrà molti difetti, tutto quel che vuole, ma se lo rileggo ora è l’unico mio libro che mi emozioni e mi sembra il mio libro migliore, anche se quando cominciai a scriverlo avevo soltanto ventisei anni ed ero molto, ma molto più asino d’oggi.”

 

Sergio è un bambino dal sentire amplificato, dalla fantasia sfrenata. Facile agli entusiasmi e altrettanto pronto a disperarsi.

Sergio contempla il mondo che lo circonda. Contempla la vita, quella della natura e quella degli uomini. Ne è attratto. E un po’ la teme.

Sergio è troppo adulto per i suoi anni. Sarà immaturo domani.

Sergio vive fuori del tempo, ma il suo scorrere lo porterà dal sogno al disincanto.

Sergio è emozioni mai gridate. E quando accade, è un grido improvviso e muto. È lo sguardo meravigliato, è la bocca spalancata per la gioia esasperata o l’angoscia soffocante.

Sergio è ricerca d’amore e paura dell’abbandono.

Sergio è una lacrima succhiata in fretta. È lo spavento di precipitare.

Poesia del disagio e del desiderio, Sergio rimane sulla pelle. Come la salsedine dopo che s’è salutato il mare. Solo che non se ne va sotto l’acqua che scorre. Resta.

 

Scrittura intima, pura. Onesta.

E bella, bellissima.

La peste scarlatta - Jack London, O. Fatica

Diecimila anni di cultura e civiltà svaniti in un batter d’occhio, “fugaci come schiuma”.

 

La peste scarlatta uscì nel 1912 sulla rivista “The London Magazine”. In Italia fu pubblicato nel 1927 dalla casa editrice Sonzogno.

 

Nel 2013 un’epidemia falcidiò l’umanità. Pochissimi i sopravvissuti. Sessant’anni dopo, uno di questi, l’ottuagenario professor Smith racconta al nipote dodicenne Edwin e ad altri ragazzi la storia della Morte scarlatta. La società è regredita, il sapere perduto; l’unico modo per tramandare la storia è il racconto orale, ma i giovinetti non comprendono il linguaggio del vecchio. Il suo racconto pare loro farneticante. “Il mondo era pieno di gente. Stando al censimento del 2010 l’intera popolazione mondiale era di otto miliardi... […]sì, otto miliardi di persone vivevano sulla terra quando attecchì la Morte Scarlatta.” A quel tempo comandava il Consiglio dei Magnati dell’Industria. Smith era un professore universitario. Apparteneva, come diversi privilegiati, alla classe dirigente. Poi c’erano gli altri, chiamati da quelli come Smith “uomini liberi”. Ma solo per scherzo. In realtà erano schiavi, vivevano delle briciole, e se osavano ribellarsi subivano punizioni o lasciati morire di fame. L’epidemia non fece distinzioni fra potenti e miseri. Gli scampati imbarbarirono tutti allo stesso modo col degradare della civiltà.

 

Uomini, bambini e animali sono ora ugualmente selvaggi, in questo luogo primitivo, dove ognuno cerca di difendersi, domare, prevalere. I puma spingono i cavalli fino al mare. I leoni marini mugghiano sulla scogliera. L’ultimo aereo ha solcato il cielo sessant’anni fa. Testimoni di quel mondo lontano rimangono i binari orfani invasi dalle erbacce. E alcuni volumi della biblioteca del professor Smith custoditi in una grotta. La Storia tragicamente interrotta riprende il suo cammino, ma il vecchio sa che tutto si ripeterà. Il cerchio si apre. Il cerchio si chiude. In un moto perpetuo.

“La polvere da sparo tornerà. Niente potrà impedirlo... la stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini si combatteranno. La polvere da sparo permetterà agli uomini di uccidere milioni di uomini, e solo a questo prezzo, con il fuoco e con il sangue, si svilupperà, un giorno ancora lontanissimo, una nuova civiltà. E a che pro? Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova. Ci vorranno forse cinquantamila anni per costruirla, ma finirà per estinguersi. Tutto si estingue.”

Le veline di Mussolini. «Le espressioni 'occhi bellissimi' sono eccessive e bisogna evitarle» - G. Ottaviani

Avete presente quei librini belli belli, i Millelire di Stampa Alternativa? Quelli che “li leggi in pochi minuti” e li ricordi per sempre? Quelli che “gli butti un occhio” e ti trovi all’ultima pagina e un po’ ti dispiace?

