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Patricija

Gatta ci cova

Rimini - Pier Vittorio Tondelli

“Voglio che Rimini sia come Hollywood, come Nashville cioè un luogo del mio immaginario dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le pasticche, ama, trionfa o crepa. Voglio un romanzo spietato sul successo, sulla vigliaccheria, sui compromessi per emergere. Voglio una palude bollente di anime che fanno la vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole, e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è questa Italia del “sei dentro o sei fuori”. La massa si cuoce e rosola, gli eroi sparano a Dio le loro cartucce”.

Nella primavera del 1981 a Pier Vittorio viene proposto di passare due mesi sulla riviera adriatica per lavorare a un inserto speciale. Non parte. Manda invece Bruno Bauer, giornalista protagonista di Rimini, nell’abbagliante Hollywood romagnola, dove si va perché ci sono altri centomila, dove musica e sesso e droga si levano in coro, dove la notte è variopinta e risplende di strass e paillettes. 
Bauer e i suoi collaboratori percorreranno lo sfavillante lunapark italiano per cogliere e raccontare vite che scorrono e s’arrestano, bagliori e ombre di esistenze note e sconosciute. È un succedersi di personaggi, credibili perché rubati alla realtà, fantastici perché rinnovati dalla genialità della scrittura di Tondelli. Ognuno è mosaico umano, con ambizioni alte e sconfitte certe. Girano su una giostra che non prevede vincitori. Le braccia si tendono, le mani si chiudono. Il trofeo è irraggiungibile. Ma attorno, tutto è colore, tutto rifulge. 
La bocca stupita non avverte retrogusto amaro. C’è tempo, c’è tempo. Non va perduto.
Poi le luci si spengono. E rimane il vuoto.

Ciao Pier, a ri-vederci con le parole.


P.S. È recente la notizia che, grazie alla donazione della famiglia Tondelli e al consenso del curatore dell’opera tondelliana Fulvio Panzeri, la biblioteca privata dello scrittore diventa patrimonio del comune di Correggio. Si tratta di 2494 volumi che troveranno collocazione a Palazzo dei Principi presso il Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli. La collezione, comprese le annotazioni e sottolineature autografe di Tondelli, sarà consultabile nei primi mesi del prossimo anno.

Il libro dell'estate - Tove Jansson, Carmen Giorgetti Cima
“… una pianta la si sposta dove può stare meglio, per una settimana ce la fa a sopravvivere sulla veranda. Se si sta via più a lungo, la si affida a qualcuno che la bagni, e può essere un po’ complicato.
Perfino le piante diventano una responsabilità, come tutto quello di cui si ha cura e che non è in grado di decidere da sé.”


Una vita germoglia, un’altra appassisce. Nel mezzo tutte le tempeste e i bisogni e le assenze tessuti in un’organza di mestizia, ricamata con vaporosa levità e rarefatta ironia.
Non c’è trama nella pagina quotidiana dell’esistenza, ma va a comporre il romanzo della vita il cui disegno è noto: nascere, vivere, morire. Questo sa la vita sfiorita. Questo va scoprendo la novella vita.

Delicato come un acquerello, con qualche guizzo di china fra i colori, Il libro dell’estate è una favola gentile. Contenuta e garbata, sfiora senza toccare, scalda senza accendere. Poeticamente algida. 
Algidamente poetica.
“Aha”.
E allora voglio tradurre l’insopportabile petulanza di Sofia come richiesta, prepotente e gridata, di quel mancato slancio istintivo e umano capace di attenuare, per quanto possibile, il dolore della perdita e il senso di smarrimento e rabbia. 
Un modo per chiedere qualcosa di più. Alla nonna. E alla penna di Tove. 
Fuoco e sale anziché algida poesia.
“Aha”, direbbe Sofia.
“Aha”, ripeterebbe la nonna.
“Aha”, aggiungo io. Perché? C’è una bambina di sei anni alle prese con l'elaborazione del lutto, e mai un abbraccio.



P.S. Ci sarebbe qualcosa da dire anche sulla traduzione. “Aha”.

 

Sei passeggiate nei boschi narrativi - Umberto Eco

“Un bosco è, per usare una metafora di Borges […] un giardino dai sentieri che si biforcano. Anche quando in un bosco non ci sono sentieri tracciati, ciascuno può tracciare il proprio percorso decidendo di procedere a destra o a sinistra di un certo albero e così via, facendo una scelta a ogni albero che si incontra. In un testo narrativo il lettore è costretto a ogni momento a compiere una scelta. Anzi, quest’obbligo della scelta si manifesta persino a livello di qualsiasi enunciato, almeno a ogni occorrenza di un verbo transitivo.

Mentre il parlante si accinge a terminare la frase noi, sia pure inconsciamente, facciamo una scommessa, anticipiamo la sua scelta, o ci chiediamo angosciati quale scelta farà.”

 

 

Incamminarsi nel bosco e uscirne con rinnovata consapevolezza.

Essendo comprovato il fabulare del lupo, incontrandolo, non sarà certo bizzarro fermarsi per scambiare quattro chiacchiere. Magari davanti a un buon caffè. E un pasticcino.

Chissà se il lupo è lettore modello, empirico, ideale, implicito, virtuale o metalettore.

Fratelli D'Italia - Alberto Arbasino

Fratelli d’Italia deve ancora affacciarsi nelle librerie (uscirà a maggio ’63, pubblicato da Feltrinelli), che ha già sollevato qualche (qualche!) malumore. Colpa forse di un paio di copie, sfuggite chissà come, lette ad alta voce qua e là, accompagnate da cori di “Scaaandalo!” 
I frequentatori di certi ambienti mondani si sentono chiamati in causa, e d’un tratto gli amici non sono più amici, i saluti vengono a mancare, e qualcuno (un altro Alberto), più arrabbiato di altri, cerca un modo per vendicarsi. Non lo denunciano, ma solo perché il libro non è ancora uscito e mancherebbe il corpo del reato. 
Insomma, certa società, che per la prima volta si vede nuda allo specchio, non gradisce, si sorprende, s’indigna. 
Anche Bassani, direttore editoriale della casa editrice Feltrinelli, osteggia l’opera di Arbasino; non ne condivide la mescolanza di generi, lo stile e il virtuosismo.
L’editore taglia corto: “Non desidero entrare nelle polemiche sul romanzo. Quello di Alberto Arbasino è a mio avviso anzitutto un libro, che alcuni leggeranno come un romanzo, altri come un saggio, altri forse ancora come un pamphlet o un repertorio giornalistico”.
Il libro esce dopo che l’avvocato cui è stato sottoposto il testo, non riscontrando estremi per eventuali denunce, dà il via.
Così Fratelli d’Italia arriva sugli scaffali. 
Alla prima pubblicazione per Feltrinelli del 1963, ne sono seguite altre due: quella per Einaudi nel 1976 e la terza per Adelphi nel 1993, ognuna rivisitata e ampliata dall’autore, modifiche che hanno fatto lievitare le pagine da 532 a 663, fino all’ultima versione a 1371 pagine. E sono 1371 pagine di puro godimento. 

