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Patricija

Gatta ci cova

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L'integrazione - Luciano Bianciardi

Quanta stima, Luciano, per quel tuo far la rivoluzione senza baccano.
Chissà come ci stavi scomodo in quella fabbrica della cultura, dove il profitto contava (e ancora conta) più d’ogni altra cosa.
Nel mattone che Marcello stringe in mano, lassù sul terrazzo, c’è tutto lo spregio e il bisogno di ribellione contro la città che è “un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare”, e pensa solo ai soldi “ che servono soltanto quanto basta a stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi”. E c’è tutto il disprezzo per la società che cresce calpestando tutto e tutti senza remore.
Il mattone Marcello lo svelle dal parapetto sgretolato, lo solleva. Poi la mano rimane ferma a mezz’aria. Suo fratello Luciano lo sta osservando, riflette fra sé. La sua considerazione lascia un retrogusto amaro che si mescola al gusto asprigno dell’irrisione.

 

Luciano, con tutto quello che avevi da dire e da dare, te ne sei andato, così, troppo presto. Troppo presto.