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La scomparsa di Majorana - Leonardo Sciascia, Lea Ritter Santini

“ … i morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”

 

Le tracce di Ettore Majorana si perdono il 26 marzo del 1938.

Uomo schivo, critico, scontroso, fisico geniale - a dire di Fermi - della statura di Galilei e Newton, si era imbarcato la sera prima a Napoli, diretto a Palermo, dopo aver lasciato in albergo una lettera indirizzata ai familiari e averne spedita una a Carrelli, direttore dell’Istituto di Fisica.

A Carrelli, però, prima della lettera, arrivò un telegramma dello scienziato che lo esortava a non tener conto di quanto scritto.

Seguì un secondo messaggio stilato sulla carta intestata dell’Hotel Sole: “Caro Carrelli, Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”.

Il giorno successivo si sarebbe imbarcato per tornare a Napoli. E qualcuno, a Napoli, lo avrebbe riconosciuto. Poi più nulla.

Sollecitato da Giovanni Gentile, il capo della polizia Arturo Bocchini aprì le indagini. Lo stesso Mussolini, dietro supplica della madre di Majorana e di Fermi, s’interessò al caso.

Si fecero varie congetture. Soprattutto sì parlò di suicidio. Ma Ettore aveva portato con sé il passaporto e tutto il denaro che possedeva. Perché lo avrebbe fatto?
Erano gli anni della seconda guerra mondiale. Erano gli anni della “fissione nucleare”…
Il mistero è fitto.

Leonardo Sciascia aveva una sua tesi. È qui, in questo breve e coinvolgente romanzo-inchiesta.

 

Sciascia dichiarò d’aver scritto questo racconto per indignazione dopo aver sentito un fisico parlare con entusiasmo e soddisfazione delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki. “…i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione, avevo fatto di Majorana il simbolo dell’uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura a dir poco, si erano avviati”.