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Patricija

Gatta ci cova

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La paura - Gabriel Chevallier

«… se per avere un eroe bisogna massacrare diecimila uomini, preferisco fare a meno degli eroi. Sappiate infatti che la missione a cui ci destinate, forse, voi non sareste in grado di compierla. Nessuno può giurare sulla propria saldezza di fronte alla morte finché non se la trova davanti».

 

Il ventenne Dartemont, alter ego di Chevallier inizia ponendosi un interrogativo: cos’è la guerra? tutti ne parlano, tutti ci vanno, ma cos’è, in realtà, la guerra?
Penso alle parole di Bourne: “La guerra è la salute dello stato”. Si crede di morire per la Patria e si muore invece per il Potere.
Stupidità, povertà e ignoranza generano uomini che credono e obbediscono all’ordine di capi e padroni. E ciò rende possibile gli eserciti e le guerre.
Si traveste da ideale un atto criminale e si condannano a morte esseri umani colpevoli della propria docilità.
Chi dà ordine al massacro sorride tracotante pensando alla vittoria. Milioni e milioni di vittime servono a soddisfare la vanità imbecille che manda il mondo in rovina.
Quelli che vanno “alla guerra” non sono pupazzi, sono uomini fatti di carne e di paura.
“Paura”, ecco la parola maledetta. “Paura”, parola impronunciabile. Perché se solo affiora alle labbra del soldato lo trasforma in ciò che realmente è: un povero cristo mandato al macello.
Ci va coraggio, e tanto, per raccontare la paura del soldato al fronte che rischia la vita per combattere una guerra insensata.
Non si racconta la paura, non si deve. Meglio narrare grandi e piccole imprese, eroiche, coraggiose, piene di ideologia e amor di patria, mentre un povero cristo subisce la guerra chiedendosi perché.
Chevallier affida a Dartemont il compito di raccontare l’orrore e la paura. Perché non si può non provare paura quando si leva un ruggito dalle creste montane e si vede trasformare in lava di sangue la carne degli uomini.
Non è possibile non provare orrore e paura quando si cammina fra e su cadaveri che esalano miasmi nauseabondi, quando si calpesta ciò che rimane di un altro essere umano. Un braccio, una gamba, una testa senza corpo. Come si fa a non provare paura?

 

Per quanto paradossale, ho trovato nella durezza disperante di certe pagine la più alta espressione di umanità.

 

“Vivo come un animale, un animale che ha fame, che ha sonno. Non mi è mai capitato di sentirmi così istupidito, così vuoto di pensieri. Ora capisco che lo sfinimento fisico, togliendo alle persone il tempo di riflettere e riducendole a provare solo bisogni elementari, è un sicuro mezzo di dominio. Capisco che se gli schiavi si assoggettano tanto facilmente è perché non hanno più le forze per tentare una rivolta, né l’immaginazione per concepirla, né l’energia per organizzarla. Capisco l’astuzia degli oppressori, che privano gli sfruttati dell’uso del cervello piegandoli sotto il peso di fatiche spossanti. Certe volte mi sento sul punto di cadere in balìa di quella specie di sortilegio causato dalla stanchezza e dalla monotonia, in quello stato di passività animale che accetta qualsiasi cosa, in quello stato di sottomissione che equivale all’annientamento dell’individuo. La mia facoltà di giudizio si ottunde, tollera tutto e capitola”.

 

“La paura” pubblicato nel 1930 e ritirato nel ’39. Scomodo e pericoloso lasciarlo circolare liberamente mentre nuova “carne da macello” si apprestava a cadere. Se fosse stato letto, forse ci sarebbero stati tanti renitenti in più. E tanti tantissimi morti in meno da piangere.
Un libro che non dovrebbe mancare nelle biblioteche, fra i libri di testo, nelle librerie, nelle case. Leggetelo. Regalatelo. Diffondetelo.