Ecco, questo è uno dei Millelire. Era un momento di pausa. Lui era lì. Io pure. Lui ha occhieggiato. Io ho fatto lo stesso. Capita.

E così…

C’era una volta Testapelata che con una serie di provvedimenti legislativi, cancellò la libertà di stampa.

Tronfio e cialtrone, mani sui fianchi, testa alta e mascellone sportente ai direttori dei giornali italiani si rivolgeva così: Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un Regime; è libero perché,nell’ambito delle leggi del Regime,può esercitare, e le esercita,funzioni di controllo, di critica, di propulsione…

 

Nel librino si trovano alcune veline (comunicati) trasmesse ai giornali fra il ’35 e il ’43, prima dal Ministero per la Stampa e la Propaganda e poi dal Ministero della Cultura Popolare. Attraverso le veline Testapelata comandava cosa e come scrivere o cosa tacere sui giornali.

 

“Commentare simpaticamente il Foglio di Disposizioni del Partito con il quale si realizza la piena unità politica e tecnica della stampa fascista. Mettendo in rilievo l’accenno del Popolo d’Italia e concludere manifestando l’orgoglio dei giornalisti italiani i quali, indistintamente, sono sempre stati, sono e saranno agli ordini del Partito” (28.11.1939)

 

P.S. Sentite la sonora pernacchia?

Pierre e Jean - Giacomo Di Belsito, Mario Picchi, Guy de Maupassant

Nel 1887 Maupassant inizia a scrivere Pierre e Jean, che realizzerà in soli due mesi, cogliendo spunto da un reale accadimento. Un amico ha ricevuto in eredità una somma notevole da un frequentatore della di lui famiglia. Pare che il padre di quest’amico fosse vecchio e sua madre giovane e bella. Non è un fatto così raro da destare sconcerto, ma lo scrittore inizia a riflettere sull’importante lascito e, fra una congettura e l’altra, si fa spazio l’idea che svilupperà nel romanzo.

Pier e Jean esce sulla “Nouvelle revue” del dicembre 1887 e del gennaio 1888, poi in volume edito da Ollendorff, con l’aggiunta di una prefazione (che fa scalpore) per raggiungere le trecento pagine, numero indispensabile per considerarlo romanzo.

Bastano le parole di Zola per capire cosa sia Pierre e Jean: “una meraviglia, opera di verità e di grandezza che non può essere superata”.

 

Al termine della familiare gita in barca in compagnia di Rosémilly, vedovella giovane e graziosa alla quale entrambi i fratelli dedicano le loro attenzioni, il notaio Lecanu comunica ai Roland che il signor Leon Maréchal ha lasciato tutti i suoi averi al figlio secondogenito, Jean. Pierre, stupefatto e geloso per la fortuna capitata al fratello, inizia a sospettare che la generosità del vecchio amico di famiglia celi una verità terribile e ripugnante. Ciò che scoprirà Pierre, uomo introverso, solo e smarrito, sarà causa di gravi e grandi sofferenze. Per lui. Sconterà una colpa che non gli appartiene. S’imbarcherà come medico di bordo sulla Lorraine, col cuore gonfio di rabbia e dolore, mentre gli altri lo saluteranno con l’indifferente cortesia che si riserva a un estraneo, per tornare subito dopo a riprendere la commedia della loro vita fatta d’ipocrisia, convenienze ed egoismo.

 

Guy, affiorano le tue paure e ossessioni. Le voci che ti volevano figlio d’un amore nascosto ti hanno perseguitato.

E colpisce sempre il tuo bisogno di vita, quella vita che hai morso e goduto forse per disperazione.

Mi piacerebbe poterti abbracciare.

Lume Lume - Nino Vetri

Svagatissima e umana scrittura, caleidoscopica nel suo procedere. Vetri spessi e colorati. Immagini incerte che si fanno di limpidezza assoluta.

Varchi la pagina, e sei in un altro mondo. Il mondo è una casa di ringhiera. Il mondo, come la vita, scorre, passa e va.

Nostra patria è il mondo intero. Nostra sorella l’umanità.

Smettiamola di temere lo “straniero” più del nemico perché meno definito. Salviamo la memoria, condividiamo le culture. Uniamo coscienze e conoscenze.

E traduciamo Lume lume. ‘nceproblè!

C-așa-i lumea, trecătoare,

Unul naște, altul moare,

Ăl de naște necăjește,

Ăl de moare putrezește,

Lume, soră lume!

Ché è così il mondo: passa e va.

Uno nasce e l’altro muore.

