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Le donne e l'olocausto: Ricordi dall'inferno dei lager - Lucille Eichengreen, Errico Buonanno

“Le donne e l'Olocausto”. Titolo ingannevole. L'originale è “Haunted memories”. Uguale uguale, proprio.
Mr Marsilio, non va bene così! Ché uno s'aspetta di trovare una cosa e invece ne trova un’altra. E sorvolo sul termine “Olocausto”.

 

E ora il libro.
Sono molto imbarazzata e peso le parole per questo mio commento, lo dico con tutta sincerità. Lo sono perché l’argomento è delicato, perché non è un romanzo ma un libro di memorie. Lo sono perché mi pare di fare torto all’autrice, protagonista di quell’inferno che fu la Shoah. Mi rendo conto che per chi ha vissuto le atrocità dei Lager sia doloroso, talvolta impossibile, scavare nel proprio vissuto e raccontare. Lucille Eichengreen al secolo Cecilia Landau, nacque ad Amburgo il 1° febbraio del 1925. Il 30 gennaio 1933, due giorni prima del suo ottavo compleanno, Hitler salì al potere. Da quel momento la sua vita fu stravolta. Unica della famiglia a essere sopravvissuta alla follia nazista, venne liberata a Bergen-Belsen il 15 aprile del 1945. Cinquant’anni dopo iniziò a scrivere i suoi ricordi. Negli anni Ottanta, li riordinò e da essi ne sortirono tre libri.
Lucille confessa: «Parte del materiale mi sembrava difficile da riportare sulla carta... Quello che era successo a mia sorella, ad esempio... mi era impossibile da scrivere. Era tutto così difficile!».
E forse proprio la difficoltà che lei riconosce è causa di una certa superficialità narrativa. Certo è che, ingannata dal titolo, mi aspettavo un’analisi, un approfondimento sulla condizione femminile durante la Shoah. Rimane tutto accennato, sospeso. Insomma, non farei leggere questo libro a chi è digiuno in materia perché ne trarrebbe una visione storicamente inconsistente. Personalmente in certi momenti ho avuto voglia di chiudere il libro. Non l’ho fatto perché una vittima merita d’essere ascoltata (o letta) qualunque sia il suo modus narrandi.
Non l’ho fatto perché il suo dolore è ancora vivo il 15 aprile 2010 a Bergen-Belsen, durante la visita al campo di concentramento: «Furono in migliaia a essere lasciati qui, gettati in fosse comuni senza nome. Avevano sperato di vedere la pace, avevano immaginato un futuro dopo la guerra, ma il destino aveva deciso altrimenti. Tutti loro, come Anna Frank, avevano creduto nella bontà degli esseri umani. A me era toccata una seconda possibilità: quella di vivere e ricordare il passato. Non potevo dimenticare, e non potevo perdonare».

 

Una nota sulla seconda di copertina. Trovo un po’ presuntuoso dichiarare: “Le donne e l’Olocausto è uno dei pochi memoriali che si concentra esclusivamente sulle donne”.
Ce ne sono, ce ne sono. Basta prenderli e leggerli.

 

P.S. La traduzione.

Sarò insofferente, ma trovare tre volte l’espressione “a spizzichi e bocconi” e “Avevamo le gambe che ci sanguinavano per i CALCIONI che ci assestava coi suoi stivali con la punta di ferro...” mi ha un tantino infastidito. E non ne sentivo la necessità.