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Patricija

Gatta ci cova

Un volgo disperso - Adriano Prosperi

… la fiamma traballa,
la mucca è nella stalla.
La mucca e il vitello,
la pecora e l'agnello,
la chioccia coi pulcini,
la mamma coi bambini.

(Lina Schwarz)



La vita nelle campagne italiane dell’Ottocento non fu documentata dai contadini. L’analfabetismo glielo impedì. Per averne memoria diretta, attenderemo il 1968, anno in cui Vincenzo Rabito, contadino siciliano classe 1899, dopo aver combattuto contro la condizione di semianalfabeta, scriverà la sua storia battendo con un solo dito sui tasti di una Olivetti Lettera 22.

Falsamente illustrati, esclusi dalle trasformazioni che andavano compiendosi, i contadini vissero in condizioni disumane fra bestie, miasmi malsani e umidità insalubre.
Ci volle l'invasione degli eserciti napoleonici perché nascessero nei nuovi “Stati italiani” istituzioni governative dedicate alla conoscenza di realtà e problematiche delle comunità contadine. S’impostarono commissioni d’igiene, partì una serie d’inchieste e rilevazioni (“non tutte arrivate a compimento”). Riconosciuta l’importanza della statistica come scienza di governo, essa “divenne una disciplina accolta nell’ordinamento delle università e associata all’economia.”
I medici condotti furono incaricati di redigere una “Statistica”. L’indagine svelò l’enorme disparità culturale tra le città e il mondo contadino, soprattutto portò alla luce la sofferenza di questa povera gente, costretta a vivere nel “succidume”, a nutrirsi di niente, a morire di stenti, a passare i mesi invernali nelle stalle, a stretto contatto con le bestie che divenivano fonte di calore.
Contadini, gente invisibile, “classe oggetto”. Popolo infetto, strumento d’arricchimento delle classi dominanti. Stirpe spregiata, sottomessa da borghesia e clero.

Contadini senza sufficienti strumenti per lavorare la terra, impegnati ogni giorno della settimana per dieci, dodici ore; durata che si prolungava di solito oltre le ore di luce solare. La vita degli uomini era dura, quella delle donne spaventosa. Le donne di giorno sarchiavano la terra, piantavano e sradicavano legumi, spigavano, vendemmiavano, coglievano olive, mandorle, fieno. Nelle ore notturne filavano e tessevano, dopo aver “onorato” le faccende domestiche. Le fatiche cui si sottoponevano erano causa di aborti e, spesso, di conseguente sterilità. Delle nascite si occupavano ostetriche improvvisate, incapaci e prive di qualsiasi conoscenza medica mettevano a rischio la vita di madri e figli: “strappano la placenta fuori tempo […], tirano il feto doppio senza raddrizzarlo, comprimono appena nato la testa in tutt’i sensi per rotondarla, spezzano il freno della lingua, conficcano il dito nell’ano, o nella vagina della neonata e molte volte sono causa della loro morte”. I neonati abbandonati presso gli ospizi erano affidati a contadine nutrici che se ne occupavano per guadagnare qualche soldo. I bambini che non morivano entro i primi anni di vita erano destinati a un’esistenza grama: i maschi occupati come garzoni, le femmine a servire o mendicare. Tanto necessaria era la presenza dei piccoli lavoratori nei campi che fu pressoché inutile l’istituzione delle scuole elementari.

L’alimentazione dei contadini era a base di pane, non sempre fatto di frumento: spesso era pane di farina d’orzo crudo e arrostito, oppure polenta. La carne (sulla tavola solo nelle feste solenni) era sostituita dai lupini; quando compariva sul desco di questa povera gente, era il più delle volte carne infetta d’animali morti di malattie pericolose anche per l’uomo.
D’estate, per recuperare qualche denaro, si spostavano con le famiglie: gli uomini andavano a mietere, le donne e i bambini a “spigare”. Per un mese tutti dormivano a “ciel sereno”, e questo non poteva che aggravare malattie come polmoniti e pleuriti, causa di numerosi morti per “febbri perniciose”.
Colera, malaria, tisi, rachitide, scrofola, sifilide, pellagra falcidiavano la popolazione contadina. Madre di tutte le malattie: la miseria.

