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Jewish Women Prisoners of Ravensbruck - Judith Buber Agassi

Maggio 1939. A Ravensbrück sorgeva – unico nel suo genere – un Lager destinato alle donne.

Judith Buber Agassi, storica e sociologa (sua madre, Margarete, fu internata proprio a Ravensbrück per cinque anni) insieme a un team di ricercatori, hanno ricomposto – grazie alle testimonianze di 138 sopravvissute intervistate, ai documenti conservati negli archivi in Germania, Israele e Stati Uniti, alle liste di trasporto e di decessi – un pezzo di Storia della Shoah meno noto, quello delle oltre 16.000 ebree, fra donne, ragazze e bambini che hanno vissuto l’orrore del campo di Ravensbrück.

Diviso in cinque parti, il libro ripercorre i sei anni di esistenza del campo di Ravensbrück e la sorte delle tante ebree di età, provenienza, credo, estrazione sociale, istruzione e professione differenti, vittime della follia nazista.

Le donne sopravvissute a Ravensbrück raccontano storie di crudeltà e sadismo inimmaginabili da parte di guardiane e guardie SS, e di alcuni dei loro aiutanti non tedeschi.

Frammenti di vita ancora vivi, ricordi dolorosi come le umiliazioni subite non solo dalle SS, ma anche da una parte della popolazione civile tedesca.

Ed ecco, alle guardiane che accompagnano a scudisciate le prigioniere, s’affiancano cittadini tedeschi che sputano su queste ultime mentre camminano, oramai ombre di se stesse, per le strade delle cittadine adiacenti al campo. In contrapposizione, si riferiscono casi che mostrano un lato più umano, come quello degli agricoltori che gettano patate oltre il recinto del piccolo campo di Türkheim nel giorno di Pasqua del 1945 o di persone che offrono patate alle deportate durante la marcia della morte da Auschwitz.

E ancora, tedeschi che scagliano pietre contro le donne sfinite dalla fame durante una marcia di evacuazione da un campo di lavoro e altri che invece buttano patate.

Vissuti che scatenano sentimenti contrastanti. Così, c’è chi accoglie il bombardamento degli Alleati sulle città tedesche e la sofferenza della popolazione civile tedesca come condanna all’intero popolo tedesco identificato come il male, e chi afferma di non aver provato alcuna gioia di vendetta assistendo alla fuga di migliaia di civili tedeschi miserabili alla fine della guerra.

Halina Nelken, per esempio, descrive la sua lotta col problema della moralità della vendetta, e spiega: “Migliaia di volte avevamo sognato la vendetta per il male enorme commesso dai tedeschi, e io non ero riuscita a vendicare nulla. Improvvisamente ho compreso che nessuna vendetta era adeguata, nemmeno una morte per una morte. Non potevo farlo, non potevo! Non volevo essere il loro giudice. Farli vivere con la loro coscienza sporca. Io ne avevo abbastanza di sangue, cadaveri e odio”.

 

Scritto importante. Le testimonianze rafforzano il lavoro di Judith Buber Agassi aggiungendo quel senso di umanità, seppur terribilmente doloroso, all’accurato e meticoloso succedersi di date, informazioni, grafici, diagrammi, mappe, immagini.

E proprio la presenza della memoria di chi ha potuto raccontare fa sì che il libro di Judith non sia solo una successione distaccata dei fatti, ma ponga al centro dell’opera la ricerca per dare la dignità di un’identità - una memoria - a migliaia di donne.

 

P.S. Pubblicato da Texas Tech University Press nel 2014, spero che – prima o poi – venga tradotto in italiano.