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Patricija

Gatta ci cova

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Mussolini censore. Storie di letteratura, dissenso e ipocrisia. - Guido Bonsaver

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”

 

Fatta qualche eccezione, ci si trova di fronte a una passerella di cortigiani. Alcuni d’alto rango, altri meno. Tutti servi.
Non è certo pensabile che la stampa fosse esente dalla tracotanza fascista. Può stupire il lettore, invece, trovare talune penne ipocritamente chine al potere.
Per accaparrarsi una poltrona, il 27 giugno ’37, Vitaliano Brancati scriveva: «Duce, il giornale catanese ‘Popolo di Sicilia’ ha ieri licenziato il suo direttore. Senza dubbio, molte persone, per mezzo di amicizie e relazioni, chiederanno di poter coprire quel posto. Io non mi servo di queste piccole scale; e mi sembra più onorevole e giusto rivolgermi direttamente al Capo».
In sostanza: perché perder tempo a leccar mediocri deretani quando si può passare direttamente a quello più potente.
“La Storia per capirla va vissuta”, dirà qualcuno. Vero. Ma c’erano anche gli altri, quelli che sono rimasti ben saldi e ritti. Fino a farsi ammazzare, come Gobetti. O come Roberto Bracco, messo in ginocchio dalla censura, che rifiutò la sovvenzione concessa dal dux su preghiera di Emma Gramatica. Perché non c’è somma che possa far tacere la coscienza di un galantuomo. Molti divennero sorvegliati speciali.
La bonifica del libro e dell’editoria italiana, e la legislazione antisemita del ‘38 avevano dato i loro risultati: furono soppressi migliaia di volumi scritti, tradotti o curati da ebrei; personale di origine ebraica sollevato dall’incarico lavorativo, dagli operai ai dirigenti. La prestigiosa casa editrice Fratelli Treves dovette cedere proprietà e direzione all’ariano Aldo Garzanti. Il ministro Dino Alfieri richiese agli editori ebrei Olschki e Formiggini di rinominare in chiave ariana la loro società. All’ordine, Angelo Fortunato Formiggini rispose col suicidio. Il 29 novembre 1938 si lanciò dal campanile del duomo di Modena. Fu un atto di estrema ribellione. Il Paese tacque. La morte dell’editore fu accompagnata dal totale silenzio della stampa italiana, come «suggerito» da una velina ministeriale. Ne parlarono solo pochi giornali antifascisti stampati all’estero.
Arnoldo Mondadori teneva, come un oracolo, la foto con dedica del duce appesa nello studio. Anche Valentino Bompiani (che nel ’34 aveva pubblicato la seconda parte Mein Kampf e nel ’38 anche la prima), dopo averla tanto agognata, ne ottenne una copia. Scrisse una lettera di commossa gratitudine. Era il 19 novembre 1938. Colpisce e fa riflettere la data. Il regio decreto, voluto dal fascismo e promulgato dal re, “per la difesa della razza” era del 5 settembre. Due giorni dopo un secondo decreto bandiva dal Paese tutti gli ebrei. Il 10 novembre era diventato operativo. Il 19 la fotografia autografata del dittatore spazzava via tutto.

 

Per concludere : Tronfio della sua investitura, come in ogni ambito, anche nel settore editoriale “testa pelata” stabilì chi e cosa togliere dalla circolazione, valutò con chi e per cosa scendere a patti, fino a quando e quanto.
L’Italietta s’adeguò. Il silenzio, consenziente o no, fa danno al pari del regime.
Ma alla vergogna la serva Italia è avvezza. O immune. Allora come ora.

 

P.S. Bel libro. Bella scrittura. Intelligente e interessante. Devo dire altro? Leggetelo.