Fra una metafora fuori moda e una parabola che fa tendenza c’è lo svelarsi di quella certa società che si presenta al mondo in tutta la sua inconsistenza, e che però non offre carne in scatola agli invitati né veste abiti dozzinali da department store. Nondimeno, when it comes to books, nelle loro “magioni eccelse, su quei tavolini così fini, sotto i Canaletto e i Bellotto, vedi volumi analoghi a pacchetti di patatine, merendine per bambini, detersivi popolari”
C’è il Paese intero, perennemente inadeguato e in ritardo, pieno di contraddizioni e pochezze. Ci sono letteratura e letterati, scrittura e scrittori, usi e costumi di quel magico momento del boom economico e culturale. E ci son le cose che certa morale non vuol che siano, ma che essendo si esercitano; l’importante è tacerle. Almeno le proprie. 

Fratelli d’Italia è un grandioso viaggio letterario-culturale sfrenato e incalzante. E… no ve l’oo ditt? Geniale. Ecco. L’ho detto. 
Su e giù a gran velocità per questa Hollywood nostrana. 
Non distogliete lo sguardo, ché il paesaggio scorre rapido e magnifico. Non distraetevi. Preparate taccuino e penna: al termine vi troverete con un elenco chilometrico di nuovi possibili itinerari letterari.
Di questo viaggio rimarrà la voglia di ripercorrere, di tanto in tanto, un tragitto a caso e andare in visibilio, ancora. 
E allora, Let’s go! Che meraviglia. Che piacere. Che goduria!

Caro Arba (posso chiamarti così?), per fortuna hai scritto Fratelli d’Italia allora. Ché oggi è rimasta da raccontare un’italietta dalla mondanità smorta, da schiscèta di minestrina sciapa. What a luck, what a luck! ch'era il 1963.
Levo un calice di italian i ([vino] “spaventosa erosione della matrice “vinum”, operata dall’abominevole dialetto bergamasco”), anche se sono astemia. 
Let’s drink, my dear Arba’! Leggerti è sempre una festa. Lo dico inscì: un gran piaser! E grazie (grazie!).


“Nei nostri vecchi tinelli... Da una parte, romanzetti piccolo-borghesi d’occasione, evasione, rievocazione, commozione, signora mia. E dall’altra, fuga da ogni realtà contemporanea nell’esercizio di stile al piccolissimo punto. Appena si vede crescere l’ombra del dittatore, guardare la realtà senza affetto può diventare pericoloso. E i più svelti fanno in fretta a capire: l’America l’è amara finché vige il Fascio, la diventa buonissima solo quand’è arrivato il generale Clark e si sono perse anche le mutande grazie al Duce. Poi però Togliatti fa paura, e allora si ricomincia: l’è amara, non l’è amara, e se non la sarà amara, chissà mai cosa sarà”.

Nella perfida terra di Dio - Omar Di Monopoli

Linguaggio ibrido, potente, ruvido. Mescolanza di dialettismi, lemmi arcaici e neologismi che rendono alta la scrittura.

 

“Prima” e “dopo”. Così è scandita la vita a Rocca Bardata, chimerico paese del Salento.

“Prima” e “dopo” si distinguono dai segni del tempo lasciati sui protagonisti, dalle ferite fresche o cicatrizzate ma mai guarite.

“Prima” e “dopo” confinati in un universo limaccioso, dove i sogni muoiono appena alzano il capo e i fiori appassiscono ancor prima di sbocciare.

Rocca Bardata, dove “prima” e “dopo” hanno concepito un seme malato e corrotto, dove “prima” era ieri, “dopo” è oggi, e dove domani è troppo lontano anche solo a pensarlo, è buona solo per la mala erba.

La genesi di tutto è racchiusa fra le zolle di una terra mefitica che nulla concede, che non offre salvezza, che costringe a ingoiare sangue e fango.

È la perfida terra di Dio, dove la redenzione è impensabile e la risurrezione impossibile.

Nella perfida terra di Dio, nonostante tutto, si leva un fiato di speranza. Refolo di vento che sorride impertinente e alimenta il fuoco, medicamento catartico per la terra e per gli uomini. Ha la voce di Michele, il più piccolo dei reietti.

 

“… se iddu non teneva a noi col cazzo che tornava qua a pigliarsi due pallottole

 

 

 

 

P.S. Però, la sonata non prevede ouverture.

Sofistica, lo so.

Norme per la redazione di un testo radiofonico - Carlo Emilio Gadda, M. Bricchi

È il 1950, un brutto momento per Gadda che si vede costretto ad accettare l’incarico alla RAI, per far fronte alle difficoltà economiche che lo tormentano.  

Scrive, in una lettera a Contini:

«Rimpiango oramai gli anni di Firenze (salvo le bombe e le S.S.) con la nostalgia di chi ha perso una vita che più non sarà. Qui sono un burocrate schiacciato e bistrattato: e a casa, dopo una giornata di lavoro, trovo una vecchia megera che non posso permettermi il lusso di strozzare perché Roma è piena di carabinieri e tribunali».

Nel frattempo Gadda continua a scrivere. Nel ’55, lascerà la RAI per dedicarsi totalmente (grazie all’anticipo di Einaudi per I sogni e la folgore e ai pagamenti mensili di Garzanti per accelerare il compimento del Pasticciaccio) alla sua attività di scrittore.

 

Durante il suo impiego alla RAI gli viene chiesto di stilare un vademecum per gli autori radiofonici, nasce così Norme per la redazione di un testo radiofonico, una breve guida, data alle stampe nel ’53.

 

La sopportabilità massima del parlato-unito, in Italia, è di quindici minuti.”, scrive Gadda. Quindici minuti, e l’ascoltatore italiano, senza presenza fisica, gesti e atteggiamento di chi parla, si tedia.

