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Patricija

Gatta ci cova

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The Beasts of Buchenwald: Karl & Ilse Koch, Human-Skin Lampshades, and the War-Crimes Trial of the Century - Flint Whitlock

Quando, nell’aprile del ‘45, i militari americani arrivarono a Buchenwald si trovarono di fronte a uno spettacolo agghiacciante. Com’era possibile che i nazisti avessero agito con tanta brutalità contro altri esseri umani? E com’era possibile che la popolazione avesse taciuto? Non potevano non sapere. Non avevano mai visto migliaia di prigionieri, scheletri in divisa a righe attraversare la piazza della città diretti alle cave per lavorare? La popolazione fu costretta a visitare il campo. Se non avevano voluto vedere prima, ora dovevano. Qualcuno pianse e vomitò. Altri rimasero impassibili davanti ai mucchi di cadaveri, ai forni aperti con i resti delle vittime; indifferenti davanti alla forca, alla tavola con le teste mummificate e rimpicciolite, agli organi umani, al paralume rivestito di pelle umana; impassibili dinanzi alle prove di abusi e crimini contro l’umanità commessi dai loro connazionali. E come poterono rimanere impassibili anche davanti alle baracche dei bambini?

 

I nazisti costruirono il campo di Buchenwald nel ‘37, disboscarono un vasto territorio. Risparmiarono una quercia conosciuta come “l’albero di Goethe” sotto cui, secondo la leggenda, il grande scrittore aveva lavorato al suo capolavoro, il “Faust”.

Quell’albero fu testimone silenzioso della feroce e folle malvagità umana.

Dal ’37 al ’41 Karl Koch fu comandante a Buchenwald. Uomo privo di qualsiasi sentimento, immune da ogni senso di morale o umana decenza. La seconda moglie, Ilse Kölher, era ambiziosa, dissoluta, brutale, sadica.

A Buchenwald entrambi diedero libero sfogo alle loro perversioni. Atti di brutalità inaudita per il puro gusto di infliggere sofferenza. Feste sontuose e orge sfrenate non bastavano, avevano bisogno del Male per provare piacere, per sentirsi potenti, per riscattarsi dalla loro mediocrità come esseri umani. Quando Koch fu sollevato dall’incarico e inviato a Madjanek, Ilse rimase a Buchenwald con i figli. Continuò a soddisfare i propri appetiti sessuali con gli ufficiali SS, o con i prigionieri, che dopo aver appagato la “cagna di Buchenwald” venivano fucilati. Arricchì la sua collezione di oggetti rivestiti in pelle umana tatuata strappata ai prigionieri. Paralumi, copertine di libri, guanti e pantofole, arazzi. Due teste mummificate, impagliate e ridotte alla grandezza di un pugno occuparono il suo tavolo come fermacarte.

Nel ’43 Karl e Ilse Koch furono arrestati. Processati, nel ’45 Karl fu giustiziato e Ilse rilasciata e nuovamente arrestata lo stesso anno. Al momento del processo, avvenuto nel ’47, Ilse era incinta, la condanna alla pena capitale si trasformò in ergastolo. Grazie al suo avvocato la sentenza fu ridotta a quattro anni. Liberata venne nuovamente arrestata e condannata definitivamente a vita. Il figlio che nacque durante la detenzione fu affidato ad altri. Non si sa come, il ragazzo oramai ventenne scoprì che Ilse era sua madre. La incontrò e ogni mese le fece visita. Il 2 settempre del 1967, Ilse scrisse un biglietto d’addio al figlio e si tolse la vita. “Non posso fare altrimenti, la morte è la mia salvezza”.

 

Ilse e Karl sono stati puniti. La loro morte non ha dilavato il peccato di chi ha chiuso gli occhi, di chi ha scagliato pietre contro quelle migliaia di scheletri in divisa a righe gridando: “A morte i maiali!” quando li vedeva attraversare la piazza. Anche chi tace, è colpevole. Anche chi si volta dall’altra parte, commette un crimine contro l’umanità.

 

P.S. Chissà se a qualcuno verrà mai in mente di tradurre la trilogia di Buchenwald di cui fa parte questo volume.

Libro importante, ricco di dettagli e corredato da un centinaio di fotografie.