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Patricija

Gatta ci cova

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Aprire il fuoco. - BIANCIARDI Luciano -

Con Bianciardi succede “un quarantotto. Anzi, un cinquantanove”.
Il precettore gioca coi suoi discenti a disquisire sulle parole. Al complesso gioco lessicologico s’aggiunge quello temporale.
E così Oriana Fallaci è al braccio del conte Porro, Gassman e Tognazzi in compagnia di Pellegrino Rossi e del generale Aloja.
Quel certo Signor G. con la chitarra in mano canta Porta Romana proprio là, a quella Porta dove la folla lo applaude infervorata.
Frigoriferi e automobili capovolte danno forma alle barricate di quel ’59, e gli insorti di Linate armati di schioppi, falci, roncole e forconi hanno a capo un novello Jannacci.
Sennonché una rivoluzione per esser tale deve durare. Altrimenti fallisce. E “dovunque la rivoluzione ha cessato di essere permanente, là è ritornata la tirannia".
Accade allora che il Radetzky di turno riprende il comando, ripristina l’ordine, impone qualche grasso gabello ai ricconi che non pagheranno e il volgo meschino, povero e diviso si sentirà salvato e acclamerà il dittatore.
I noti facoltosi riparano in Svizzera salvando il malloppo. Il precettore si ritira a Nesci col vecchio Mauser fedele compagno nelle cinque giornate. Scruta ancora dalla finestra, giù verso il gabellino, attente un segno. Se arriva un altro aguzzino è pronto ad aprire il fuoco.
E a sognare. E a credere che un’altra rivoluzione è possibile. Ancora.
Quelli come lui non si adeguano. Non si arrendono. Mai.

 

Sembrerebbe divertente. Se non fosse per la rabbia, il dolore e la delusione per una rivoluzione fallita. Per un Risorgimento mancato.

 

Ascoltate Luciano. Leggete Pisacane prima del dottor Guevara.