Il pubblico radiofonico è un pubblico virtuale, trattandosi di <i>“«persone singole», di mònadi ovvero unità, separate le une dalle altre. Ogni ascoltatore è solo: nella più soave delle ipotesi è in compagnia di «pochi intimi».

 

E come ci si deve rivolgere a questa moltitudine di mònadi? Il Carlo Emilio lo spiega chiaramente:

 

L’eguale deve parlare all’eguale, il libero cittadino al libero cittadino, il cervello opinante al cervello opinante. Il radiocollaboratore non deve presentarsi al radioascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice o di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore, di amico.”

 

Lo stile da adottare? Innanzitutto evitare che nel radioascoltatore si manifesti il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale».

 

A seguire un elenco di suggerimenti. Cito:

 

“Evitare le parole desuete, i modi nuovi o sconosciuti, e in genere un lessico e una semantica arbitraria, tutti quei vocaboli o quelle forme del dire che non risultino prontamente e sicuramente afferrabili. Figurano tra essi:

a  i modi e i vocaboli antiquati;

b    i modi e i vocaboli di esclusivo uso regionale, provinciale, municipale;

c    i modi e i vocaboli, talora arbitrariamente introdotti nella pagina, della supercultura (p. e. della supercritica), del preziosismo e dello snobismo;

d    i modi e i vocaboli delle diverse tecniche; della specializzazione;

e    i modi e i vocaboli astratti.”

 

E ancora:

Evitare le forme poco usate e però «meravigliose» della flessione, anche se provengono da radicali (verbali) di comune impiego. Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. È questa una superstizione grammaticale da cui dobbiamo cercare di guarirci. Il verbo rappattumarsi genera uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita.”

 

Sulla doppia negazione:

 

Evitare le litòti a catena, le negazioni delle negazioni. La litòte semplice – negare il contrario di quel che si intende affermare – è gentile e civilissima figura. Molto redditizia al microfono e in ogni forma di discettazione ragionata o di esposto critico o storico, attenua la troppo facile sicurezza o l’asprezza eccessiva di chi afferma: crea un distacco ironico dal tema, o dal giudizio preferito. «Questa lirica non è malvagia». «La prosa del Barbetti non è delle più consolanti».

Ferale risulta invece all’ascolto la catena di litòti.

Alla seconda negazione la mente per quanto salda e agguerrita dell’ascoltatore si smarrisce nella giungla dei «non». Ogni «non» della tormentosa trenodìa precipita dal cielo del nulla a smentire il precedente, per essere a sua volta smentito dal seguente. Una doppia litòte è, le più volte, un problema di secondo grado. Difficile risolvere mentalmente un problema di secondo grado, impossibile risolvere un problema di terzo grado. Sarà bene vincere pertanto la seguente catena di tentazioni: «Non v’ha chi non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a ogni persona che non fosse priva di discernimento, il non ammettere che si debba ricusare di respingere una sistemazione che non torna certo a disdoro della Magnifica Comunità di Ampezzo». Più radiofonico: «Tutte le persone di buon senso vorranno ammettere che la sistemazione onorevole proposta dalla Magnifica Comunità di Ampezzo è senz’altro accettabile».”

 

 

Leggevo e pensavo ai tuoi libri. Mi son trovata con un sorriso grande così.

Ah, caro Carlo Emilio! Che godimento! Che piaser!

La musica, come la vita, parapiglia d’emozioni.

Preludio a un bacio - Tony Laudadio

Il preludio era anticamente un’esecuzione in forma libera, serviva a trovare l’intonazione e introdurre l’opera musicale.

Forme libere negli standard jazz che Emanuele intona.

Forme libere, proemi che introducono il tema della rinascita.

 

Nel lemma “preludio” è incastonato “ludere”, “giocare”.

Giocare/suonare in inglese è “to play”, in francese “jouer”, in tedesco “spielen”.

Preludio è il gioco della vita che si spiega a innumerevoli premesse, che scorre placida e turbolenta, gaia e ansante; sempre in forme libere, sorprendenti.   

 

Emanuele gioca con le note, Tony con le parole.

Il romanzo è un succedersi di preludi, ognuno anticipa sogni, tentativi di legami, desideri di risoluzioni e rivoluzioni, di riscatti. In comune un’attesa d’amore. E di felicità.

L’aria della strada raccoglie, s’empie di note, e di parole; quelle di Emanuele e quelle di chi percorre un tratto di pentagramma insieme. S’empie anche di dolore, fisico e morale. Solo all’ultima nota sapremo se il preludio è rimasto ciò che originariamente era o se s’è fatto composizione distinta. Ma lo sapremo veramente?

 

La parola è la sorella stronza della musica

Affermazione di notevole impatto. Colpisce. Ha colpito anche me.

Ci ho pensato un po’.

La parola è significato e musica, talvolta è musica ancor prima che significato. È suono, è alito emozionale ed emozionante. Questo un attore lo sa. Allora mi dico che l’affermazione è di Emanuele, non del suo creatore. E mi par di trovare la giusta dimensione.

Ci rifletterò ancora.

Certo è che la musica è quel filo impalpabile che unisce l’umano al divino, e arriva dove la parola non può.

 

Preludio a un bacio è un romanzo gentile. Umano, come la voce del sax tenore. Sfiora, tocca, e ti dice che, in fondo, nessuno di noi passa invano.

Cede un po’ qua e là, ma scorre e lascia spunti per pensare.

 

 

 

P.S. Si sa, io ci ho il sobbalzo facile.

 

Recupero uno straccio per pulirlo [il sax] e smonto anche l’ancia, che in genere lascio sempre attaccata per fare prima. Dovrei comprarne una nuova, questa è consumata e leggermente incrinata, sono anni che la uso.

 

Un’ancia spesso ha vita breve, brevissima, talvolta nemmeno ce l’ha, una vita. Lasciarla attaccata all’imboccatura senza asciugarla significa ritrovarla con le “onde” in punta e sfibrarla prima. Anche imbattendosi in una di quelle ance miracolose, sogno di ogni strumentista (e che sogno rimane il più delle volte), si riuscirebbe a usarla per parecchio tempo, alternandola con altre ance. Anni, però, direi di no. E non può essere una sintetica (sarebbe comunque una durata enorme), l’incrinatura e quel “Inumidisco l’ancia” fa cadere l’ipotesi.

Insomma, "è un secolo che la uso" avrebbe reso l'idea di un tempo lungo senza quantificarlo; "sono anni che la uso" fa sobbalzare.

E ho sobbalzato. Ecco.

Pesante, lo so. Tenetemi così.

