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Patricija

Gatta ci cova

Il Poeta mannaro

Io venía pien d'angoscia a rimirarti - Michele Mari

Recanati, 1813.

Là, dov’è la via che mena all’ermo colle, Orazio Carlo scruta nascostamente il fratello Tardegardo Giacomo, che in biblioteca studia, legge, scrive, traduce, crea. E pensa alla Luna. Ed è irrequieto. E ha un comportamento oscuro.

Orazio osserva e annota tutto sul suo diario.

Certe notti, quando le ombre s’allungano, succedon fatti spaventevoli, sanguinosi, bestiali.

Mentre da lassù guarda e illumina la terra bruna, “…la luce della Luna rivela il vero volto delle cose, rendendo smorto ciò ch’è vivo di giorno, e rendendo a vita ciò ch’alia luce del Sole par morto…”

La Luna ha tuttavia due volti, ora è Artemide ora Persefone, ora è pura ora contaminata, ora è regina del cielo ora degli inferi. La Luna influenza uomini e natura.

Due volti. Come l’uomo ch’è ora umano ora ferino, ora contemplativo ora brutale, ora limpido ora torbido. Ora è soave ora raccapricciante, ora saggio ora folle. Ora perfetto ora deforme.

Infine, “… l’uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura.”

 

Scritto di grande fascinazione. Capriccio così ben fatto da figurar veritiero.