Durante il secolo XIX i medici condotti produssero rapporti sulle condizioni di vita dei contadini, cercarono di migliorare il loro stato igienico-sanitario, di educarli al rispetto di norme d’igiene fondamentali, di sollevarli dalla loro condizione bestiale.
Nell’immobilità dello Stato e dei ceti più agiati, che temevano la massa contadina. Quando lavoratori della terra, alzata la testa, osarono accendere la fiamma della sommossa, trovarono un altro fuoco a fiaccare e reprimere il tumulto, a sopprimere il seme del socialismo che stava germogliando, perché “Nulla è più pericoloso di una grande idea in un piccolo cervello”. Il cervello ristretto era quello dei contadini, considerati – sotto l’influenza del pensiero lombrosiano - una “anteriore fase dell’evoluzione psichica umana”. Esseri pericolosi, da rinchiudere nei penitenziari o nei manicomi criminali. Da tenere isolati per non propagare “la loro stirpe disgraziata” perché “quel qualunque progresso morale, che l’umanità ha raggiunto in tante migliaia d’anni, si deve […] ad una lenta e continua selezione, per sopravvivenza dei migliori.
Razza inferiore, malattia sociale da combattere senza pietà. “Razza”, nuovo elemento divisivo. Nuova barriera che si erigeva tra il contadino e il resto del mondo. Si apriva la via all’esercizio “illimitato del diritto di vita e di morte come iscritto nella logica della lotta per la sopravvivenza della specie”.
Nel linguaggio degli intellettuali italiani entrò in uso un nuovo lemma per la categoria: “umili”, termine che tanto sdegno suscitò in Gramsci.

“Questa espressione – «gli umili» – è caratteristica per comprendere l’atteggiamento tradizionale degli intellettuali italiani verso il popolo e quindi il significato della «letteratura per gli umili». Non si tratta del rapporto contenuto nell’espressione dostoievschiana di «umiliati e offesi». In Dostojevschij c’è potente il sentimento nazionale-popolare, cioè la coscienza di una missione degli intellettuali verso il popolo, che magari è «oggettivamente» costituito di «umili» ma deve essere liberato da questa «umiltà», trasformato, rigenerato. Nell’intellettuale italiano l’espressione di «umili» indica un rapporto di protezione paterna e padreternale, il sentimento «sufficiente» di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze, una ritenuta superiore e l’altra inferiore, il rapporto come tra adulto e bambino nella vecchia pedagogia o peggio ancora un rapporto da «società protettrice degli animali», o da esercito della salute anglosassone verso i cannibali della Papuasia” (Gramsci, Quaderni dal carcere)

La classe dirigente non è mai cambiata, e la riforma agraria è questione ancora aperta.
Penso ai volti e ai corpi dei contadini di oggi, così simili a quelli di ieri. Stracciati, magri, spesso scalzi. Lavorano fino a dodici ore al giorno, patiscono e sopportano le stesse angherie. Differenti per pochi particolari: la pelle più scura, una lingua sconosciuta. I contadini di oggi arrivano sognando un lavoro e confidando nei diritti, quelli di ieri partivano verso mete lontane in cerca di lavoro e diritti, ché qui gli erano negati. Sono a fianco di altri esseri umani nati e cresciuti in Italia; quelli che non sono andati via, quelli che sono rimasti accettando di lavorare nei campi in cambio di due soldi, per non morire di fame. Le donne, ora come allora, vivono una situazione ancor più drammatica.
È Storia che ci appartiene. Ma volgiamo lo sguardo altrove. Da sempre.
C’è da vergognarsi.