 

 

Prelude to a kiss

https://www.youtube.com/watch?v=j20urFTll-M

Radici come rami

La lingua salvata: storia di una giovinezza - Elias Canetti, Amina Pandolfi, Renata Colorni

Radici come rami.

 

Da Rustschuk a Vienna, fino a Manchester e a Zurigo. Città, lingue, culture differenti. E libri. Tanti.

 

Ogni volta che avevo finito un libro, ne discutevo con mio padre e talvolta mi eccitavo a tal segno che lui doveva calmarmi. Non mi disse mai però, come usano fare gli adulti, che le fiabe non sono vere; e di questo gli sono particolarmente grato, forse le considero vere ancora oggi.”

 

Quando a sette anni perde il padre, è la madre che lo sostituisce e accompagna Elias nel suo cammino di conoscenza. Insieme incontrano i grandi nomi della letteratura, ne discutono, e gli insegna il tedesco, lingua che parlava col marito.

È un legame intenso, quello con la mamma, un legame esclusivo. Che convive con l’ombra di un grido:

 

«Figlio mio, tu giochi e tuo padre è morto! Tu giochi, giochi, e tuo padre è morto! Tuo padre è morto! Tuo padre è morto! Tu giochi e tuo padre è morto!».

 

Grido che incide indelebilmente nella memoria di Elias l’incontro con la morte. Sarà presenza pesante e dolorosa, tanto da diventare tema costante, ossessivo, nelle sue opere.

La morte, il suo nemico. Il nemico dell’umanità.

 

Il primo viaggio autobiografico si ferma al 1921. È prosa sorprendente e ricca. Penetra con forza emotiva vigorosa e viva. Scorre ora come ruscello, ora come fiume in piena, con lucidità feroce o elegiaca tenerezza. Il lettore non può che seguirlo fin là, dove con la cacciata dal paradiso  Elias nascerà alla vita.

 

Continuo a figurarlo con gli occhi rivolti ai cerchi scuri della tappezzeria, amici, compagni di gioco, di conversazione. E vorrei abbracciarlo.

 

A casa, nella stanza dei bambini, giocavo per lo più da solo. In verità giocavo poco, parlavo piuttosto con la tappezzeria. I molti cerchi scuri nel disegno della tappezzeria li vedevo come persone. Inventavo una quantità di storie in cui essi figuravano da protagonisti, qualche volta ero io a raccontargliele, ma qualche volta anche loro partecipavano al gioco; comunque non mi stancavo mai di questi personaggi della tappezzeria ed ero capace di stare ore e ore a discorrere con loro.”

 

  

Quanta gratitudine dobbiamo a penne come la sua. Quanta!

I fiori blu - Raymond Queneau, I. Calvino

Buttate bussole e orologi, ché in questo viaggio non servono. Prendete invece una medaglia e osservatene le facce.

 

Il duca d’Auge sogna d’essere Cidrolin che sonnecchia nel barcone ormeggiato sulla Senna.

Cidrolin sogna d’essere il duca d’Auge.

Le vicende del duca si compiono con salti temporali di 175 anni, partendo dal 1264. Quelle di Cidrolin si svolgono nell’anno 1964.

Il duca e Cidrolin non potrebbero essere più diversi. L’uno feroce, senza scrupoli, sanguinario, l’altro sempre un po’ annebbiato, imbevuto di ”pernod” (essenza di finocchio); ridipinge lo steccato che qualcuno di notte riempie di scritte infamanti e poi si occupa della sua attività preferita: dormire. Sognare. Sulla sua chiatta, il suo barcone, la sua Arca.

Per conoscere le vicende del duca si deve attendere che Cidrolin s’addormenti, per seguire il sonnacchioso Cidrolin s’aspetterà che dorma il duca.  

S’incontreranno. Nel 1964. Sull’Arca.

Il diluvio non è solo d’acqua.

 

I fiori blu è gioco fra sogno e realtà, fra vite che scorrono e cavalli che parlano. È viaggio in tondo al tempo e allo spazio, è succedersi di citazioni e metafore. È sfida, divertimento, baraonda entusiasmante. È fantasmagoria linguistica.  

È faccenda contorta fin là, dove dal fango sbocciano piccoli fiori blu.

 

 

Anche le marce più oscure hanno una fine. Il Duca disse:

- Eccoci qua.

Si fermò. L’abate Riphinte l’imitò:

- Dove credete che siamo arriva-ti? - chiese il Duca.

- Nelle tenebre.

- E cosa vedremo?

- Poco o niente.

 

 

Salite sulla torre e poi lasciatevi andare. O cadere. Nel sogno, s’intende!

La diva Julia - Franco Salvatorelli, W. Somerset Maugham

Dicono che recitare è soltanto finzione. Questa finzione è la sola realtà

  

Suo padre è il più bell’uomo d’Inghilterra, sua madre la più brava attrice. L’unico desiderio di Roger si chiama “realtà”.

Non li rimprovera, tuttavia il loro modo di vivere gli ha tolto la possibilità di credere in qualsiasi cosa.

Il ragazzo ricorda un episodio alla madre:

«Una sera, da ragazzino, avrò avuto quattordici anni, stavo tra le quinte a vederti recitare. Doveva essere una bella scena, tu dicevi le tue battute con tanta sincerità e quello che dicevi era così commovente che mi venne da piangere. Ero tutto sovreccitato, mi sentivo, non so come dire, elevato. Partecipavo alla tua sofferenza, mi sentivo un piccolo eroe; mi pareva che mai più avrei fatto un’azione bassa, meschina. E poi tu sei venuta in fondo alla scena, vicino a dov’ero io, con le lacrime che ti colavano sul viso; e dando la schiena al pubblico hai detto al direttore di scena, con la tua voce normale: cosa diavolo combina l’elettricista? gli avevo detto di togliere la luce blu. E un istante dopo ti sei girata verso il pubblico con un grido di angoscia e hai continuato la scena».

Julia replica:

«Tesoro, ma era una recita. Se un’attrice sentisse davvero le emozioni che rappresenta andrebbe in pezzi. Ricordo bene quella scena. Faceva crollare il teatro. Non ho mai avuto tanti applausi in vita mia».

Roger invece s’è sentito deriso, imbrogliato da questa madre inesistente, da questa donna ch’è solo le innumerevoli parti che ha interpretato.

 

Recitare è arte, e l’arte si crea. Nasce dalle vite di uomini e donne, dalle loro più piccole emozioni che prendono forma e sostanza in una dimensione nuova, dove illusione è il pubblico, realtà gli attori. L’attore è emblema del “trambusto vano e confuso che chiamano vita”.

