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Conservatorio Di Santa Teresa - Romano Bilenchi

Quando si parla di romanzo non possiamo riferirci al numero delle pagine, né alla presenza di un intreccio. Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza. (Romano Bilenchi)

 

Conservatorio di Santa Teresa uscì nel 1940. In poche settimane vendette più di quattromila copie. Per l’epoca, un successo. Bilenchi rifiutò la seconda stampa per ragioni politiche e per ribellarsi ai tagli apportati al romanzo dalla censura fascista.

In un’intervista, di esso affermò: Conterrà molti difetti, tutto quel che vuole, ma se lo rileggo ora è l’unico mio libro che mi emozioni e mi sembra il mio libro migliore, anche se quando cominciai a scriverlo avevo soltanto ventisei anni ed ero molto, ma molto più asino d’oggi.”

 

Sergio è un bambino dal sentire amplificato, dalla fantasia sfrenata. Facile agli entusiasmi e altrettanto pronto a disperarsi.

Sergio contempla il mondo che lo circonda. Contempla la vita, quella della natura e quella degli uomini. Ne è attratto. E un po’ la teme.

Sergio è troppo adulto per i suoi anni. Sarà immaturo domani.

Sergio vive fuori del tempo, ma il suo scorrere lo porterà dal sogno al disincanto.

Sergio è emozioni mai gridate. E quando accade, è un grido improvviso e muto. È lo sguardo meravigliato, è la bocca spalancata per la gioia esasperata o l’angoscia soffocante.

Sergio è ricerca d’amore e paura dell’abbandono.

Sergio è una lacrima succhiata in fretta. È lo spavento di precipitare.

Poesia del disagio e del desiderio, Sergio rimane sulla pelle. Come la salsedine dopo che s’è salutato il mare. Solo che non se ne va sotto l’acqua che scorre. Resta.

 

Scrittura intima, pura. Onesta.

E bella, bellissima.