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Patricija

Gatta ci cova

Hitler - Ian Kershaw, A. Charles Catania

Nel 1876 Alois Schicklgruber cambiò il proprio nome in Alois Hitler. Nel 1884, da Roma, giunse la dispensa ecclesiastica che autorizzava Alois a sposare Klara, sua cugina di secondo grado. Il 20 aprile 1889 nasceva il quarto figlio, il primo che sarebbe sopravvissuto all’infanzia: Adolf Hitler. Voleva fare l’artista. Invece divenne il “führer”.

 

Fino al 1918 era considerato un tipo eccentrico, tanto da suscitare scherno; nessuno avrebbe mai pensato di vederlo nel ruolo di leader nazionale. Nel ’19 iniziò il cambiamento. Osannato dalle masse e odiato dagli oppositori politici, Hitler, favorito dal frangente storico, politico ed economico intraprese la sua scalata al potere.  E così quell’uomo senza vita privata, egocentrico, anaffettivo fece del potere il suo “afrodisiaco”, e pareggiò i conti con le sconfitte subite negli anni della sua giovinezza, dalla bocciatura all’accademia d’arte al crollo di tutto il suo mondo nella sconfitta e nella rivoluzione del 1918. Tuttavia, quel che avvenne non è solo frutto di una responsabilità individuale: egli non s’impose con la forza al popolo tedesco, fu nominato cancelliere con procedure legali, in una società moderna e burocratizzata, colta, tecnologicamente evoluta. In apparenza civilizzata. Le sue idee erano note ben prima che salisse al potere. La Germania lo sostenne. O non si oppose, se si preferisce. In fondo, i tedeschi lo aspettavano, un fürher. Aspettavano un granello smargiasso con le sembianze di un gigante, un millantatore dalle grandi doti oratorie che dicesse quello che volevano sentir dire e che non avevano, loro, il coraggio di proferire, aspettavano un omuncolo repellente e tracotante capace di istigare all’odio, che desse il via a una violenza inaudita di portata mondiale come fosse ordinario svolgimento burocratico. La banalità del male.

Le conseguenze sono note.

 

L’autore del Mein Kampf non era un maniaco degenerato; fanatico, ossessionato dal potere, ma non folle, altrimenti bisognerebbe spiegare com’abbia potuto una nazione così evoluta com’era la Germania, lasciarsi trascinare nel baratro da un mentecatto. Quella Germania che aveva creato Adolf Hitler, che nella sua visione aveva scorto il proprio futuro ponendosi sollecitamente al suo servizio, e che fu partecipe della sua tracotanza…”. E che con lui fu sconfitta.

 

Opera imponente. Grande e rigoroso lavoro di Kershaw; uno studio attento e documentato su Hitler e il suo potere, un’analisi sulla società tedesca che, stravolta dalla sconfitta della prima guerra mondiale, politicamente ed economicamente instabile, contribuì al successo del führer.

Chissà, se Roma non avesse concesso a Alois di sposare la cugina, o se Adolf avesse seguito le sorti dei suoi fratelli; chissà se l’accademia d’arte l’avesse accettato, o chissà se la Germania si fosse comportata diversamente, se le potenze occidentali avessero reagito senza tentennamenti, chissà…  

Continuerò a chiedermi come sia potuto accadere, e come mai la Germania, e gli altri paesi europei non abbiano avuto la lucidità, la forza e il coraggio di rispondere fermamente una volta compresa la portata della tragedia che si andava profilando. Mi sono data delle risposte che vanno oltre le ragioni storiche e politiche, e non mi sono piaciute affatto. Tutto si concentra su ciò che siamo. E la puzza è tremenda.