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Patricija

Gatta ci cova

Undici Treni - Paolo Nori

E Baistrocchi aveva pensato “Ma pensa”.

 

Ho letto, e adesso son qui a scrivere, cioè, non come voi comici che si potrebbe chiamarvi anche romanzer perché scrivete romanzi, ma a scrivere quattro righe su Undici treni. Che forse scrivere undici righe su Undici treni sarebbe anche più corretto, almeno non resterebbero sette treni senza righe. E dimmi che ai treni è meglio che gli manchino le righe invece che i binari, zio campanaro. Absit iniuria verbis.

Ma sai quanto mi piacerebbe fare un  salto al Tristobar correndo persino il rischio di dirti siedo anch’io e sentirmi dire no tu no? E senza un perché, così, solo perché no. Va’ che scherzo. Che poi, non potrei neanche incolparti che se c’è uno scherzo è del destino, che poi non sai nemmeno dove sta questo destino per andarlo a cercare per chiedergli perché. Un po’ come l’Augusto Stracciari che quando si chiamava Augusto Stracciari era nato a Medicina e però quando abitava con la regione dell’Asia minore abitava in via Squadroni e si chiamava Arturo Mezzadri, poi quando aveva deciso che non era nato a Medicina ma a Ospitaletto non era più l’Augusto Stracciari che era nato a Medicina ma era uno nuovo che si era fatto persino crescere i capelli. Cosa c’entra mi dirai. Se non lo sai te.

Come mi piacerebbe incontrarvi, compresa la regione dell’Asia minore. Che bello. Figo. Di più.

Chiederei a Speedy Perquindi una spremuta d’arancia giusto perché te avevi chiesto il succo d’arancia e lui aveva preso quello d’ananas, e te l’avevi guardato male che eri appena uscito di prigione e lui non sapeva che eri appena uscito di prigione e alla fine aveva detto ah ho capito. E io apposta chiederei a Perquindi   il succo d’arancia per vedere se si sbaglia anche con me, così lo guarderei male anch’io anche se non sono appena uscita di prigione, che a dire il vero io proprio non ci sono mai stata in prigione, ma guardo male anch’io e quando guardo male faccio effetto, e alla fine magari direbbe anche a me ah ho capito.  

E mi piacerebbe fare chiacchiering, lì seduti al Tristobar. Due parole. Ma anche due silenzi.

E sai che ridere a giocare alle espressioni parassite? Che noi non ci pensiamo ma alla fine siamo tutti pieni di espressioni parassite. Che se c’è un patto, è di stabilità, se c’è una risata è contagiosa, se c’è un freddo è polare, se ci sono dei sogni, son nel cassetto. Ben chiusi, sempre. Poverini. I sogni, dico. Che poi dico dico e invece sto scrivendo.

E alla fine vi saluterei tutti e direi parto, e Perquindi direbbe anche a me: «Perquindi vai via?» e io gli risponderei: «Perquindi sì».

E adesso siccome ho scritto più di quattro righe e vorrei fare pausing, se ti fa niente farei zapping e magari stopping su To soréla entertainment.

Ecco.

Per farla breve, la vita è fatta di treni, tutti da prendere. Però, a pensarci su un momento, l’ultimo treno, quello lì sarebbe bello perderlo, zio campanaro. Absit iniuria verbis.

 

E infine grazie che mancano le “d” eufoniche e che in La meravigliosa utilità del filo a piombo hai chiamato clarinetti i clarinetti (lo so che non c’entra niente con Undici treni ma lo metto qui lo stesso, perché quando ho letto clarinetti mi si è allargato un sorriso che non hai idea). Che io ci ho il sobbalzo facile e vederli scambiati per clarini puoi immaginarti.

E niente. Son soddisfazioni.

 

Stravagante, arruffato, sagacemente sgrammaticato.

Il suo sguardo si posa sul mondo e sulla gente, sulle piccole gioie e i drammi della vita con ironia e umanità.

 

“Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?»

E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto.

«Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?»

«E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui.

«Sì» gli aveva detto il giornalista.

«E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?»

«No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto».

«Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento.

Zio campanaro, che testa che aveva.”i>