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Patricija

Gatta ci cova

Norme per la redazione di un testo radiofonico - Carlo Emilio Gadda, M. Bricchi

È il 1950, un brutto momento per Gadda che si vede costretto ad accettare l’incarico alla RAI, per far fronte alle difficoltà economiche che lo tormentano.  

Scrive, in una lettera a Contini:

«Rimpiango oramai gli anni di Firenze (salvo le bombe e le S.S.) con la nostalgia di chi ha perso una vita che più non sarà. Qui sono un burocrate schiacciato e bistrattato: e a casa, dopo una giornata di lavoro, trovo una vecchia megera che non posso permettermi il lusso di strozzare perché Roma è piena di carabinieri e tribunali».

Nel frattempo Gadda continua a scrivere. Nel ’55, lascerà la RAI per dedicarsi totalmente (grazie all’anticipo di Einaudi per I sogni e la folgore e ai pagamenti mensili di Garzanti per accelerare il compimento del Pasticciaccio) alla sua attività di scrittore.

 

Durante il suo impiego alla RAI gli viene chiesto di stilare un vademecum per gli autori radiofonici, nasce così Norme per la redazione di un testo radiofonico, una breve guida, data alle stampe nel ’53.

 

La sopportabilità massima del parlato-unito, in Italia, è di quindici minuti.”, scrive Gadda. Quindici minuti, e l’ascoltatore italiano, senza presenza fisica, gesti e atteggiamento di chi parla, si tedia.

Il pubblico radiofonico è un pubblico virtuale, trattandosi di <i>“«persone singole», di mònadi ovvero unità, separate le une dalle altre. Ogni ascoltatore è solo: nella più soave delle ipotesi è in compagnia di «pochi intimi».

 

E come ci si deve rivolgere a questa moltitudine di mònadi? Il Carlo Emilio lo spiega chiaramente:

 

L’eguale deve parlare all’eguale, il libero cittadino al libero cittadino, il cervello opinante al cervello opinante. Il radiocollaboratore non deve presentarsi al radioascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice o di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore, di amico.”

 

Lo stile da adottare? Innanzitutto evitare che nel radioascoltatore si manifesti il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale».

 

A seguire un elenco di suggerimenti. Cito:

 

“Evitare le parole desuete, i modi nuovi o sconosciuti, e in genere un lessico e una semantica arbitraria, tutti quei vocaboli o quelle forme del dire che non risultino prontamente e sicuramente afferrabili. Figurano tra essi:

a  i modi e i vocaboli antiquati;

b    i modi e i vocaboli di esclusivo uso regionale, provinciale, municipale;

c    i modi e i vocaboli, talora arbitrariamente introdotti nella pagina, della supercultura (p. e. della supercritica), del preziosismo e dello snobismo;

d    i modi e i vocaboli delle diverse tecniche; della specializzazione;

e    i modi e i vocaboli astratti.”

 

E ancora:

Evitare le forme poco usate e però «meravigliose» della flessione, anche se provengono da radicali (verbali) di comune impiego. Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. È questa una superstizione grammaticale da cui dobbiamo cercare di guarirci. Il verbo rappattumarsi genera uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita.”

 

Sulla doppia negazione:

 

Evitare le litòti a catena, le negazioni delle negazioni. La litòte semplice – negare il contrario di quel che si intende affermare – è gentile e civilissima figura. Molto redditizia al microfono e in ogni forma di discettazione ragionata o di esposto critico o storico, attenua la troppo facile sicurezza o l’asprezza eccessiva di chi afferma: crea un distacco ironico dal tema, o dal giudizio preferito. «Questa lirica non è malvagia». «La prosa del Barbetti non è delle più consolanti».

Ferale risulta invece all’ascolto la catena di litòti.

Alla seconda negazione la mente per quanto salda e agguerrita dell’ascoltatore si smarrisce nella giungla dei «non». Ogni «non» della tormentosa trenodìa precipita dal cielo del nulla a smentire il precedente, per essere a sua volta smentito dal seguente. Una doppia litòte è, le più volte, un problema di secondo grado. Difficile risolvere mentalmente un problema di secondo grado, impossibile risolvere un problema di terzo grado. Sarà bene vincere pertanto la seguente catena di tentazioni: «Non v’ha chi non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a ogni persona che non fosse priva di discernimento, il non ammettere che si debba ricusare di respingere una sistemazione che non torna certo a disdoro della Magnifica Comunità di Ampezzo». Più radiofonico: «Tutte le persone di buon senso vorranno ammettere che la sistemazione onorevole proposta dalla Magnifica Comunità di Ampezzo è senz’altro accettabile».”

 

 

Leggevo e pensavo ai tuoi libri. Mi son trovata con un sorriso grande così.

Ah, caro Carlo Emilio! Che godimento! Che piaser!