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La solita zuppa: e altre storie. - Luciano Bianciardi

Negli anni Sessanta “La solita zuppa”, novella che dà il titolo al libro, fu motivo di processo.

Protagonista del racconto è una Milano dove tabù non è il sesso bensì il cibo. Scelto un piatto, gli si deve fedeltà. Quindi non c’è da stupire se dopo aver scelto il semolino, come fa il nostro eroe diciottenne, ci si trova poi un giorno in quel tal “bordello” in attesa che la “signora” s’affacci e annunci ammiccante Eccole la sua fiorentina”.

Insomma, tanto scandalo destò “La solita zuppa” che Bianciardi e l’editore Massimo Pini furono chiamati al banco degli imputati per rispondere dell’accusa di oltraggio al pudore e vilipendio della religione di Stato.

A difesa dello scrittore si levarono voci eminenti, tra cui del Buono, Porzio, Eco*. Alla fine i due incriminati furono assolti.

 

“La solita zuppa e altri racconti” è un insieme di novelle con temi che vanno dal sesso al lavoro traduttivo.

Come sempre sarcastico e malinconico, sognante e disincantato. Irriverente e corrosivo. E carico di umana tenerezza. E non difettano l’onestà e la purezza che fanno la differenza, perché le parole hanno un peso specifico e le cose un nome preciso.

Ché il Luciano era così e così è il patrimonio letterario che ci ha lasciato.

 

P.S. Ti si legge, si sorride, talvolta si ride. Poi si smette, e ci si rende conto di quanta profondità ci sia fra le increspature narrative. Ed è chiaro perché non avrebbero dovuto applaudirti, ma incazzarsi.

Sai, leggendo “Adorno” ho pensato che sarebbe bello anziché far leggere “Cuore” di quel tal Edmondo, proporre il tuo racconto ai bambini. Perché l’Adorno che sottrae il pesce dalla cesta del padre sapendo che le buscherà, le porta alla povera madre del Chiavetta traditore della banda, e poi rivolgendosi al piccolo Diaccino spiega: Hai capito Diaccino? Fare la spia è brutto, è roba da galera, ma la fame è anche più brutta. A scuola questo non te lo insegnano, ma se te lo dico ci puoi credere… è una gran bella lezione di vita. Di quelle che non si scordano.

Manchi sempre. Ciao.

 

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*MILANO 14.2.1966

 

Caro Bianciardi,
in merito alla tua novella La solita zuppa, vorrei fare alcune osservazioni di carattere stilistico (dato che la particolare strutturazione formale del soggetto ne determina gli effetti sul lettore).
La tua novella costituisce il triste monologo di un protagonista costretto a vivere in una società assolutamente simile alla nostra, salvo una piccola, fantascientifica variante: in essa non è un tabù il sesso, ma la nutrizione. Vi si possono commettere tutte le intemperanze amorose, sotto l’egida delle leggi e della morale, ma occorre invece prendere cibo nascosti nel gabinetto di decenza, legati monogamicamente a un solo piatto tutta la vita (non esiste divorzio) e cercando l’evasione in case di piacere dove la solita “maîtresse” introdurrà il cliente in un salottino privato annunciando “la fiorentina”, che ovviamente non è cortigiana toscana ma una doppia razione di bistecca.
La novella procede su questo binario tra mille invenzioni e coi risultati che è lecito attendersi dal meccanismo di rovesciamento: naturalmente l’autore deve nominare e descrivere organi ed atti sessuali così come li vede il protagonista, col casto distacco che noi dedichiamo alla lista delle vivande.
Non credo che la novella vada difesa dicendo che è un’opera d’arte, perché si tratta anzitutto di un arguto discorso di morale, di una paradossale meditazione etica. Tu hai utilizzato un “luogo” retorico vecchio di secoli, teorizzato già da Ernst Robert Curtius, e in Italia da Giuseppe Cocchiara nel suo libro dedicato all’artificio favolistico (dotto e popolare) de Il mondo alla rovescia. Immaginare il mondo alla rovescia significa capovolgere il comune andamento delle cose, e questo per diverse finalità moralistiche. Può servire a protestare contro l’ordine esistente per auspicarne uno diverso, o più semplicemente a insegnare a guardare comportamenti quotidiani, leggi e abitudini, con un occhio criticamente potenziato dal rovesciamento delle prospettive (così come Kandinskij, solo vedendo un suo quadro figurativo rovesciato, ha intuito un giorno la legittimità di un universo astratto di forme e di colori).
Si può rovesciare il mondo o rovesciare l’osservatore: Voltaire o Montesquieu, guardando la società dal diciottesimo secolo con gli occhi di un Siriano venuto dalle stelle, o di un Persiano venuto dall’Oriente, rovesciavano l’osservatore, e criticavano il mondo. Tu rovesci il mondo, e critichi implicitamente noi e te stesso in quanto osservatori. Così facendo sottoponi il tuo discorso, e gli oggetti che descrivi, a una sorta di curiosa distorsione semantica.
Infatti nel racconto gli organi o gli atti sessuali, esplicitamente nominati, non denotano organi o atti sessuali, ma “connotano” cibi e atti di nutrizione; mentre di converso i cibi e gli atti nutritivi descritti e nominati connotano organi ed atti sessuali. Avviene così che, quando un fatto sessuale rimanda a un significato gastronomico, è difficile esserne eccitati, perché la disparità tra il segno e la cosa provoca il riso, e distrugge ogni atmosfera favorevole al desiderio. Al contrario, potrebbe accadere quando il termine “bistecca” allude a qualcos’altro; ma anche qui la presenza volgare della bistecca, coi suoi odori e i suoi sapori, interviene come pesante ipoteca grottesca sulla realtà sessuale evocata, e dissolve ogni magia. Il riso, che è distruttore, può distruggere i valori morali ma distrugge anche, per usare una terminologia da censore, i disvalori immorali. Abbiamo cioè quello che nelle moderne teorie della comunicazione estetica si chiamerebbe “effetto di straniamento”.
Per cui ritengo assai difficile che qualche lettore si sia inurbanamente eccitato alla lettura di questo racconto: ma se è accaduto, allora è costui che deve essere convocato a giudizio.
UMBERTO ECO