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Le donne di Ravensbrück - Testimonianze di deportate politiche italiane - Anna Maria Bruzzone, Lidia Beccaria Rolfi

Lidia Beccaria Rolfi, Bianca Paganini Mori, Livia Borsi, le sorelle Lina e Nella Baroncini raccontano la loro esperienza.
A Ravensbrück la giornata inizia presto, alle 3 e mezzo circa. La sirena urla. Anche le guardiane urlano. Impartiscono ordini che le prigioniere di tutte le nazionalità imparano subito: «Schnell… rasch… Ruhe… los…!». È l’ora dell’appello. Tutte sull’attenti. Sotto la pioggia. Sotto la neve. Schiaffeggiate dal vento e dalle parole. All’appello si sta zitte, si rimane immobili. È vietato battere i piedi per scaldarsi. È vietato il contatto con la compagna per sostenersi. Passata mezz’ora “il cervello si vuola, le gambe si gonfiano, i piedi fanno male”. Si cerca soltanto di non crollare.
Quando arriva l’Aufseherin inizia la conta e il controllo. Le persone presenti devono corrispondere esattamente a ciò che è dichiarato dall’ufficio politico e dai registri dell’anagrafe. Se non corrisponde – e sbagliare non è poi così difficile – la popolazione concentrazionaria rimane in piedi per ore fino a quando i conti tornano.
Quello che oggi è lecito, può essere proibito domani. Si punisce una donna perché siede sulla tazza del gabinetto e il giorno successivo se ne punisce un’altra perché è salita sulla tazza coi piedi come comandato il giorno prima.
Si picchia una deportata che si lavava vestita, e si schiaffeggia quella che si è appena svestita per lavarsi.
È vietato pregare, entrare in un blocco che non sia il proprio. È vietato riunirsi in gruppo, cantare, conversare, sporcare la latrina, stendere la biancheria, frugare nei bidoni dell’immondizia.
“Tutto in teoria è proibito e tutto è passibile di punizione”.
Poi ci sono le botte, il lavoro inutile e quello forzato, le torture, gli esperimenti “medici”, gli aborti, la soppressione dei neonati.
Possiamo immaginare cosa può essere la vita quotidiana a Ravensbrück? No, non possiamo immaginarlo, perché all’inferno vissuto dalle donne di Ravensbrück nemmeno la più perversa delle fantasie si può avvicinare.

 

”Il mondo concentrazionario è un pianeta su cui sono approdati milioni di persone; alcune sono ridiscese nel mondo dei vivi, ma i vivi non possono credere a quello che i superstiti hanno visto”.

 

Raccontare diventa difficile, talvolta impossibile. Chi ascolta guarda con incredulità, col dubbio che a parlare sia una pazza. Qualcuno ascolta per un istante poi prega di cambiare discorso. Perché certe cose “non si possono sentire”, “fa troppa pena”. E il muro si leva. Il dolore rimane lì, a serrare cuore e gola.

 

Le testimonianze delle “ridiscese nel mondo dei vivi” sono un’eredità che non possiamo rifiutare. È nostro dovere non dimenticare. È nostro dovere fare in modo che nemmeno gli altri scordino.