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La fantarca (Contemporanea) - Giuseppe Berto

Siamo nel 2160, la questione meridionale è irrisolvibile. Il mondo gira e la storia non cambia. Per risolvere, occorre spedire i “terroni” su Saturno.

 

Partiranno dallo scivolo di lancio di Vibo Valentia. A guidare la vecchia e malmessa nave spaziale Speranza n. 5, il capitano don Ciccio Torchiaro.

Il 16 settembre si raduna “l’ultimo e definitivo gruppo di terrestri in partenza dalle regioni del Mezzogiorno”.

Ed eccoli qua, i nostri “terroni” di Vibo Valentia e Capo Vaticano carichi di cose e animali, pronti per il lungo e avventuroso viaggio. Ché Saturno non è dietro l’angolo. Peccato però lasciare questa terra ch’è tanto bella, a ben guardarla. E così sfruttata, prosciugata delle sue risorse, destinata a diventare una vastità sterile, silenziosa, desolata. Questa terra dei due Blocchi che ambiscono al predominio, separati dall’Alto Muro (costituito non di mattoni, ma di micidiali raggi gammaiota di tipo incrociato) che divide e limita le libertà individuali, questa terra delle segrete e potenti armi devastanti. Questa terra dove la gente non ha mai smesso di sperare che prima o poi i due Blocchi avrebbero trovato un accordo.

Parte il conteggio alla rovescia, al 19 passa l’ultimo meridionale d’Italia.

“Ormai nell’Italia Meridionale, dalle province di Frosinone e Campobasso in giù,” non esiste “più un solo terrone vivente: la costosa e complicata operazione dell’Evacuazione del Sud” è “compiuta, la Questione del Mezzogiorno infine risolta”.

Si chiudono le porte.

Sono al completo. Tutti meridionali. Tutti regolari. Tranne un clandestino. Anzi due: una gazza e la signora Esterina. Clandestina, e per giunta bresciana.

Parte ‘nu bastimiento.

E l’astronave va.

Dove arriverà?

 

Scritto nel 1965, “La fantarca” è una favola distopico-poetica. Di quelle che non è facile trovare. C’è il cuore. C’è la speranza. E c’è, in fondo, tanta pietas per quest’umanità così debole, con mille vizi e qualche virtù, sovrabbondante d’ipocrisia e carente di lealtà.