La realtà inizia là, dove termina la quinta e comincia la scena. Fino a quando cala il sipario, e un altro si leva. Ben più grande, con un cast immenso, in una commedia senza fine.

Ecco l’ultimo trillo: “Pronti per andare in scena!”

Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York - Anthony Bourdain, Carla Lavelli, Fausto Vitaliano, Cecilia Veronese

Ho consumato un barattolo di bicarbonato per arrivare alla fine (era una lettura condivisa, altrimenti avrei lasciato). E confesso, quando mi saliva lo schifo, qualche pagina l’ho saltata. Non ho uno stomaco così forte per reggere certi particolari.

Non ho colto l’utilità e nemmeno il senso di alcune descrizioni di Bourdain, cito come esempi lo sperma sulle scarpe del suo aiutante Steven, e le scopate di Steven-versione-porno con Chuletita loca, mentre, fra un grugnito e un asmatico quasi-orgasmo, telefona all’amico e collega Manuel, per chiedere: <i>“indovina che cosa sto facendo?”. Mi son parse fanfaronate.

Non penso che molteplici e sovrabbondanti porzioni di sesso, alcol, droga, imprecazioni e violenze varie, consumate in cucina per mano di un’orda di disadattati, arricchiscano il menu e facciano effetto WOW!, anzi, già al secondo giro si rischia lo “sbadiglio da ripetizione”. Insomma, più che trasgressione m’è parsa mera e fastidiosetta operazione di marketing.

Serpeggia odio puro per i vegetariani. Io sono vegana (addirittura!). Ma non mi sono sentita offesa né incompresa, quindi non replico. Sorvolo. E penso che difficilmente m’imbatterò in un lupanare gastronomico come quelli descritti.

Farò attenzione ai coltelli, coi quali ho un pessimo rapporto.

Non mi preoccuperò dei ristoranti narrati, che non frequento, ma spargerò la voce tra le mie conoscenze. Anche se forse sono più informate di me.

Dirò ai miei amici onnivori di quanto sia pericoloso mangiare pesce, e non solo, al ristorante il lunedì, e li informerò anche di tutto il resto. Grazie.

 

Il ritmo narrativo m’è piaciuto. Qualche perplessità sulla traduzione, ma non cercherò la versione in lingua. Ho già dato. E il bicarbonato è finito.

 

P.S. Sono una voce stonata. Il libro in realtà ha ottenuto enorme successo a livello mondiale, è stato tradotto in svariate lingue e ha ispirato una serie TV.

 

Ho trovato questa dichiarazione di Bourdain del 2017 a proposito della sua opera:

To the extent which my work in Kitchen Confidential celebrated or prolonged a culture that allowed the kind of grotesque behaviors we’re hearing about all too frequently is something I think about daily, with real remorse.”

Un atto di pentimento, pare.

Chiese escatollo e nessuno raddoppiò - Luciano Bianciardi

Caro Luciano,

oggi è caldo. Sudano le dita a scrivere, sudano le pagine da leggere. Sudano persino i pensieri. Secondo te, se mettessi una bacinella d'acqua fresca sotto la scrivania e un sottofondo di torrente, proseguirei a fare quel che fo illudendomi di goder la frescura all'ombra d'un arboscello?

 

Chissà cosa mi risponderesti.

 

Chiese escatollo e nessuno raddoppiò. Quante volte mi sono chiesta il significato di questo titolo, E non ci son mica arrivata sai? Ché poi il problema non era l’escatollo ma il corpulento “raddoppiò” con le sue doppie e panciute D e P. Leggevo, riponevo il libro, guardavo il titolo e lo interrogavo: Cosa mi vuoi significare?

Arrivata a pagina 106 son bastate due righe, due parole. Son bastati i barbagianni presi da bongiornite a farmi trovare il bandolo della matassa.  E ho riso, riso e riso.

E poi, come sempre, il riso s’è fatto amaro. Perché la società che mira solo al profitto, che cerca, appena può, di fregare il prossimo; la società che considera il denaro più importante della vita come la raccontavi nel 1960 è tuttora così, nel 2018. Compresa la gara della bontà; però adesso dura meno, s’incattiviscono prima e mascherano peggio d’allora l’apparente dare senza contropartita. Esiste ancora il motto “comprate oggi, pagherete domani”. Anzi, pagherete tra un anno. Che il viaggio nella terra di Bengodi prosegue.

Il riso si fa amaro, perché ancora ce li mandiamo i liceali all’università sprovveduti e senza educazione alla vita politica e sociale, ancora senza conoscere la Storia, ancora digiuni di valori e d’ideali; ma anche ora basta poco a risvegliarli, entusiasmarli e renderli capaci di dar lezione di civiltà al sempiterno gregge di tartufi saccenti e moralisti. E questo fa ben sperare.

 

Quell’Italia sghemba che raccontavi, oggi è ancor più sghemba; il potere è ingordo più che mai. L’Italia è sfatta e ognuno si fa gli affari suoi.

I parlamentari hanno traslocato. Frequentano un altro palazzo adesso, detto Social Network. Lì si sfidano, s’insultano, s’accusano. Urlano. Fanno a gara a chi la spara più grossa. È un’arena pubblica. I cittadini assistono, parteggiano per questo o per quello, fanno da grancassa ai “rappresentanti del popolo”.

Nel ’69 scrivevi: “assisteremo a un vasto ritorno all'analfabetismo programmato”. Sapessi, risuona come un’eco senza fine.

Come vedi, in peggio, qualcosa è cambiato.

Invece I mesi dell’anno continuano a succedersi nel consueto ordine.

 

Leggerò, rileggerò, e inviterò a leggere Montale, Caproni, Zanzotto. E Gadda, Cassola, Parise, Pasolini, Arpino. Riprenderò Le ceneri di Gramsci e cercherò ciò che mi manca di London. Tornerò a Leopardi, Verga e Manzoni. Ne posso aggiungere qualcuno anch’io?

E continuerò a trovare rifugio nelle tue pagine. Ti fa piacere, almeno un po’?

Con le domande ho terminato.

 

Chissà cosa mi risponderesti.

 

Quanto amo il bianciardipensiero. Se solo t’avessero compreso, forse saresti rimasto ancora un po’.

 

Ciao Lucianone, alla prossima.

Elisir d'amore - Éric-Emmanuel Schmitt

Lo so, l’ha detto il mio amico Manga, che cominciare con un dunque virgola è villano. 

