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Lettere alla figlia (1877-1902) - Jane Calamity

Tanti ne hanno scritto e di tutto è stato detto su Calamity Jane, fino a mettere in dubbio la sua esistenza e a trasformarla in figura mitologica.
La sua tomba è a Deadwood accanto a quella di Wild Bill Hickok, l’uomo che lei amò. Calamity disse che dal loro amore nacque una figlia che chiamò Janey e affidò a genitori adottivi per darle una famiglia che potesse amarla e crescerla nel miglior modo possibile. Gli storici dubitano dell’esistenza di Janey. Di conseguenza il diario-lettera che copre il periodo che va dal 1877 al 1902 sarebbe frutto di fantasia.
Figura indefinibile e contorta, fuori da ogni canone, grande bevitrice, aperta all’amore maschile quanto femminile. Bugiarda nelle sue dichiarazioni pur biasimando la menzogna. Morì a soli 51 anni, cieca e inabissata nella povertà e nella sporcizia che lei detestava tanto.
Io non so se sia frutto di verità o fantasia.
So che le poche pagine di questo diario-lettera indirizzate alla figlia sono cariche di sentimenti. Amore, dolore, rabbia, voglia di riscatto, di considerazione. Voglia di libertà. quella libertà che permette a ogni individuo d’essere prima di tutto se stesso.
C’è un costante invito rivolto a Janey, non dar retta alle chiacchiere altrui, non farsi influenzare dall’altrui pensiero.
È un testamento, una confessione alla figlia, che saprà soltanto dopo la sua morte.
”Qualche volta mi ubriaco un po’ Janey ma non faccio male a nessuno. Devo fare qualcosa per dimenticare te e tuo Padre ma non sono una donna di Facili Costumi Janey, se lo fossi non sarei qui a curare la gente e fare la guida e guidare le diligenze. Ma è così che mi credono a Billings e a Deadwood. All’inferno anche loro. Ma la predica non può venire da un pulpito di nessuna di queste due città…”.

 

Una frase mi ha molto colpita, dolorosa e pregna d’amore: ”Striscerei sulle ginocchia soltanto per esserti vicina”.
E penso alla moltitudine di figlie/i cui non è mai giunto un messaggio d’amore.