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Patricija

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Augustus. Il romanzo dell'imperatore - Antonella Lattanzi, John Edward Williams, Bruno Oddera

"Il giovane, che non conosce il futuro, vede la vita come una sorta di avventura epica, una sorta di Odissea attraverso mari sconosciuti e isole ignote, dove metterà alla prova le proprie capacità e scoprirà la propria immortalità. L’uomo di età matura, che ha vissuto il futuro sognato un tempo, vede la vita come una tragedia. Ha imparato che il suo potere, per quanto grande, non potrà prevalere contro le forze del caso e della natura a cui dà il nome di dèi, e ha imparato che è mortale. Ma il vecchio, se recita a dovere la sua parte, deve vedere la vita come una commedia. I suoi trionfi e i suoi insuccessi si fondono, e l’uno non è motivo di orgoglio o di vergogna più dell’altro, e lui non è né l’eroe che dimostra il proprio valore contro queste forze, né il protagonista che ne rimane distrutto. Come ogni misero e pietoso guscio d’attore, finisce per rendersi conto di aver recitato tante di quelle parti da non essere più se stesso".

 

Ci va coraggio a scegliere come protagonista la figura di Ottaviano Augusto. E ci va coraggio a servirsi di un’impalcatura narrativa costruita su epistole e pagine di diario. Ci va coraggio sì.
Williams avverte il lettore immediatamente: non è un saggio storico, è “solo” un’opera d’immaginazione.
Ed è con le lettere di Giulio Cesare, Cicerone, Bruto, Nicolao di Damasco, Orazio, Ovidio, Livia, Virgilio ecc., con le dichiarazioni di Irzia, con le pagine di diario di Giulia, Agrippa, Rufo che si apre il sipario sulla Roma imperiale coi suoi giochi politici e di potere, ambizioni e corruzione, congiure e inganni, amori e tradimenti, spietatezze e poesia.

 

Bellissime le pagine del diario di Giulia da Pandataria (Ventotene)

 

“Nella prigione di quest’isola la mia vita è finita e io, con indifferenza, mi pongo interrogativi su cose a cui non mi sarei mai interessata, se la mia esistenza non avesse dovuto finire…”.

 

Straordinaria l’ultima parte, con la lunga lettera di Ottaviano a Nicolao di Damasco.

 

"Più volte mi sono domandato se mia figlia abbia mai confessato a se stessa la portata della propria colpa. L’ultima volta che la vidi, lo so, stravolta e addolorata com’era per la morte di Iullo Antonio, non ci riuscì. Spero che possa non riuscirci mai, che viva la sua esistenza persuasa di essere stata vittima di una passione da cui fu condotta alla rovina, e non di aver partecipato a una congiura che si sarebbe certamente conclusa con la morte di suo padre, e quasi certamente avrebbe distrutto Roma. La prima conseguenza avrei potuto consentirla, la seconda no. Ho dimenticato ogni rancore che posso aver provato contro mia figlia, poiché mi sono reso conto di come, nonostante il suo ruolo nella congiura, sia sempre esistita una parte di Giulia che rimase la bambina affezionata al padre, forse troppo adorante. Una parte di lei che dovette indietreggiare inorridita rendendosi conto di quanto sarebbe stata costretta a fare."

 

Scrittura magistrale. Pagine di grande bellezza. Alcune così intense da commuovere.