Dunque, nella mia rubrica telefonica c’è il gruppo “defunti”. Ci finiscono i noiosi e gli urticanti, i supponenti e gli imbecilli, gli indigesti tutti. È una nutrita comitiva, quella che popola l’area “defunti”. Quando uno di loro chiama risuona la Marcia funebre per una marionetta di Gounod. Il “Ciao!” seguito dal nome del telefonante è sostituito da un “Prooonto!?” prolungato, antipatico, con l’ultima “O” che sale verso l’acuto e gela l’atmosfera, sicché il clima da inverno jacuziano impedisce qualsivoglia dialogo.
Chi se ne frega, direte voi. E avete ragione. Tuttavia, (altra insolenza grammaticale) serve a introdurre il mio pensiero sull’Elisir d’amore o La fiera delle ovvietà, il cui incipit recita così:


“Louise, se sei in ascolto, buongiorno.
Se non lo sei, addio.
A seconda della reazione che avrai, questo messaggio costituirà l’inizio o la fine del nostro scambio epistolare.”
 

Al posto di Louise avrei cestinato la mail, e Adam sarebbe finito all’istante tra i “defunti”. Così, con un clic. Com’è semplice, in certi casi, liberarsi dei fastidi. 
Invece Louise ha risposto. 
Leggo. 
Mi deconcentro. 
Quanti baci avrà mangiato? Che curiosa coincidenza: Louise è il nome dell’autrice delle missive e Luisa quello dell’ideatrice dei famosi baci, che inizialmente aveva battezzato “cazzotti” (giuro) ed erano privi di messaggi d’amore. Di quelli è responsabile un certo Seneca (il futurista, non il filosofo). 
Rientro dalla digressione. 

(Louise) se l’amicizia è la tomba dell’amore, odio l’amicizia.
(Adam) solo la pelle separa l’amore dall’amicizia. Ed è sottile...
(Louise) Ti pare sottile? A me sembra una muraglia.


E allora, Adam si spertica a spiegare alla poveretta che mentre il corpo decade la mente si fortifica, e che l’amicizia è conseguenza logica di un amore vero. Tradimenti a parte, bien sûr.
Lei, che si sentirebbe umiliata dell’amicizia post-amore, replica che preferisce la suite della passione al monolocale dell’affetto.
E lui, l’Adamo senza O, la rimbrotta. Louiselouiselouise, vuoi tutto? Precipiterai nel buio dell’infelicità, ingorda e frustrata che sei. Se pretendi la perfezione, è meglio che rinunci a vivere!
Louise non ticchetta più, lui si turba e digita:

“mi tieni il muso?
Mi stai odiando?
Mi hai dimenticato?”


E mi sovviene quella vecchia pubblicità d’una nota compagnia telefonica: “Mi ami? Ma quanto mi ami? Mi pensi? Ma quanto mi pensi?” Di nuovo distratta. 
Mi riprendo. 
L’Adamo parigino invia altre due righe due pregandola di rispondere anche mezza parola, altrimenti vola da lei. Non serve. Arriva la mail di Louise: 625 parole acidine, astiosette. Ma che nostalgia, che furtive lacrime! Figurarsi! 
Lui di parole ne trasmette 400. Poi si torna alla parsimonia.


(Louise) Come te la passi? Raccontami le tue giornate. C’è un’altra donna? 
(Adam) Non una donna, alcune donne. Nessuna può sostituirti, Louise.



E penso a Nemorino:

Ah! te sola io vedo, io sento
giorno e notte e in ogni oggetto:
d’obbliarti in vano io tento,
il tuo viso ho sculto in petto.
Col cambiarsi qual tu fai,
può cambiarsi ogn’altro amor.
Ma non può, non può giammai
il primero uscir dal cor.


Louise scrive al suo ex-caro-tuttavia-amico che prima d’apprezzare certe cose ci si deve abituare. Il caffè, le sigarette, i broccoli, la solitudine. Per esempio.
Non sono ancora a metà. 
Scambi di confidenze sull’amore, sugli amori. Sulla psicanalisi. Su altro.
Sei geloso? Chiede lei. 

(Adam): detesto la gelosia e sarei furioso se mi scoprissi geloso.
(Louise): si può essere padroni di ciò che si pensa, ma mai di ciò che si sente.


S’infastidisce lui. S’infastidisce lei. E nemmeno io scherzo. 
Per fortuna è lettura di mezz’ora o poco più.
Forse quei baci avrebbero fatto meno danni se ingoiati con la loro carta argentata, ben sigillati, per impedire l’uscita dei famigerati bigliettini. Ché poi si prende spunto. Ahinoi.

Chiedo: scrivere questa roba, era indispensabile? Per aumentare il numero delle pagine, alcune contengono una sola riga scritta! Non è bello un libro fatto di niente e pagine bianche. 

Eric,
(se dell’)“Elisir di sì perfetta, 
di sì rara qualità, 
ne sapessi la ricetta, 
conoscessi chi ti
 (la) fa” (perdona, Felice, questa mia sfacciataggine)

basterebbe una goccetta
a rimuover l’ovvietà
e da storia noiosetta
otterresti una beltà.

P.S. Peccato. Di Schmitt avevo letto altri libri, leggeri ma non banali. Questo sa di filosofia da supermercato (con tutto il rispetto per i supermercati). 
Oppure sono io incapace di cogliere. Perché no.

Delatori: Spie e confidenti anonimi:  L'arma segreta del regime fascista - Mimmo Franzinelli

“Ho avuto montagne di lettere anonime, come si può pretendere di togliere agli italiani le loro caratteristiche nazionali, vigliaccheria e falsità cordiale?” (capitano S.A., ufficiale della Polizia politica della RSI, in servizio a Milano e a Torino)

 

 

Questa è la storia della bassezza morale di migliaia d’italiani: persone comuni, avvocati, professori, clericali, rabbini, ebrei, gerarchi, ricchi e poveri che volontariamente si fecero confidenti del regime. Per denaro, per gloria, per cattiveria.

 

Il fenomeno delle delazioni nell’Italia di Mussolini arrivò a livelli mai visti. A iniziare dal ’26, con l’entrata in vigore di nuove leggi, divenne reato punibile con avari gradi di severità criticare il duce e il regime, detenere o diffondere stampa antifascista, esprimere dissenso o malcontento. Negli anni ’30 si aggiunsero i provvedimenti antisemiti e dall’entrata in guerra fino alla caduta del fascismo, aumentando gli oppositori del regime, crebbe il numero dei soggetti perseguibili. Manna dal cielo per i delatori.