E chi nasce ha sol disgrazie

E chi muore imputridisce

Lume, sorella lume!

 

 

P.S. Però, Nino che mi traduci Quello che nasce si diverte/Quello che muore imputridisce”: quello che nasce non si diverte ma soffre, e “bucce di uova” e “clarino” (da musicista capirai) no se puede leer!

Ecco, l’ho detto. Ché io ci ho il sobbalzo facile. ‘nceproblè! :D

 

Le ragazze di Sanfrediano - Vasco Pratolini

Siamo a metà del ’48 e a Pratolini servono lilleri. Nasce Le ragazze di Sanfrediano, storia del declino di un “piccolo Casanova di suburbio”.

 

Bob è così, un granello smargiasso. Il suo nome è Aldo, ma si chiama Bob perché somiglia (chissà s’è vero) a Robert Taylor, l’attore. Insomma, bello è bello, coi suoi baffini chiari. Bob è il galletto di Sanfrediano. Le ragazze se ne invaghiscono e sognano di farlo ardere d'amore.

Mafalda, Tosca, Gina, Silvana, Bice e Loretta sono come le giovanette che riempiono le antiche novelle: “belle, gentili, audaci, sfrontate”. Tutte corteggiate da Bob; ognuna convinta d’esser l’unica.

Scoperto l’inganno, le fanciulle, trasfigurate in bellicose Erinni, si uniranno per dare una lezione al baffino rubacuori.

Ma Sanfrediano non può restare senza il suo dongiovanni. Così, calato su Bob che è tornato a essere Aldo, il sipario si leva su Fernando, che ora sarà Tirone. E le ragazze torneranno a struggersi d’amor.

 

Ah, la prosa di Pratolini! Vasco. Come il mi’ babbo.

Abdul Bashur, sognatore di navi - Álvaro Mutis, Fulvia Bardelli

Abdul Bashur, sognatore di navi è gioco di vita e morte, è abbraccio d’amore e amicizia, è capacità di vivere il presente senza rinnegare il passato, è saper abitare la miseria senza cedere alla cupezza. È coraggio di rischiare, è capacità di godere. È la forza di saper navigare a vista e scrutare l’orizzonte, è osare guardare oltre, è l’inesauribile voglia di inseguire i propri sogni.

È imparare a far derivare dai sogni che non si avverano mai solide ragioni per continuare a vivere”.

Forse, è anche la “fortuna” di poter chiudere gli occhi col sogno che sorride poco lontano.

 

È uno di quei libri che esplodo. Dopo. Quando non te l’aspetti.

La donna in bianco - Stefano Tummolini, Wilkie Collins, Paolo Ruffilli

Come i lettori che dal 26 novembre 1859 al 25 agosto 1860 seguirono ammaliati le vicende de “La donna in bianco” uscite a puntate sulla rivista “All the Year Round” dell’amico e collega di Wilkie Collins, Charles Dickens, altrettanto fanno i lettori di oggi.

Il segreto del fascino narrativo lo svelò lo scrittore stesso: Make’em laugh, make’em cry, make’em wait (falli ridere, falli piangere, falli attendere).

E questo romanzone dalla scrittura seducente, un po’ giallo, un po’ gotico e un po’ melodrammatico cattura il lettore, lo imprigiona nei luoghi, nel reticolo degli accadimenti, lo tiene sospeso nell’attesa di “ascoltare” le testimonianze dei personaggi. E a mano a mano emergono fatti e complotti, si svelano buoni e cattivi, si contrappongono bene e male, senza sfumature, senza mezzi toni.

Su tutti si leva lui, l’ambiguo e diabolico conte Fosco. Lui che chiederà e ci chiederà: Cos’altro siamo (chiedo) se non fantocci in un teatrino da fiera?

 

Epperò una domanda la pongo anch’io a chi ha già letto il romanzo. Forse qualcosa m’è sfuggito, ma come può Walter aver sposato l’amata se in quel momento ella era priva della sua identità?

Eh?

 

 

P.S. Il refuso è quella cosa... (scriveva Rodari)

Metto sempre in conto di scorgere qualche refuso, non trovarne è una rarità. Alcuni, però, pesano più di altri. Per esempio questo.

Terzo libro.

A Marian appare in sogno Walter col quale ha un dialogo.

[…]“La pestilenza che uccide gli altri non mi ucciderà”[…]

[…] “Le frecce che colpiscono gli altri non mi colpiranno” […]

[…] “Il mare che travolge gli altri non mi travolgerà” […]

[…] “La pestilenza che consuma, la feccia che colpisce, il Mare che inghiotte…”[…]

E così, la freccia diventa feccia.

