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Patricija

Gatta ci cova

Auto da fé - Elias Canetti

“I libri valgono più dei pazzi, i libri valgono più degli uomini, […] i libri sono muti, parlano e tuttavia sono muti, ecco la loro straordinaria qualità, parlano e tu li senti più rapidamente che se dovessi ascoltarli con le orecchie.”



Nell’aprile del 1927 lo studente Elias Canetti affitta, dopo aver abitato varie camere ammobiliate a Vienna, una stanza fuori città, su una collina oltre Hacking, nella Hagenberggasse. Racconta: “Il panorama mi entusiasmò, al di là di un parco giochi si vedevano lungo il pendio gli alberi del grande giardino arcivescovile e, dall’altra parte della valle, sulla cima della collina di fronte, lo sguardo si posava sullo Steinhof, la città dei pazzi cintata da una muraglia”. Vi rimane per sei anni. Scrive inoltre: “… non devo soltanto la figura di Therese. La vista quotidiana dello Steinhof, dove vivevano seimila pazzi, è stata la spina nella mia carne. Sono assolutamente certo che senza quella stanza non avrei mai scritto Auto da fé.
Ancora, c’è un fatto che segnerà profondamente Canetti e inciderà sulla genesi di Auto da fé (oltre a dare il via alla sua ossessione sulla massa): il 15 luglio 1927, a seguito della protesta contro l’assoluzione degli assassini di alcuni operai, i lavoratori viennesi sfilano, partendo da varie parti della città, verso il Palazzo di Giustizia. Canetti si unisce a uno di questi cortei. I rivoltosi incendiano il Palazzo. La polizia spara, novanta persone perdono la vita. In una via laterale Canetti s’imbatte in un uomo che geme disperato: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”. Canetti, sconvolto, esplode: “Meglio i fascicoli che gli uomini!”. L’uomo non risponde, prosegue nel suo inconsolabile lamento: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”. 
Quando lo scrittore traccia la sua “Comédie humaine dei folli”, inizialmente chiama Brand (incendio) il topo di biblioteca B., inconsapevole, in quel momento, che nome e destino del personaggio sono legati all’episodio di quel 15 luglio. 
Durante l’estate del 1928 e ‘29, a Berlino, il giovane Elias lavora come aiutante di Herzefelde, fondatore della casa editrice Malik; incontra grandi nomi della letteratura e inizia a guadagnare con le traduzioni. E matura un pensiero che non lo abbandonerà più: “il pensiero degli uomini eccessivi e invasati” conosciuti a Berlino. 
Rientra a Vienna. Davanti ai suoi occhi, sulla collina, continua a troneggiare lo Steinhof, la città dei pazzi. 
Un mondo in frantumi va raccontato con onestà. Ecco come nasce la “Comédie humaine dei folli”, Auto da fé., coi suoi personaggi eccessivi, al limite della follia; uno presso all’altro, ciascuno disgiunto dall’altro. E su tutti lui, l’uomo dei libri. E i libri.
Nel 1931 il romanzo è concluso. Il nome del protagonista è cambiato, il titolo provvisorio è “Kant prende fuoco”. Canetti invia a Thomas Mann il manoscritto, diviso in tre volumi. Pochi giorni dopo i volumi tornano al mittente. Mann si scusa, afferma che “le sue forze non erano sufficienti all’impresa”. È un rifiuto pesante. Non sarà l’unico. Tuttavia, ogni rigetto rafforza in Elias l’idea che il romanzo sopravviverà al tempo. 
Nel ‘35, finalmente, Auto da fé è dato alle stampe. Il protagonista ha cambiato ancora nome, ora si chiama Peter Kien. 

Kien ama i libri più degli uomini. Vive isolato, vive per i suoi tomi. Odia l’ignoranza. Odia il mondo. Eppure arriva a sposare la gretta Therese, la sua fantesca, dopo averla vista “coccolare” uno dei suoi volumi. È sorprendente come, talvolta, si possa cadere nella rete. Peter Kien e Therese sono due personaggi titanici, rappresentazioni monumentali dell’eccesso. Non da meno sono gli altri personaggi che riempiono le pagine e l’esistenza del professor Kien. Il lettore non può che rimanere intrappolato nella storia, nelle storie. E non può evitare di ritrovarsi, almeno per un attimo, nei panni di Peter.
Auto da fé è un romanzo estremo, abitato da personaggi estremi che si muovono in una realtà scomposta, in contesti piretici, deformati. Deformanti. 
Testa senza mondo. Mondo senza testa. Mondo nella testa. 
È il libro delle ossessioni. Tragico, crudelmente comico. Grottesco e doloroso. Ma vivo, disperatamente vivo. Vivo come pochi romanzi sanno essere. Nonostante tutto.
Guardo dove, fin poco fa, era il sesto gradino. Mi metto in ascolto. E non dirò cosa odo.