L’informatore riceveva, in cambio della soffiata, denaro o beni alimentari, e se la denuncia era sottoscritta, si garantiva la segretezza.

 

La delazione non fu solo fonte di guadagno, fu anche strumento per salire di un gradino la scala gerarchica, prendere possesso dei beni altrui, ottenere favori. In qualche caso salvarsi la pelle.

Ecco così fascisti mettere in cattiva luce camerati per ottenere un riconoscimento, partigiani passare (per paura o interesse) agli ufficiali della Polizia politica notizie sui propri compagni; ecco commercianti, liberi professionisti e funzionari liberarsi della concorrenza denunciando i colleghi, preti e rabbini offrire collaborazione in cambio di vantaggi materiali; e ancora, ecco ebrei guadagnare 7000 lire per ogni ebreo fatto catturare, e cittadini accusare familiari per vendicarsi di vecchie questioni. Insomma, dichiarare un rivale “nemico della Patria” costava niente e tributava parecchio.

 

I delatori senza volto agivano per denaro, odio razziale, fanatismo, invidia, vendetta, ambizione. Si firmavano <i>“Un gruppo di fascisti”, “Una camicia nera della prima ora”, “Un fedele suddito del Duce”. Si dichiaravano buoni cittadini. Con le mani pulite e la coscienza lercia, però.

Il regime sfruttò e premiò generosamente migliaia d’italiani che volontariamente contribuirono all’arresto, alla tortura, alla deportazione di tante vittime innocenti.

Il pensiero d’essere corrotti e traditori, i delatori, nemmeno li sfiorò. Forse mancavano di quello spessore morale che rende Uomini gli uomini, Donne le donne.

 

Il lavoro imponente di Mimmo Franzinelli scopre un tassello infimo e vergognoso della nostra Storia.

Com’è stato possibile per il nostro Paese rialzarsi? Si fa breccia un interrogativo che stizzisce chi vorrebbe cancellare la parte scomoda della Storia: la dimenticanza di “faccende” che avrebbero indebolito l’identità civica del popolo italiano “aiutò la risalita?”.

Dovremmo sforzarci di riconoscere che se tanti furono gli italiani che aiutarono, protessero e salvarono ebrei, renitenti, partigiani, se tanti furono quelli che combatterono il regime e sacrificarono la vita per la libertà, tanti (troppi) furono quelli che collaborarono col regime per saziare i propri egoismi. Non possiamo continuare imperterriti a puntare il dito contro gli altri pensando che basti a cancellare le colpe gravissime di cui fummo responsabili. Smettiamola con la favola ipocrita del “cattivo tedesco” e del “buon italiano”. Prendiamo atto di quanto è stato e diciamolo, perdio!: italiani brava gente, ma non tutti.

 

Questo è un libro da leggere. Aprire gli occhi significa intraprendere un percorso di consapevolezza. È un cammino che dobbiamo affrontare. Non tradiamo la Storia, togliamo di sotto il tappeto le nostre ignominie. Guardiamole, affrontiamole. Rinnegare, tacere o semplicemente chiudere gli occhi non ci rende meno spregevoli di quei delatori.

 

Termino riportando un episodio (fra i tanti) a memoria di chi dimostrò grande integrità morale. Gesti nobili che devono esortarci a rappresentare la parte migliore degli esseri umani. È la testimonianza di un sacerdote che vegliò per un momento il cadavere del comunista Vito La Fratta, di Sesto San Giovanni, incarcerato a San Vittore il 3 maggio 1944. Fu pestato e torturato dai funzionari dell’Ufficio politico investigativo. Due giorni dopo il suo nome fu depennato dal registro matricolare perché “deceduto”:

 

Sono entrato nella cella e sono rimasto solo con l’impiccato ch’era stato disteso già sulla branda: un bel ragazzone robusto, dai capelli d’oro e dagli occhi celesti; sembrava un principe di fiaba vestito da galeotto. Ma gli occhi erano rimasti spalancati ed erano immobili e freddi, così freddi che facevan male a guardarli.

Avrà avuto poco più di trent’anni ed era sposato ed aveva già un amore di bimba. E non s’è impiccato per disperazione, ma per non fare male agli altri, per non tradire nessuno. Aveva già subito tre interrogatori, durante i quali era stato atrocemente torturato perché parlasse, perché dicesse i nomi che interessavano gli aguzzini della Polizia speciale. Ed egli sempre muto. A mezzogiorno l’avevano cacciato a furia di calci fuori della camera dell’interrogatorio. Non si reggeva più in piedi, sicché i compagni hanno dovuto sostenerlo e accompagnarlo fino alla sua cella che è al primo piano rialzato del sesto raggio. Tuttavia appena giunto al suo piano, ha tentato di proseguire e, raccogliendo tutte le sue forze, s’è slanciato per le scale con il proposito evidente di buttarsi giù dal più alto terrazzino interno che gira intorno alle celle dell’ultimo piano. I compagni lo hanno raggiunto e ricondotto nella sua cella. Ed egli smaniava e supplicava: “Fatemi morire! Aiutatemi a morire! Alle 4 devo presentarmi ancora all’interrogatorio e non ho più forza, non potrò più resistere, finirò col parlare, non devo parlare, non voglio parlare, non voglio tradire nessuno! Aiutatemi a morire! Datemi qualche cosa! Almeno una lametta di rasoio...”.

I compagni cercarono di calmarlo, gli fecero iniettare della morfina per alleviargli i dolori, gli dettero un po’ di cognac, lo convinsero a buttarsi sul pagliericcio per riposare: “Prima delle 4 verremo noi a svegliarti e ti daremo del cognac”.

Prima delle 4 andarono a svegliarlo e lo trovarono appeso all’inferriata della finestra. S’era impiccato con un pezzo di fil di ferro, forse trovato tra la spazzatura della cella.

Povero ragazzone biondo dai begli occhi celesti senza vita... Mi sono avvicinato per chiudergli quegli occhi che mi sembravano stanchi di contemplare la barbarie degli uomini, che lo avevano spinto al suicidio. Mi sono avvicinato per accarezzargli la fronte bianca come il marmo sotto l’onda dei capelli d’oro, e ho visto un piccolo dettaglio che mi ha riempito di ribrezzo. La sua fronte e la guancia destra erano stampigliate col timbro delle carceri... Gli aguzzini, a mezzogiorno, non si erano accontentati di torturarlo, ma l’avevano ferocemente dileggiato stampigliandogli (certo con grandi colpi) il timbro sulla faccia. Cosicché, su quel volto sigillato dalla morte, si leggeva: “CARCERI GIUDIZIARIE – MILANO”.

