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Patricija

Gatta ci cova

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Agape, il prete perennemente imbarazzato, è fastidioso come un ramo d’ortica sulle gambe.

Gli altri personaggi non sono da meno, a essere sincera. Con quella sensazione di già letto.

Per non parlar di cose (che noi umani)… la tagliola che si apre con uno stecco, L’erba che viene legata e non si capisce se è bastato un nanosecondo a trasformarla in fieno (perché l’erba deve essere girata finché asciuga, altrimenti marcisce).

E che dire della zingara in preda ai dolori del travaglio che, fra un gemito e l’altro, mentre la testa del bambino inizia a intravedersi, racconta delle fate capricciose in grado di influenzare la vita degli uomini”.

E del neonato che a pochi istanti dalla nascita ha gli occhi sgranati per lo stupore.

 

Incomprensibile anche il modus loquendi dei personaggi. Ognuno di loro narra in prima persona. Solo che il prete e il maestro si esprimono allo stesso modo di Yann, degli zingari, di Fiamma e dei personaggi secondari. Un linguaggio che nulla ha di semplice, genuino, naturale. Perché quest’artifizio? Tutti uguali, nessuna caratterizzazione. Montanari degli anni ’20 con un linguaggio forbito e dotto.

Ma soprattutto Neve, bimbetta quattrenne, che racconta (naturalmente anche lei in prima persona) la sua. E lo fa con una padronanza linguistica al pari degli altri. Tanto per gradire: “[Raphael] guarda la mamma proprio come, spesso, la guarda papà, con tenerezza e amore incondizionato. Quattro anni!

A questo punto i refusi passano quasi inosservati. Quasi.

 

Segnalo inoltre un’incongruenza temporale:

- (Narrazione di Yann sulla partenza per la guerra del fratello) “… Raphael, che era partito in un giorno di sole con il sorriso stampato sul volto, l’entusiasmo ingenuo dei suoi ventuno anni”.

- (Dopo la guerra). Padre Jaques, parlando della famiglia Rosset a don Agape dice: Avrebbe compiuto ventuno anni in ottobre”.

 

Insomma, vada per le favole, però…

Chiudete le porte. Ché gli spifferi fanno male.