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Capolavoro

I viceré - Federico De Roberto, Leonardo Sciascia

Si apre il sipario sulla morte dell’abominevole vecchia principessa Teresa che - nominando eredi universali Giacomo, primogenito, e il terzogenito Raimondo suo prediletto - dà il via alla giostra dell’odio e dei contrasti. Stirpe dal sangue corrotto, capaci di tutto e del suo contrario. Personaggi brutti e brutali. E quando non lo sono si rivelano privi di qualsivoglia personalità. C’è chi calpesta e chi accetta per convenienza.
Cinici e crudeli gli Uzeda. Massima espressione della prevaricazione che il forte compie sul debole. All’interno del nucleo familiare, in ambito politico o clericale. Dominio e denaro. Essenza dell’avidità. Fallimento degli ideali risorgimentali. Trionfo della cupidigia già al primo vagito dell’Italia unita. Politica e società corrotte. Intrighi di potere messi in atto da una macchina che passa e schiaccia tutto e tutti. Tresche e passioni. Amori e convenzioni. Meschinità e ambizioni.

 

C’è una frase pronunciata da don Gaspare, terrificante nella sua lucida e sarcastica schiettezza. Racchiude l’anima degli Uzeda “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…”.
Sono gli Uzeda. Ma gli Uzeda siamo noi.
Una famiglia in disfacimento. Il disfacimento di una nazione.
L’Italia di ieri specchio di quella odierna. La politica di ieri come quella di oggi.

 

Magnifico il discorso elettorale di Consalvo: l’orgia del nulla.
Sempre sue le parole che c’illuminano amaramente: ”La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, […] ma la differenza è tutta esteriore”.

 

Benedetto Croce, perché diavolo hai voluto stroncare questo capolavoro? Posso dirti che hai toppato alla grande? Lo dico!