Ed era un tremebondo e incancellabile atto di accusa contro coloro che l’avevano spinto a quell’eccesso.

E Baistrocchi aveva pensato “Ma pensa”

Undici Treni - Paolo Nori

E Baistrocchi aveva pensato “Ma pensa”.

 

Ho letto, e adesso son qui a scrivere, cioè, non come voi comici che si potrebbe chiamarvi anche romanzer perché scrivete romanzi, ma a scrivere quattro righe su Undici treni. Che forse scrivere undici righe su Undici treni sarebbe anche più corretto, almeno non resterebbero sette treni senza righe. E dimmi che ai treni è meglio che gli manchino le righe invece che i binari, zio campanaro. Absit iniuria verbis.
Ma sai quanto mi piacerebbe fare un salto al Tristobar correndo persino il rischio di dirti siedo anch’io e sentirmi dire no tu no? E senza un perché, così, solo perché no. Va’ che scherzo. Che poi, non potrei neanche incolparti che se c’è uno scherzo è del destino, che poi non sai nemmeno dove sta questo destino per andarlo a cercare per chiedergli perché. Un po’ come l’Augusto Stracciari che quando si chiamava Augusto Stracciari era nato a Medicina e però quando abitava con la regione dell’Asia minore abitava in via Squadroni e si chiamava Arturo Mezzadri, poi quando aveva deciso che non era nato a Medicina ma a Ospitaletto non era più l’Augusto Stracciari che era nato a Medicina ma era uno nuovo che si era fatto persino crescere i capelli. Cosa c’entra mi dirai. Se non lo sai te.
Come mi piacerebbe incontrarvi, compresa la regione dell’Asia minore. Che bello. Figo. Di più.
Chiederei a Speedy Perquindi un succo d’arancia giusto perché te avevi chiesto il succo d’arancia e lui aveva preso quello d’ananas, e te l’avevi guardato male che eri appena uscito di prigione e lui non sapeva che eri appena uscito di prigione e alla fine aveva detto ah ho capito. E io apposta chiederei a Perquindi il succo d’arancia per vedere se si sbaglia anche con me, così lo guarderei male anch’io anche se non sono appena uscita di prigione, che a dire il vero io proprio non ci sono mai stata in prigione, ma guardo male anch’io e quando guardo male faccio effetto, e alla fine magari direbbe anche a me ah ho capito.
E mi piacerebbe fare chiacchiering, lì seduti al Tristobar. Due parole. Ma anche due silenzi.
E sai che ridere a giocare alle espressioni parassite? Che noi non ci pensiamo ma alla fine siamo tutti pieni di espressioni parassite. Che se c’è un patto, è di stabilità, se c’è una risata è contagiosa, se c’è un freddo è polare, se ci sono dei sogni, son nel cassetto. Ben chiusi, sempre. Poverini. I sogni, dico. Che poi dico dico e invece sto scrivendo.
E alla fine vi saluterei tutti e direi parto, e Perquindi direbbe anche a me: «Perquindi vai via?» e io gli risponderei: «Perquindi sì».
E adesso siccome ho scritto più di quattro righe e vorrei fare pausing, se ti fa niente farei zapping e magari stopping su To soréla entertainment.
Ecco.
Per farla breve, la vita è fatta di treni, tutti da prendere. Però, a pensarci su un momento, l’ultimo treno, quello lì sarebbe bello perderlo, zio campanaro. Absit iniuria verbis.

E infine grazie che mancano le “d” eufoniche e che in La meravigliosa utilità del filo a piombo hai chiamato clarinetti i clarinetti (lo so che non c’entra niente con Undici treni ma lo metto qui lo stesso, perché quando ho letto clarinetti mi si è allargato un sorriso che non hai idea). Che io ci ho il sobbalzo facile e vederli scambiati per clarini puoi immaginarti.
E niente. Son soddisfazioni.

 

Stravagante, arruffato, sagacemente sgrammaticato.
Il suo sguardo si posa sul mondo e sulla gente, sulle piccole gioie e i drammi della vita con ironia e umanità.

 

“Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?»
E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto.
«Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?»
«E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui.
«Sì» gli aveva detto il giornalista.
«E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?»
«No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto».
«Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento.
Zio campanaro, che testa che aveva.”

 


Uno, nessuno e centomila - Luigi Pirandello, Remo Bodei, Ugo M. Olivieri

Non conosceva nulla, né si conosceva; viveva per vivere, e non sapeva di vivere; gli batteva il cuore, e non lo sapeva; respirava, e non lo sapeva; moveva le pàlpebre, e non se n’accorgeva.”

 

Pirandello inizia a lavorare a Uno nessuno centomila nel 1909. La prima puntata dell’opera uscirà nel 1925 sulla “Fiera letteraria”.

 

Il dramma di Vitangelo Moscarda comincia quando la moglie fa una considerare sulla piccola imperfezione del suo naso. Davanti all’immagine riflessa personalità e realtà si frantumano: Vitangelo Moscarda non è, per gli altri, quello che egli si crede. Avvia così un fitto monologo che mette in luce la molteplicità dell’essere.

Ma per Vitangelo, chi è Vitangelo Moscarda? Sinora aveva creduto d’essere uno.

 

A chi dire «io»? Che valeva dire «io», se per gli altri aveva un senso e un valore che non potevano mai essere i miei; e per me, così fuori degli altri, l’assumerne uno diventa subito l’orrore di questo vuoto e di questa solitudine?”

 

Si ribella, Vitangelo. Inizia a compiere azioni che scombinano e rovesciano ogni certezza sul suo apparire. Cerca disperatamente di dimostrare di non essere quello che gli altri credono.

 

Pazzo! Pazzo! Pazzo!

Era lo stesso grido di tutta la folla lì davanti la porta:

– Pazzo! Pazzo! Pazzo!

Perché avevo voluto dimostrare, che potevo, anche per gli altri, non essere quello che mi si credeva.

 

Credeva d’essere uno, scoprì d’essere centomila, decise d’essere nessuno. Scivolò nella follia (follia?) per trovare riparo, salvezza e liberazione, per morire e rinascere ogni giorno, nuovo e completo.

 

 

 

P.S. Camminando ho guardato improvvisamente una vetrina per catturare l’io che non conosco. Pirandello, Pirandello!