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Patricija

Gatta ci cova

"Il signore che incise il capro, quell’uomo mirabile e scostante, mi fa pensare quel che segue: che gli uomini di allora sapessero che a loro mancava la letteratura. Naturalmente, non sapevano che si chiamava letteratura, né, se lo avessero saputo, avrebbero mai immaginato in che cosa consisteva; ma essi erano privi di qualcosa, qualcosa di decisivo; e quando cercavano, vanamente, di prendere a calci una rara farfalla, la loro ira era mossa, ignara, dalla brama occulta di trovare una rima; ma le rime non c’erano; e se qualcuno, parlando, produceva una rima, lo guardavano come se avesse prodotto un rumore sconveniente. Ora, supponiamo che, nel loro complesso, quei signori sapessero che nella loro vita, e per molti secoli o millenni nelle vite dei loro figli qualcosa sarebbe mancato, qualcosa che avrebbe cambiato il mondo, senza neppure toccarlo. No, non era una magia, ma qualcosa di magico lo aveva. Allora, come adesso, la maggioranza di coloro che si occupano di letteratura doveva essere fatta di lettori. Come tutti coloro che, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con la letteratura, i lettori, anche ‘quei’ lettori che non avevano niente da leggere, anzi ancor di più, non potevano essere uomini normali. Più esattamente, avevano del demente. Certo si aggiravano per le caverne, per le foreste, con gli occhi allucinati, e con una oscura brama che non sapevano decifrare. Ad esempio, si sdraiavano nei pressi di un fiumiciattolo – non potevano sdraiarsi nei pressi di un ruscello perché il ruscello è già letteratura – e cadevano in smanie, parlavano da soli, sfogliavano fiori, non già per amore del fiore, la cui inesistenza abbiamo già acclarata, ma per amore dello ‘sfogliare’; strappavano i fili d’erba, e li guardavano intensamente, ma potevano solo rendersi conto che quel che facevano era simile a quel che volevano fare, ma non più che simile, e neanche tanto. Qualche volta, durante quei loro lenti pasti di carne compatta e ustionata, un tale, mosso da oscuro impulso, avrà pur detto: «Vorrei proprio sapere chi è l’assassino»."

Giorgio Manganelli - Discorso dell'ombra e dello stemma