La canzone di Achille - Madeline Miller, Matteo Curtoni, Maura Parolini

Inizio la mia lettura con entusiasmo. Da bambina lessi un libro dal titolo Achille e Patroclo, rimasi talmente affascinata dalla figura di Patroclo che ne conservo ancora il ricordo. 

È Patroclo che narra:
Mio padre era un re, figlio di re. Come la maggior parte di noi, non era molto alto e aveva la corporatura di un toro, era tutto spalle. Sposò mia madre quando lei aveva quattordici anni, dopo che la sacerdotessa gli aveva assicurato che sarebbe stata feconda. Era un buon accordo: lei era figlia unica e tutte le fortune del padre sarebbero andate a suo marito.

L’incipit promette bene. Le pagine scorrono. L’intensità va sfumando. Fino a che la mia mente vagheggia sdraio e ombrellone. A righe. 
Proseguo. Patroclo racconta, io voglio ascoltarlo! E poi vorrei regalare il libro a una persona cara, appassionata di epica e miti antichi. E per principio non dono un libro che non conosco. 
Epperò, i personaggi si fanno meno credibili, la narrazione più cedevole. 
Arrivo all’episodio in cui Diomede suggerisce a Licomede di chiedere a Odisseo di raccontare la storia di sua moglie. Odisseo raccoglie l’invito e comincia a parlare. Quando, con una smorfia di disgusto, il re di Argo lo interrompe:
«Sono stufo marcio di ascoltare la storia del tuo letto nuziale.»
Odisseo replica:
«Allora forse non avresti dovuto suggerirmi di raccontarla.»

E qui il sobbalzo. Il re prorompe con:
«E forse tu dovresti inventare qualche nuova storia del cazzo, così non sarei costretto a morire di noia.»

Mi sorge spontanea e improvvisa la domanda: ma il termine “cazzo” quando è entrato in uso? Sarà scritto così anche nella versione in lingua originale? Sarà una botta di colore per rinvigorire la narrazione che s’è un po’ ammosciata? Controllo. L’etimo è incerto, pare che derivi dal nome del maschio dell’oca: l’ocazzo. Liquidata la o, ecco il nome che rappresenta il ben noto organo. Il suo ingresso in società è tuttavia successivo al tempo dei nostri eroi.

Cerco allora il testo originale. La frase si presenta così:
«And perhaps you should get some new stories, so I don’t fucking kill myself of boredom.»
Che tradotto terra terra, la frase suona: “E forse dovresti inventare qualche nuova storia (virgola!), Un volo d’uccello che da là è migrato di qua. Una virgola non farà primavera, ma la differenza sì.
Diciamo che s’è trattato di un fenomeno di fucking translation.

Mi fermo qui.
Tanto basta. E non dite che a me basta poco.
Leggete l’Iliade

Il romanzo dei tui - Bertolt Brecht

Brecht lavorò alla stesura del testo dal 1931 al 1942, mentre era in fuga dalla Germania nazista. L’opera, rimasta incompiuta, è un progetto ambizioso ideato per raccontare la storia del Reich dalla nascita dell’impero fino all’ascesa di Hitler. 
Walter Benjamin, tornando da una visita fatta all’amico in esilio, il 27 settembre 1934 scriveva: “… Con Il romanzo dei tuivuole dare una panoramica enciclopedica sulle idiozie dei tellett-ual-in (gli intellettuali); a quanto pare si svolgerà per la maggior parte in Cina. Un piccolo piano di questa opera è già pronto”. 
Chi è il tui (nome ottenuto dalle iniziali della distorsione di “intellettuale” in “tellett-ual-in”)? Lo spiega Brecht: “Il tui è l’intellettuale dell’epoca delle merci e dei mercati. Il noleggiatore dell’intelletto”.
Il romanzo dei tui è uno sfogo, un’invettiva contro la stoltezza e l’ipocrisia dei quegli intellettuali disposti a vendersi al miglior offerente. È un’accusa contro gli intellettuali che non riconobbero o sottovalutarono l’avvento del nazismo e che, in seguito, mancarono di avversarlo.

