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Il figlio segreto del Duce. La storia di Benito Albino Mussolini e di sua madre, Ida Dalser - Alfredo Pieroni

Malati di mente per ordini superiori

 

Nel febbraio del 1913, Ida Dalser, giovane, intelligente e bella, apre a Milano il suo “Salone Orientale d’Igiene e Bellezza Mademoiselle Ida” accolto con entusiasmo dalle signore benestanti che vogliono farsi più belle.
Gli affari vanno benissimo, vuole che i giornali parlino di lei e della sua impresa. Si rivolge al direttore di un importante quotidiano, un certo Mussolini, uomo dai modi bruschi ma affascinante. È un dongiovanni, ha già collezionato un buon numero di cuori femminili: Giovannina, Chiletta (la Rachele che sposerà), Fernanda, Leda, Angelica, Margherita e via così. Ora tocca a Ida. Purtroppo. Al primo appuntamento il suo cuore è già parte della nota collezione.
Benito è in un periodo difficile. Ha dovuto lasciare “l’Avanti!” per il suo interventismo, è solo e senza risorse economiche. Ida è molto generosa. E innamorata. Lo accoglie in casa, per lui vende il suo salone di bellezza, impegna i mobili per pagargli i debiti e per aiutarlo ad aprire il suo giornale “Popolo d’Italia”.
Benito dichiara a Ida di volerla sposare. Lei non sa che lui è già padre di una bambina, Edda, nata il 1° settembre 1910.
L’11 novembre 1915 nasce il figlio di Ida e Benito: Benito Albino. Ida scrive a Benito per informarlo.

 

C’è un documento del sindaco di Milano che attesta che “la famiglia del militare Mussolini Benito è composta dalla moglie Dalser Ida e di figli numero uno”. Il matrimonio dovrebbe essersi celebrato con rito religioso.

 

Ma il 17 dicembre Mussolini sposa, con rito civile, Rachele incinta del secondogenito.
Per Ida è un duro colpo. Inizia la sua battaglia. Trascina Mussolini in tribunale per far riconoscere il bambino e ottenere un mantenimento. Suo figlio è riconosciuto Benito Albino Mussolini e il padre dovrà versare 200 lire mensili.
Gli scontri tra Ida e Benito proseguono. Lei gli lancia insulti dal cortile del “Popolo d’Italia”, lui s’affaccia alla finestra bestemmiando con la rivoltella in mano. Ida diventa scomoda, pericolosa. Lei avanza altre richieste, lui non sopporta di sentirsi perseguitato. Se ne deve liberare.
Nel 1926 Ida finirà in manicomio, prima a Pergine e poi a Venezia. I parenti riusciranno a farle visita una sola volta. Morirà, disperata, senza aver più rivisto suo figlio, nel 1937.
Il piccolo Benito Albino viene affidato alla sorella. Ma anche Benitino, crescendo, crea qualche problema. Viene tolto l’affidamento allo zio e dato a Bernardi. I passaggi successivi saranno quelli di mandarlo lontano e cambiare il cognome da Mussolini a Bernardi. Ma la somiglianza col padre è compromettente. I servi del regime agiscono, sottraggono tutto ciò che può essere dannoso per il loro padrone. Il ragazzo viene spedito a Shanghai su una nave militare. Ma è ancora poco. Con l’inganno lo fano rimpatriare. Benito Albino crede che la madre sia morta. Arrivato a Taranto lo prelevano e lo conducono a Mombello. In manicomio. Gli fanno firmare un documento in cui egli dichiara di riconoscersi parzialmente alienato e chiede il ricovero. È il 1935. Manca poco alla sua maggiore età. Ci fosse arrivato da “libero”, avrebbe potuto riappropriarsi il cognome che gli spettava e metter mano al capitale (notevole allora) di 100mila lire che lo zio Arnaldo Mussolini gli aveva destinato. Trattato con iniezioni d’insulina lo mandano in coma per nove volte. Il 26 agosto 1942, a 26 anni, Benito Albino muore.

 

La prima persona a essere informata è Mussolini. Come la morte di Ida gli aveva causato un attacco di bruciore allo stomaco, lo stesso effetto sortisce l’annuncio della morte di suo figlio.

 

In una delle lettere (mai spedite) che Ida scrisse dal manicomio a Mussolini si legge: “Ti perdono solo perché sei padre di mio figlio”.
Nella stessa lettera, aggiunge:
“…chissà che un giorno tu pure non finisca lacerato più delle tue vittime… Che il cielo ti salvi… Va’ là Duce che sei un povero uomo!”.