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Patricija

Gatta ci cova

Il ventre di Napoli - Matilde Serao

Nella vita io porto il cuore di bronzo,
ma se vi è una cosa che mi indebolisce,
che mi fa struggere, è l’amore per Napoli.
(Matilde Serao, Lettera a Febea)

 



Matilde era napoletana, Matilde era la sua città.
Il romanzo-inchiesta “Il ventre di Napoli” si apre con forza dirompente, per rispondere all’onorevole Depretis che, dopo aver accompagnato re Umberto nelle strade partenopee, in quel 1884 segnato dal colera, saggiata la lordura e la miseria della povera gente, affermò: “Bisogna sventrare Napoli”.



Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, poiché voi siete il governo e il governo deve saper tutto. Non sono fatte pel governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore belle e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie. Ma il governo doveva sapere l’altra parte: il governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri; il governo che sa tutto: quanta carne si consuma in un giorno e quanto vino si beve in un anno, in un paese; quante femmine disgraziate, diciamo così, vi esistano, e quanti ammoniti siano i loro amanti di cuore; quanti mendichi non possono entrare nelle opere pie e quanti vagabondi dormono in istrada la notte; quanti nullatenenti e quanti commercianti vi siano; quanto rende il dazio consumo, quanto la fondiaria, per quanto s’impegni al Monte di Pietà e quanto renda il lotto. Questa altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perché siete ministro?


È inutile sventrare una città per risanarla; per guarirla va curata, Matilde lo sa:


Per levare la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnar loro come si vive - essi sanno morire, come avete visto - per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna in gran parte rifarla.



Vent’anni dopo, nel 1904, la città si presenta con un nuovo abito. O così pare. La piazza della stazione non è più grigia e maleodorante: ha la “vastità degna d’una metropoli” con le sue tre ampie strade che si presentano al viaggiatore.
Accedendo al Rettifilo, l’occhio stupisce per l’ampiezza della via, per il suo bel disegno. Ma è unicamente l’occhio distratto a stupirsi, a non comprenderne le piante assenti né lo strazio di quei pochi alberelli gracili e sofferenti di cui nessuno si cura: non il sindaco, non l’assessore dei giardini, non i cittadini. Passando velocemente si nota soltanto la maestosità del Rettifilo e non si vede ciò che maschera. Il Rettifilo ha tagliato in due il ventre di Napoli, “attraversando i quattro quartieri popolari e popolosi di Mercato Vicaria, Pendino e Porto”. È, o dovrebbe essere, l’emblema della solidarietà umana; il Rettifilo aveva il compito di sanare e salvare il popolo napoletano e, grazie allo sguardo fugace, all’aridità di domande, alla mancanza di risposte, alla fretta, alla superficialità, pare veramente ch’esso abbia offerto al popolo ciò che gli abbisognava. Basterebbe volgere gli occhi per vedere uno scenario diverso. Si scorgerebbero così le sordide abitazioni ferite da povertà e vizio. Si assisterebbe a uno spettacolo orrido, fatto di miseria, di cenci avvilenti appesi alle finestre, di umanità abbandonata, disprezzata, dimenticata. Spettacolo doloroso e ingiusto che infrange vergognosamente il sogno di felicità del Rettifilo.

Infine è Napoli, con voce pacata, a esprimersi:
… io ho bisogno di risorgere. Io non solo debbo vivere, ma debbo svolgere tutte le mie forze sociali e individuali: ognuno dei miei cittadini, sia pure il più oscuro, il più ignoto deve aver lavoro, salute, protezione, educazione, e tutti i cittadini e, io, Napoli, debbo prendere il mio posto bello, nobile, forte, nella vita operosa ed efficace moderna.

Servono capitali che possano contribuire allo sviluppo, ma che sia possibile introdurre senza che qualcuno ne metta la taglia. Servono imprese industriali, ove il capitalista possa “collocare onestamente e securamente il suo danaro” e il lavoratore trovare giusto compenso e aiuto sociale. Servono banche che aiutino le iniziative oneste e sottraggano cittadini e industre all’usura.
Tutto deve però esser fatto alla luce del sole, senza accordi dubbi, disoneste concessioni, premi, compensi. Senza corruzioni. Senza guadagni illeciti.



Io invoco il lavoro, invoco le società, invoco le industrie, invoco le banche, che dovranno redimere la mia miseria, il mio ozio e la mia inciviltà: ma tutto questo deve esser fatto in un’altra maniera, non più in quella di prima, in una maniera schietta, leale, franca, in una forma delle più integre, con, una probità perfetta, con quel rigore di coscienza, da tutte le parti, che, in tanto rivolgimento di cose, è la via della verità e della vita.



Un monito, infine, quello di Matilde. Penna autentica, sensibile, coraggiosa:


… Faccia il suo dovere chiunque, non altro che il suo dovere, verso il popolo napoletano dei quattro grandi quartieri, faccia il suo dovere come lo fa altrove, lo faccia con scrupolo, lo faccia con coscienza e, ogni giorno, lentamente, costantemente, si andrà verso la soluzione del grande problema, senza milioni, senza società, senza intraprese, ogni giorno si andrà migliorando, fino a che tutto sarà trasformato, miracolosamente, fra lo stupore di tutti, sol perché, chi doveva si è scosso dalla mancanza, dalla trascuranza, dall’inerzia, dall’ignavia e ha fatto quel che doveva.



Esortazione di ieri, che ancora oggi attende d’essere applicata pienamente.


P.S. Vogliate bene a Napoli. E vogliatene a Matilde.