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Patricija

Gatta ci cova

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Marta e Michele. Lei figlia del proletariato, lui di un padre che partito dal basso è diventato il “Toninelli” marchio di garanzia e professionalità.

Lei, cantante dei Paturnia, fa la stagista nello studio del Toninelli.

E lì, s’incontrano Marta e Michele. Prendono una birra, s’innamorano. Si fidanzano.

Arriva il gran giorno.

Al matrimonio c’è tutto il parentado. E gli amici. Quelli cari, quelli di sempre. Quelli che non lo dicono, ma pensano che: “Il matrimonio di un amico d’infanzia è qualcosa che ti manipola da dentro”. Rode forte.

Finita la cerimonia, l’ipertecnologica villa Marta attende la coppia. Per una notte. Poi ci sarà il viaggio. Intorno al mondo. Forse.

Villa Marta. Nido d’amore. Nodo malevolo.

Avete visto cosa succede cambiando solo una vocale?

Eh… la cenerentola rockettara e il principe coglione (licenza poetica, si badi bene). Che sfiga. Però aveva i lìlleri. Tanti.  

Il niente che rimane, è avvilente. 

 

Mi chiedo: tutte quelle sbrodolate sessuali servivano a raggiungere 160? Mi riferisco al numero delle pagine, non al Q.I. dei personaggi.

E poi quanta rabbia, quanta violenza. Sono elementi che appartengono al vivere, certo - e sono ben raccontati -, ma dovrebbero rientrare in una rosa di espressioni emotive multiformi. Perché anche il peggiore degli esseri umani è cedevole. Diversamente sarebbe un mostro. E il mondo non è popolato esclusivamente di mostri.

M’aspettavo altro. Forse troppo. Problema mio.

 

Ho pensato al Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain. Ecco, a una cosa è servito. Quasi me lo rileggo. Twain.

Sono la solita orchessa. Lo so.

 

P.S. Se siete di quelli che fanno scherzi agli sposi (e in generale), la prossima volta pensateci bene. Il risultato potrebbe essere diverso, molto diverso da quello che v’aspettate. Messaggio ricevuto?

Amen.