(Ciò non toglie nulla alla bellezza del testo. E chissà, magari nelle prossime edizioni il refuso svanirà)

Frankenstein: ovvero Il moderno Prometeo - Mary Shelley

Victor Frankenstein ha dato vita a una creatura senza nome e senza possibilità di appartenere al mondo. Per la sua creatura non ha provato amore ma raccapriccio. Non accettazione ma odio. L’ha rinnegata e costretta alla peggior solitudine.

Victor Frankestein voleva essere Dio prima ancora d’essere uomo. Cieco e avido, voleva la gloria. La sua creatura, invece, chiedeva solo un po’ d’amore.

Chi è il vero mostro, Victor Frankenstein?

 

Cercavo amore, compagnia. E venivo sempre respinto. Non è ingiusto? Devo essere considerato l’unico colpevole quando tutta l’umanità ha peccato contro di me? Perché non disprezzate Felix, che ha scacciato un amico dalla sua casa coprendolo di ingiurie? Perché non odiate il contadino che ha tentato di sopprimere chi aveva salvato la sua bambina? No, questi esseri sono virtuosi, puri! Io, l’infelice, l’abbandonato, sono un aborto che si rifiuta, si prende a calci, si calpesta.

 

Quanti sono i Victor Frankenstein sulla terra?

Il pino e la rufola - Ezio Taddei

Seguace di Errico Malatesta, Ezio Taddei fu arrestato nel ’21 e condannato a otto anni di carcere. Nel ’29, a pena quasi conclusa, organizzò uno sciopero della fame per ribellarsi alla decisione del direttore di privare i politici di ogni lettura. Per punizione fece altri cinque anni di detenzione. Uscì nel ’33, con obbligo di residenza nella sua città natale, Livorno. Tentò la fuga in Svizzera, fu catturato e subì altri due anni di prigione. Quando uscì, fu mandato al confino, prima a Ponza, poi a Bernalda, un paesino della Basilicata. Nel ’38 riprovò a raggiungere la Svizzera. Ci riuscì. Da lì passò in Francia e nel ’39 raggiunse l’America, dove divenne amico di Carlo Tresca, giornalista e editore del settimanale “Il martello”. Nel ’43 Tresca fu assassinato, Taddei indagò personalmente e vennero allo scoperto sporchi legami tra politici, giudici corrotti e mafia. Taddei divenne personaggio scomodo, nel ’45 fu espulso come indesiderabile e rimpatriò. Un anno prima aveva pubblicato a New York il suo romanzo “Il pino e la rufola” (The pine and the mole).

 

Anni Venti. Livorno fra sentenze e tribunali, stracci rattoppati e sete fruscianti, lotte operaie e oscuri fascismi, parole d’amanti e sapori di puttane. Nei salotti “bene”, disturbano i lamenti delle sirene che dalle fabbriche e dai piroscafi si levano in segno di rivolta per l’uccisione di due operai a Firenze; borghesia infastidita più dalla geremiade della sirena che dal traffico di bambine della Gugliotti che “tiene” ad accontentare lor signori. Attorno, un mondo di reietti sciancati nel corpo e nell’anima.  Ed è qui, il terreno fertile per i sogni e i più alti ideali. Qui, dove gli uomini sono maltrattati, abusati, sfruttati. Dimenticati. La Storia s’insinua nelle vie, nelle case, nelle vite, nelle storie personali. Tutto si fonde e si fa racconto corale di forza straordinaria.

La scrittura di Taddei si leva potente, ruvida, pregna di quell’amore che “l'angelo povero della letteratura italiana” (come lo definì Giancarlo Vigorelli) mostra per i più deboli. Graffia, segna e non si cancella.

 

Taddei era un autodidatta. Non aveva studi, apparteneva al mondo dei diseredati. La bellezza della sua scrittura è data dalla grandezza del suo cuore.

Niente, c’è niente da fare. Gli scrittori sono quelli che hanno tanto da dire e da dare. Non servono corsi di scrittura né lezioni di stile. Bisogna avere dentro la rivoluzione. E lasciarla esplodere. Il resto è fuffa.

 

 

P.S. Grazie Gian Carlo Fusco, che mi hai fatto scoprire Taddei tramite il tuo libro “Gli indesiderabili” e grazie Spoon River per averlo ripubblicato. Ma soprattutto grazie a te, Ezio, che mi hai permesso di stringere fra le mani un fiore tanto bello.