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Il tulipano nero

Il tulipano nero - Alexandre Dumas Viaggio, in compagnia di Monsieur Dumas, nella laboriosa Olanda repubblicana del “secolo d’oro” .
Giunti all’Aia vedo, in lontananza, un nugolo di sagome dirette verso il Buitenhof. Ci avviciniamo. Chissà, dico io, ci sarà uno spettacolo. Si sente vociare, ma ancora nulla si vede. Ci affacciamo dalla carrozza e chiediamo ragione di tanto schiamazzo. Perdiana! Quei bravi borghesi de L’Aia hanno appena fatto a pezzi i cadaveri dei fratelli de Witt, Jan e Cornelius. Guardo Monsieur Dumas, dico: Andateci piano, per favore! Perché lo so che tutto quel che accade è per vostra volontà!
Ridacchia, lui. Se cominciamo così, siamo a posto.

Per fortuna la nuova meta è la piccola e ridente Dordrecht, con le sue casette bianche e rosse, i suoi mulini a vento, i suoi fiori variopinti. Una di queste case illuminate dal sole, appartiene a Cornelius Van Baerle ed è stata, prima, del padre e del nonno. Il padre col suo commercio aveva accumulato tanto denaro da rendere ricco il figliuolo. Monsieur Dumas mi racconta che il vecchio Van Baerle, prima di accomiatarsi dal mondo, aveva dato un suggerimento al giovane Cornelius: «Se vuoi vivere davvero, mangia bevi e spendi, perché non è vita lavorare tutto il giorno seduto su una sedia di legno o in una poltrona di cuoio, dentro un laboratorio o dentro un negozio. Pure tu morirai, e se non ti toccherà la fortuna di avere un figlio il nostro nome si estinguerà, e i nostri fiorini, pieni di stupore, si ritroveranno con un padrone sconosciuto, quei bei fiorini ancora nuovi che abbiamo pesato soltanto io, mio padre e chi li ha fusi. Soprattutto non prendere esempio dal tuo padrino Cornelius de Witt, che si è buttato in politica, la più ingrata delle carriere, e che di sicuro finirà male». Quel Cornelius de Witt? Chiedo io. Sì, lui. La cosa non mi rassicura. Mi racconta che il giovane Van Baerle ha investito parte dell’eredità paterna per dedicarsi alla sua passione, i tulipani. Poi Monsieur Dumas leva il dito a indicare un’altra abitazione, proprio accanto a quella di Cornelius. Lì, mi spiega, abita un altro uomo con la stessa passione, un certo Isaac Boxtel. Un tipo sgradevole, bassetto, calvo, sguardo torvo e gambe storte. E invidioso. Tanto. Monsieur Dumas aggiunge che un giorno entrambi cercheranno di far nascere il tulipano nero. Fiore che renderà al suo creatore 100mila fiorini (lui lo sa, per questo mi racconta cosa accadrà). Anche in una piccola e ridente città, dove si coltivano fiori, allo stesso modo si crescono serpi. E Boxtel nutre entrambe le creature.
Non faccio a tempo a porre una domanda che mi ritrovo in quel postaccio, dove c’è la prigione del Buitenhof. Ecco, mi dice Monsieur Dumas, qui c’erano i fratelli de Witt, e qui finirà il giovane Van Baerle. E perché, di grazia? Risponde che lo saprò a tempo debito. Toh!
Tuttavia afferma che qui Cornelius incontrerà un altro fiore. Il fiore della sua vita. Dopo il tulipano.
Monsieur si stropiccia un baffo, maschera un sorriso, mi suggerisce di voltare la pagina, ché la via è ancora lunga. La ricompensa garantita.

Monsieur Dumas, si mormora che uno dei vostri “ghostwriter” (un certo Maquet, pare) abbia versato parecchio del proprio inchiostro per Il tulipano. Ditemi, è vero? E nel caso, lo avete almeno ben retribuito?

P.S. Edizione digitale Newton Compton. Diversi refusi. E passi. Però: “…quattrocentomila fiorini che il signor Van Baerle figlio aveva trovato ancora intatti alla morte dei suoi cari genitori, nel 1668, benché quei fiorini portassero tutti una data di conio intorno al 1640 e alcuni addirittura del 1810, il che provava che nel mucchio c’erano dei fiorini del padre di Van Baerle e anche del nonno di Van Baerle”. Non è che avranno avuto la macchina del tempo per fare un salto nel 1810, no?