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Patricija

Gatta ci cova

E fu subito regime - Emilio Gentile

Contrariamente alla storiografia sulla rivoluzione bolscevica, che contesta l’immagine mitica della rivoluzione d’ottobre, ma non la riduce a un’opera grottesca, in Italia gli storici dibattono ancora, senza trovare accordo, sul significato storico della “marcia su Roma”. Salvemini la definì “opera buffa”, Repaci pur affermando che la conquista fascista del potere racchiudeva in sé il fenomeno fascista e tutto ciò che vi gravitava attorno, riteneva la “marcia su Roma” una “goffa kermesse”; Sassoon, in Come nasce un dittatore, le cause del trionfo di Mussolini, la considera “poco più che una trascurabile adunata di utili idioti”. Anche gli antifascisti dell’epoca sottovalutarono la “marcia su Roma” e quando il regime li schiacciò e li mise al bando si consolarono ridicolizzando la «marcia su Roma» come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario.

Minimizzarono il fenomeno (e ancora oggi qualcuno lo riduce a fatto di poco conto) che, in realtà, fece precipitare il Paese in uno dei periodi più bui della storia italiana, il tragico ventennio di regime, sconfitto soltanto dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale”.

Harry Kessler, diplomatico tedesco e acuto osservatore, confrontando le due rivoluzioni da cui nacquero i primi regimi a partito unico, il 29 ottobre 1922 riportava nel suo diario: In Italia i fascisti hanno conquistato il potere con un colpo di Stato. Se riusciranno a conservarlo, allora questo è un evento storico che potrà avere conseguenze imprevedibili non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Può essere il primo passo verso la vittoria avanzata della controrivoluzione. Fino ad oggi i governi controrivoluzionari hanno agito, in Francia per esempio, come se fossero democratici e amanti della pace. In Italia, invece, si afferma un tipo di governo francamente antidemocratico e imperialista. Il colpo di Stato di Mussolini può essere paragonato a quello di Lenin nell’ottobre 1917, ma diretto in senso opposto, naturalmente. E può darsi che sfocerà in un periodo di nuovi disordini e di guerre in Europa

La mattina del 30 ottobre, Mussolini scese dal treno alla stazione di Roma. Alla folla rivolse le seguenti parole: Sono venuto a Roma per dare un governo alla Nazione. Tra poche ore la Nazione non avrà solo un ministro: avrà un governo”. In realtà l’Italia si preparava a subire un regime. Un partito di milizia conquistò il governo di uno Stato parlamentare, dopo tre anni di esistenza come movimento e uno soltanto come partito. La violenza sostituì esperienza e conoscenza di amministrazione e governo, l’astuzia raggirò politici e governanti navigati, tolse il monopolio della forza, l’autorità e il prestigio a uno Stato che era uscito vincitore dalla prova di una guerra mondiale; e alla fine riuscì a conquistare il potere proclamando apertamente che l’avrebbe usato per distruggere lo Stato liberale e la democrazia”.

Violento e ambizioso, capace oratore, prima esponente socialista e direttore dell’Avanti, poi fondatore de Il Popolo d’Italia e nemico degli ex compagni, presentò il fascismo come movimento “antipartito”, repubblicano e anticlericale, difensore della vittoria, ostile al socialismo. In seguito, per aumentare il consenso, diede un nuovo volto, un nuovo taglio ideologico, una nuova immagine. Evidenziò l’orientamento a destra, dichiarò che il fascismo era la forza più attiva in difesa della “borghesia produttiva”; divenne rispettoso del cattolicesimo perché esso faceva di Roma, per lui capitale di un immenso Impero spirituale”, che parlava “a 400 milioni di uomini”, quindi utile all’azione espansionista del fascismo.

Partì l’offensiva degli squadristi. Incendiarono e devastarono edifici e documenti, spararono contro chi professava idee socialiste e contro semplici cittadini, forti del favore che godevano da parte di prefetti, questori, funzionari di polizia, ufficiali militari, magistrati, quasi tutti favorevoli al fascismo.

Il governo non reagì. Quando il Popolo d’Italia pubblicò il regolamento della milizia fascista, il capo di gabinetto porse il giornale al ministro dell’Interno e chiese: Cosa ne pensi? Se il Governo dopo questa sfida se ne sta alla finestra, come ha fatto finora, si coprirà di ridicolo. Il ministro gli consegnò un foglio che conteneva le sue dimissioni, dichiarando: Se al Consiglio dei ministri non si approvano le misure che io esporrò per tentare di uscire da questa situazione umiliante, me ne vado”. Ma il Consiglio dei Ministri non prese posizione, e il ministro degli Interni, invitato a non creare una nuova crisi, ritirò le dimissioni.

Mussolini sapeva che la monarchia non si sarebbe opposta, affermò il disprezzo per il parlamentarismo, ripudiò la democrazia che era stata utile ed efficace per la nazione nel secolo XIX, può darsi che nel secolo XX sia qualche altra forma politica che potenzii di più la comunione della società nazionale. Esaltò esercito e nazione, principale mito del fascismo: Il nostro mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione. E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto”.

 

Il fascismo non salì al potere in seguito a un compromesso ma grazie alla resa dello Stato liberale ricattato da un partito armato.

Si poteva annientare il fascismo? Sì. Si poteva salvare la democrazia? Sì. Si poteva evitare al popolo italiano di vivere la tragedia che la Storia ci ha trasmesso? Sì. Se solo la “marcia su Roma” non fosse stata sottovalutata. E se anziché chinare il capo di fronte alle minacce di chi adottava la violenza come strumento di potere, si fosse mantenuto alto per dire “no” al dispotismo.

 

Penso alle parole di Levi. Quel che è successo può ripetersi. La Storia dovrebbe insegnare, e invece vedo sottovalutare parole, dichiarazioni, atti violenti. Chi dovrebbe prendere posizioni forti contro tali manifestazioni tace, minimizza, riduce tutto a “folclore”, a “espressioni colorite”, a “imprese di quattro balordi”. Erano “quattro balordi” anche allora. Sappiamo com’è finita.

Errare è umano. Perseverare…