11 Followers
10 Following
Patricija

Gatta ci cova

Currently reading

Hitler
Ian Kershaw, A. Charles Catania
Gli Impiegati
Honoré de Balzac

La vita del signor de Molière

La vita del signor de Molière - Mikhail Bulgakov, Ljiljana Avirović Rupeni 13 gennaio 1922.

“Sono qui: indosso una gabbana dalle ampie tasche, nella mano una penna d’oca, non d’acciaio. Mi ardono davanti candele di cera, il mio cervello è in fiamme.
«Signora – le dico – avvolgete con più cautela il bambino e non vi scordate che è prematuro. La sua morte sarebbe una grave perdita per il vostro paese».
«Dio mio! La signora Poquelin ne partorirà un altro!».
«La sinora Poquelin mai più riuscirà a partorirne uno simile, né un’altra signora nel corso di molti secoli».
«Voi mi meravigliate, signore».
«Io stesso ne sono meravigliato! Sappiate che dopo tre secoli in un lontano paese io mi ricorderò di voi solo perché avete tenuto in braccio il figlio del signor Poquelin».
«Io ho tenuto in braccio bambini anche più nobili».
«Che cosa intendete con l’espressione “nobili”? questo pargoletto diventerà più celebre del vostro attuale regnante Luigi XIII ed anche del sovrano che lo seguirà e verrà chiamato Luigi il Grande, ovvero il re Sole! Signora mia, c’è un paese lontano, a voi sconosciuto, la Moscovia. Lo popola una gente che parla una lingua inconsueta al vostro orecchio. Tra non molto anche in questo paese si diffonderà la parola di colui che ora assistete. Un polacco, il giullare dello zar Pietro I, la tradurrà non dalla vostra, ma dalla lingua tedesca in quella lingua barbara»”
(pp. 3-4)

“Alle nove della sera uscì portata una bara di legno. In testa venivano due preti muti. Accanto scortavano il feretro dei chierichetti che reggevano ceri smisurati. Dietro fluiva un bosco di fiaccole e tra la folla che lo accompagnava si notavano i seguenti illustri personaggi: il pittore Pierre Mignard, lo scrittore di favole La Fontaine, i poeti Boileau e Chapelle. Tutti stringevano le fiaccole in pugno e dietro di loro camminavano in fila i commedianti della compagnia del Palais-Royal, e infine si dipanava una folla varia di circa duecento persone. Mentre percorrevano una via, si aprì una finestra e una donna stupita chiese ad alta voce:
«Chi seppelliscono?»
«Un certo Molière» rispose un’altra donna.
Quel tale Molière fu portato al cimitero di Saint-Joseph e inumato in quell’area che era destinata ai suicidi e ai bambini morti senza battesimo. Nella chiesa di Saint-Eustache un prete informò in poche parole che il 21 febbraio del 1673, martedì, era stata data sepoltura nel cimitero di Saint-Joseph, al tappezziere e valletto reale Jean-Baptiste Poqueline”
(p. 317)

Nel mezzo ci sono il teatro e la vita. E soprattutto c’è l’Arte, quella vera, l’Arte che non può camminare a fianco, e men che mai a braccetto col potere. E sono proprio la purezza dell’Arte e l’inadattabilità all’imposizione del potere ad essere comuni a Bulgakov e Molière. Per questo sentimenti, pensieri, avventure e disavventure dei nostri due eroi corrono parallele, si intrecciano, si uniscono rendendo uno, specchio dell’altro. Tempi e luoghi scompaiono. Rimane l’integrità, intellettuale e, ancor prima, umana. L’integrità che fa paura perché è sanguigna, viva, forte e trascinante. L’integrità che va repressa, calpestata e spezzata con qualunque mezzo e senza perdere tempo per evitare che sia lei a piegare il potere.
E succede anche per “La vita del signor de Molière”. Il mezzo: la censura.

Finito il libro (siamo al 5 marzo 1933), Michail scrive in una lettera indirizzata al fratello Nikolaj: “…Se il destino una volta ti porterà all’angolo della rue Richelieu e della rue Molière, ricordati di me! A Jean-Baptiste de Molière porta il mio saluto!”.
Ma il 7 aprile dello stesso anno, ecco che una recensione negativa di A. Tichonov, sul manoscritto di Bulgakov, censura il lavoro e le allusioni dello scrittore alla realtà sovietica. Gli viene suggerita una rielaborazione del romanzo che Michail rifiuterà di fare. Il manoscritto vedrà la luce solo nel 1962.

“Il Reggitore del mondo non si toglieva il cappello davanti a chicchessia, tranne davanti alle dame, e non si sarebbe naturalmente recato al capezzale di Molière. E infatti non lo fece nessuno degli aristocratici. Il Reggitore del mondo si stimava immortale, ma quanto a ciò penso che fosse in errore. Era mortale come tutti, e di conseguenza cieco. Se non fosse stato cieco, forse si sarebbe recato dal morente, perché così avrebbe potuto intuire quali cose contano nel futuro e, probabilmente, avrebbe provato il desiderio di unire il proprio nome alla vera immortalità”. (p. 8)