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Il punto cieco - Javier Cercas, B. Arpaia

In fondo alla retina c’è una zona priva di recettori per la luce. È il “punto cieco” che impedisce all’occhio di vedere. Non ce ne rendiamo conto perché il cervello integra ciò che alla vista è nascosto.
Anche i romanzi di cui parla Javier Cercas hanno questa peculiarità: il “punto cieco”. Ci spiega, Javier, che questo dà forza al romanzo. Sono i romanzi composti attorno a un’assenza, a un enigma che cerchiamo di risolvere senza riuscirvi che ci spingono a esplorare, a percorrere questo labirinto letterario cercando ostinatamente una soluzione fino alla fine, senza sosta.
In quella zona d’ombra si posa il punto interrogativo. Lì rimane mentre continuiamo a porci la domanda e cercare la risposta. Navighiamo in alto mare, senza possibilità d’approdo a una conclusione inconfutabile, unica. E facciamo ciò che il “punto cieco” impone: assumerci la responsabilità di vedere oltre l’autore “ciò di cui questi – forse – non era nemmeno cosciente.”
Penso a Don Chisciotte, al quale Cercas dedica ampio spazio. Don Chisciotte è davvero pazzo? Don Chisciotte è indubbiamente pazzo ma è altrettanto certo che Don Chisciotte è assolutamente sano di mente. Oppure è entrambe le cose. Non lo sappiamo. Ecco il “punto cieco” tramite il quale Cervantes svela ciò che di più importante ha da dire. L’ambiguità della realtà.
E così, il “punto cieco” ci fa vedere.

 

Gioiellino.