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Palazzo Yacoubian - Alaa Al Aswany, Bianca Longhi

Riflessioni bislacche.

 

ʿAlāʾ al-Aswānī ha dichiarato che il mondo arabo non è omogeneo, che ci sono “22 paesi con 22 tipologie di regime, ma senza democrazia, per cui è questa la patologia da curare”.

 

Palazzo Yacoubian.
Il palazzo come metafora dell’Egitto. Stanze come quadri narrativi, specchio di molteplici vizi sociali. Nel palazzo si aprono porte sulla storia di ieri e di oggi. Storie di sesso, politica, religione, droga. Inevitabilmente penso al coriandolo di mondo che vivo e mi chiedo: corruzione, compresa quella politica, violenza, disparità sociale, violazione dei diritti, maltrattamento e sfruttamento delle donne, traffici e fondamentalismi vari. Sono temi così ignoti? Non ne abbiamo avuto alcun esempio? E noi siamo un Paese democratico. Evoluto, direbbe qualcuno.

Palazzo Yacoubian è considerato un romanzo d’accusa. M’è piaciuto? Onestamente non lo so. Non voglio essere la solita iconoclasta, però mi chiedo quanto il suo successo dipenda dallo scandalo suscitato nel mondo arabo.
Il taglio giornalistico è frammisto a quello narrativo. Né carne né pesce. E sono pure vegana. Dovrebbe piacermi per questo, dite? E invece, questa volta “ni”, perché anch’io sono tutta una contraddizione.
Tuttavia, l’autore ha il merito d’averci fatto conoscere un po’ meglio l’Egitto di oggi, ci mette di fronte a parecchi interrogativi, ci obbliga ad analizzare con spietata lucidità la sua società, a osservare criticamente il suo palazzo. Di riflesso lo facciamo con la società e il palazzo che ci appartengono. E alla fine vien da chiedersi se il nostro racconto sarebbe poi così diverso.
So che fare confronti fra realtà sociali, politiche e culturali così diverse non è corretto. Tuttavia, ci sono situazioni che nonostante la diversità vedo simili e comparabili a quelle di tanti altri paesi. Democratici e no.
Ragionare sui problemi di un Paese per sciogliere quelli di tutti. Perché star bene non è un dono esclusivo, ma un diritto universale.

 

“ … Mi piacerebbe vivere in un paese pulito, dove non ci siano sporcizia, povertà e ingiustizia” dove ognuno prende “ciò che gli è dovuto di diritto e la gente si rispetta: perfino lo spazzino viene trattato con riguardo”.
Sono le parole di Buthayna. Sono le parole degli oppressi. E vanno oltre la geografia. Oltre i palazzi.