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Patricija

Gatta ci cova

Priapo Ottimo Massimo, o il Fallo in camicia nera

Eros e Priapo (Da furore a cenere) - Carlo Emilio Gadda

Priapo Ottimo Massimo, o il Fallo in camicia nera.

 

“Ergo: la Italia ventitré anni quello animalino la mandò. E che il giudice mi tagli mano, se questo che qui non è sillogismo diritto, di misura stretta. Il suggeritore fu lui il Ministro, Primo Ministro delle bravazzate, lui il Primo Maresciallo (Maresciallo del cacchio), lui il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore delle scemenze e delle enfatiche cazziate, quali ne sgrondarono giù di balcone ventitré anni durante”

 

Gadda, ch’era stato iscritto al partito fascista, affermò che già con la guerra d’Etiopia aveva compreso cos’era veramente il fascismo e quanto lo ripugnava, “Prima non me n’ero mai occupato. Le camicie nere mi davano fastidio e basta”. Arrivò la sua condanna con Eros e Priapo, un furioso attacco contro il duce, i suoi gerarchi, gli uomini e le donne fasciste. E contro se stesso, che tanto nel fascismo aveva creduto.

 

Del Batrace tritacco scrive:

“Ed ebbe faccia da proferire, notate, da proferire verbalmente, con l’apparato laringo-buccale la sporca e bugiarda equazione: io sono la patria; e l’altra: io sono il pòppolo.”

Così, lo sbraitante mascelluto dux piccavasi d’impersonare egli solo la causa, la patria e il suo poppppolo con quattro p che vociava da sotto il poggiolo: ku-ce ku-ce ku-ce!

 

È sconcio sconcissimo turpiloquio, violentissimo attacco, invettiva furente. È analisi feroce e lucida della psicologia del fascismo e del popolo italiano. È satira a livelli altissimi. È lingua possente e magnifica contaminazione: Machiavelli, fiorentino odierno, escursioni nel parlato lombardo e romano.

Non è lettura facile, ma affrontare quest’iconoclastica mussolineide vale davvero la pena.

“Eretto ne lo spasmo su zoccoli tripli, il somaro dalle gambe a ìcchese aveva gittato a Pennino ed ad Alpe il suo raglio. Ed Alpe e Pennino echeggiarlo, hì-hà, hì-hà, riecheggiarlo infinitamente hè-jà, hè-jà, per infinito cammino de le valli (e foscoliane convalli): a ciò che tutti, tutti!, i quarantaquattro millioni della malòrsega, lo s’infilassero ognuno nella camera timpanica dell’orecchio suo, satisfatto e pagato in ogni sua prurigo, edulcorato, inlinito, imburrato, imbesciamellato, e beato. Certi preti ne rendevano grazie all’Onnipotente, certi cappellani di cappellania macellara; certe signore, quella sera, “si sentivano l’animo pieno di speranza”. A chiamarlo animo, il sedano, e a chiamarla speranza, chel sugo.”

 

“Che sarebbe mai la nostra povera Italia senza quell’omo!”

Poteva essere la storia di un granello smargiasso. Invece fu sciagura infame e rivoltante. Hè-jà hè-jà trallallà.