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Patricija

Gatta ci cova

Radici come rami

La lingua salvata: storia di una giovinezza - Elias Canetti, Amina Pandolfi, Renata Colorni

Radici come rami.

 

Da Rustschuk a Vienna, fino a Manchester e a Zurigo. Città, lingue, culture differenti. E libri. Tanti.

 

Ogni volta che avevo finito un libro, ne discutevo con mio padre e talvolta mi eccitavo a tal segno che lui doveva calmarmi. Non mi disse mai però, come usano fare gli adulti, che le fiabe non sono vere; e di questo gli sono particolarmente grato, forse le considero vere ancora oggi.”

 

Quando a sette anni perde il padre, è la madre che lo sostituisce e accompagna Elias nel suo cammino di conoscenza. Insieme incontrano i grandi nomi della letteratura, ne discutono, e gli insegna il tedesco, lingua che parlava col marito.

È un legame intenso, quello con la mamma, un legame esclusivo. Che convive con l’ombra di un grido:

 

«Figlio mio, tu giochi e tuo padre è morto! Tu giochi, giochi, e tuo padre è morto! Tuo padre è morto! Tuo padre è morto! Tu giochi e tuo padre è morto!».

 

Grido che incide indelebilmente nella memoria di Elias l’incontro con la morte. Sarà presenza pesante e dolorosa, tanto da diventare tema costante, ossessivo, nelle sue opere.

La morte, il suo nemico. Il nemico dell’umanità.

 

Il primo viaggio autobiografico si ferma al 1921. È prosa sorprendente e ricca. Penetra con forza emotiva vigorosa e viva. Scorre ora come ruscello, ora come fiume in piena, con lucidità feroce o elegiaca tenerezza. Il lettore non può che seguirlo fin là, dove con la cacciata dal paradiso  Elias nascerà alla vita.

 

Continuo a figurarlo con gli occhi rivolti ai cerchi scuri della tappezzeria, amici, compagni di gioco, di conversazione. E vorrei abbracciarlo.

 

A casa, nella stanza dei bambini, giocavo per lo più da solo. In verità giocavo poco, parlavo piuttosto con la tappezzeria. I molti cerchi scuri nel disegno della tappezzeria li vedevo come persone. Inventavo una quantità di storie in cui essi figuravano da protagonisti, qualche volta ero io a raccontargliele, ma qualche volta anche loro partecipavano al gioco; comunque non mi stancavo mai di questi personaggi della tappezzeria ed ero capace di stare ore e ore a discorrere con loro.”

 

  

Quanta gratitudine dobbiamo a penne come la sua. Quanta!