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Titolo originale: Ravensbruck: Life and Death in Hitler's Concentration Camp for Women.

Pubblicato in Gran Bretagna col titolo: If This Is a Woman: Inside Ravensbrück: Hitler's Concentration Camp for Women.

 

 

“Achtung! Achtung” Mani lungo i fianchi, in fila per cinque”.

 

Maggio 1939, su ordine di Himmler, apre il campo di Ravensbrück. All’inizio sono quasi tutte tedesche, circa 2000 donne. sono lì perché si sono opposte a Hitler o perché ritenute inferiori dal regime nazista.

Nei sei anni a venire oltre 130mila donne passeranno per Ravensbrück. Luogo di sofferenza e morte per donne asociali, malate di mente, disabili, testimoni di Geova, comuniste, prostitute, criminali comuni, ebree, zingare. Erba cattiva da estirpare per non infettare la terra.

Difficile fare una stima esatta sulle prigioniere e sulle vittime perché la documentazione è scarsa. Prima della liberazione le belve cercarono di distruggere le prove dei loro crimini.

È un libro emotivamente difficile da leggere. Il vissuto sembra uscire direttamente dalla bocca dell’inferno.

Perché dove, se non in un luogo infernale, si possono vedere carriole che anziché terra contengono donne crollate di fatica, morte o in procinto di esalare l’ultimo respiro? Dove, se non all’inferno, 1500 donne marciano sotto la neve vestite di sola paglia? Ogni tanto una cade. E la sua sofferenza finisce in quel punto. Dove, se non all’inferno, si sottopongono a sterilizzazione bambine perché di razza “impura”? E certo solo un demone può prendere per i capelli una bambina di tre anni, trascinarla fino al lago per poi annegarla. Quel demone ha un nome: Johann Kantschuster. Non è il solo. Sono tanti. E sempre troppi.

Sono tantissime le atrocità consumate all’interno di Ravensbrück. Ma credo che nulla sia più terribile di “concedere” alle donne di partorire pregustando la morte di stenti dei neonati stessi. Non esiste cosa più crudele che consentire alle donne di stringere fra le braccia i loro piccoli e guardarli, impotenti, mentre si spengono lentamente.

 

Le parole scorrono e scorrono le lacrime. Di dolore e di rabbia.

Facciamoli leggere questi atti di accusa contro il “Male”. A scuola, a casa, nei centri di aggregazione.

Ricordate il monito di Primo Levi? “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”.