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Patricija

Gatta ci cova

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L'Opera Galleggiante - John Barth, Henry Furst, Martina Testa

Ho letto accelerando (per quanto possibile) l’attività cerebrale perché mi chiedevi di capire rapidamente “ora” - che in quel preciso istante era ormai un inesorabile “allora” - dato che forse non saresti vissuto sino alla fine del capitolo. Allo stesso modo avrei potuto avere lo stesso destino io, no? Mica poco, Barth. Furbacchione.
E in fondo, perché prendermi tanto disturbo nel rincorrere i tuoi virtuosismi postmoderni?
Lo hai detto tu, o meglio, lo ha detto Todd: “Questa è l’enorme domanda, nelle sue mille forme oziose”.
Scimmiotto io: Avendo osservato la prima di copertina de L’Opera galleggiante, potrò guardare anche la quarta? Avendone iniziato la lettura, riuscirò a finirla? Se Todd perderà il filo del racconto, lo troverò? Avendo fatto aaa-, farò anche -hhh? Se mi porrò domande, mi risponderò?
Incarichi Todd di raccontare la sua lunga giornata e io penso a Joyce e al suo Ulisse; gli fai affermare “Le differenze di grado conducono a differenze di genere” e io penso a Darwin. Così inizio a prendere il largo. Anch’io. Vedi?
Siamo esseri divaganti, instabili, galleggianti. Appunto.
Sono scesa dall’Opera galleggiante e mi pare che la terra non sia così ferma. Anzi mi sembra che ondeggi sensibilmente.
Barth, in quarta di copertina leggo che L’Opera galleggiante è carica di spirito nichilista e humor nero, di critica di costume e spunti metanarrativi.
A Todd hai fatto dire che in sostanza non c’è nessuna “ragione” ultima per attribuire un valore ad alcunché.
In mezzo c’è tanto altro. Sommerso dalla voglia di dimostrare la tua grande destrezza con le parole. E questo mi spiace. “Sono il genio del postmoderno. Sapevatelo!” fa a cazzotti col cinico nichilismo. Ma come dicevo prima, siamo esseri divaganti, instabili, galleggianti. Nulla più.
Viviamo e moriamo a rate. O a puntate. O a capitoli.


Ciao, Barth!