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Patricija

Gatta ci cova

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Essere donne nei lager di Chiappano, A. (2009) Tapa blanda - A. Chiappano

Arrivate al campo non sono più donne. Quelle fortunate diventano numeri, forza lavoro, cavie per esperimenti. Nude, depilate, rapate, violate nel corpo e nella mente. La maternità è negata, offesa. Le donne incinte devono lavorare come le altre, dalle 12 alle 14 ore al giorno, non devono rallentare la produzione. Quindi si fanno abortire. Fino all’ottavo mese. Il feto, che spesso è un bambino vivo si brucia nella stufa e la madre è rispedita immediatamente in fabbrica. Nel ’43 il dottor Trite concede alle donne di partorire, ma il neonato viene strangolato o annegato in un secchio d’acqua sotto gli occhi della madre. In seguito il comandante Suhren destina la baracca 32 alle donne gravide alle quali è concesso di tenere il bimbo. Nelle braccia delle madri, che non ricevono alcun sostegno per far sopravvivere i figli appena nati, i neonati sono inesorabilmente condannati a morte. Poche ore, qualche giorno. Il pianto si fa sempre più debole. Poi si spegne. Per sempre.
È una delle atrocità subite dalle donne. Forse la peggiore.
Ma ce ne sono tante altre. La sterilizzazione eseguita con ferri roventi, per esempio.
La violenza fa parte dell’ordinario quotidiano.
Vittime vessate da aguzzine. Donne che si scagliano con brutalità inaudita contro altre donne.
Le sorveglianti, camerate SS, godono punendo le detenute. Le frustano aumentando il numero delle nerbate se gridano per il dolore. Calpestano sotto gli stivali le più deboli, le investono con la bicicletta se non si spostano per tempo. Partecipano alle esecuzioni capitali.
Nonostante ciò, le prigioniere hanno la forza di rimanere unite, di sostenersi. Si scambiano persino ricette là, nell’inferno in cui per pranzo arriva una zuppa lurida di acqua e rape con una fettina di pane e per cena una scodella di pappa d’orzo sporco. Parlano dei loro piatti tradizionali, trascrivono le ricette su un quadernetto là, nell’inferno in cui si rischia la vita per rubare una buccia di patata dall’immondizia. Si riscaldano con i ricordi. Trovano il modo di resistere e fare la loro Resistenza. Sono donne private della loro identità ma non della loro anima, del loro coraggio, della loro intelligenza, della loro sensibilità. Quelle che sono tornate dall’inferno hanno raccontato. Ora sta a noi diventare voce della loro memoria.

 

“Essere è non dimenticare per contribuire a rendere più umano il mondo” dice Mario Luzi. Cerchiamo di essere, non dimentichiamo. Non stanchiamoci di dare il nostro piccolo contributo. Forse lasceremo ai nostri figli un mondo più umano. Un mondo migliore.