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Patricija

Gatta ci cova

Luciano Bianciardi, la protesta dello stile - Carlo Varotti

Difficile collocare Luciano Bianciardi, scrittore “contro”, nel multiforme panorama letterario e culturale di quegli anni; forse questa è una delle ragioni che l’hanno tenuto sempre ai margini. Ieri come oggi. Carlo Varotti fa notare che sebbene si possa parlare di una “riscoperta” dello scrittore, negli ultimi vent’anni, “la sua opera resta sostanzialmente sottostimata, o celebrata (il che è anche peggio) per fattori che nulla hanno a che fare con la qualità della sua scrittura.” E ha pienamente ragione.
Raramente il nome di Bianciardi compare nei saggi che argomentano le forme della postmodernità letteraria in Italia. Eppure, Angelo Guglielmi, che poneva come capostipite della “recente” narrativa sperimentale italiana C.E. Gadda, ascrive Bianciardi (con Mastronardi e Bruno) fra gli autori che “tengono conto dei problemi linguistici”, (Arbasino e Leonetti “operano sugli aspetti contenutistici”, La Capria e Del Buono curano “la struttura narrativa”, Volponi e Sanguineti si affidano a diretti “esperimenti verbali”). Si tratta di scrittori che ricercano e sperimentano nuove vie linguistiche verso “soluzioni spregiudicate e antitradizionali”. Sperimentazione che secondo Guglielmi assume “quella forza demistificatoria nei confronti delle cose che è la grande qualità della scrittura gaddiana”. E Bianciardi rientra a pieno titolo in questo panorama narrativo dei primi anni Sessanta.
La ricerca dello stile fu un impegno costante per Bianciardi scrittore e traduttore, autore di migliaia di pagine di narrativa, inchiesta sociale, divulgazione storica, articoli di costume.
Con questo saggio, Varotti, ci accompagna in un viaggio, attraverso le sue opere, nella parola bianciardiana, sensibilissima, acuta, che non risparmia e non si risparmia.
Un altro libro da amare.



“Il lettore che entri nel vasto universo di Bianciardi scopre presto che la sua scrittura è attraversata da persorsi coerenti; da ritorni di temi, elementi stilistici e strutturali che, da un’opera all’altra, vengono continuamente rimodulati e ripensati, in un processo di scrittura che fu tutt’altro che inconsapevole e ingenuo.”