Fra le varie abilità dei tui l’arte del lecchinaggio ha grande rilievo. E se è vero che quasi tutti sono in grado di dare una leccata senza infamia e senza lode è altrettanto vero che l’arte del leccapiedi è qualcosa di più complesso:


“… richiede studio e allenamento. E molta disciplina. Solo con l’esercizio è possibile elevarsi dalle bassezze della leccata corriva, e soltanto quando la perseveranza lascia il posto alla fantasia si diviene veri maestri. Il complimento comune è merce dozzinale, cicaleggio meccanico senza senso né ragione, privo di ogni raffinatezza. Il lecchinaggio praticato come un’arte invece produce espressioni originali, peculiari, profondamente sentite: crea una forma. L’artista completo è duttile, poliedrico, sempre capace di sorprendere. Si studi (ne vale davvero la pena) come il grande Go-teh lodò O-leh: con riluttanza. Una lode di questo tipo ha un valore inestimabile. Davvero ingegnoso è anche travestire da biasimo un elogio. Si rimprovera un generale per l’ardimento che potrebbe strapparlo al suo esercito. All’inizio della Grande guerra i tui ringraziarono l’imperatore esprimendogli tutta la loro rispettosa compassione perché sacrificava la sua gloriosa fama di uomo di pace per assecondare i desideri bellici della nazione. Quando il maresciallo Fank Wi Heng perse la guerra lodarono la sovrana indifferenza con cui affrontò quella disgrazia.
Questo non è più dilettantismo, è già arte.
L’arte del leccapiedi è inoltre, sia detto per inciso, una delle poche che dà di che vivere. Il lecchinaggio nutre il suo discepolo.
Come ogni arte, anche questa ha la sua storia e ha conosciuto epoche di prosperità ed epoche di declino, così come una continua mutazione degli stili.”


Avranno ancora lunga vita i leccapiedi? Pare proprio di sì. Finché esisterà la saliva. Parola di Bertolt.
Scritto corrosivo, satirico, spietato.


P.S. L’elenco “Personaggi e luoghi” svela nomi fittizi e riferimenti storici. Lo stesso autore vi compare come Kin-jen. 
Insomma, una penna implacabile, sotto la quale non si salva nessuno. 

Una cosa divertente che non farò mai più - David F. Wallace, G. D'Angelo, F. Piccolo

Mai vorrei trovarmi prigioniera di un mega hotel galleggiante, dove nessuno si conosce ma tutti si sorridono, dove migliaia d’infradito colorate sbatacchiano sul pavimento bianco fra cappelli d’ogni foggia e sciarpe che svolazzano al collo di signore eleganti. E dove gli esseri umani si dividono in due gruppi: quello che deve far divertire e quello che deve divertirsi. Il primo stimola il secondo a fare, il secondo s’impegna fino allo spasmo per non perdere neppure un’occasione. E scatta foto scatta foto, gira video gira video, passo a destra passo a sinistra giravolta su le mani giù le mani. Spettacolo serale. Il cibo abbonda, le escursioni attendono. Keep calm che poi finisce, verrebbe da dire, come motto consolatorio. 
Comprensibile che il povero turista, in attesa che il pullman conduca tutti alla nave, ascolti la voce dell’addetta al Controllo Folle della Celebrity, di megafono munita che “continua a ripetere instancabilmente di non preoccuparci delle valigie, che ci raggiungeranno più tardi”, trovi “la cosa agghiacciante nel suo involontario richiamo alla scena della partenza per Auschwitz di Schindler’s List.”

 

Che la Zenith diventi Nadir, a questo punto, non è che un atto liberatorio.

 

Tutta la vita - Alberto Savinio, Paola Italia

“Perché gli uomini cedono alle più grosse impressioni fisiche, ma sono troppo rozzi ancora per fare attenzione a quel che di più sottile e ineffabile circonda la nostra vita; non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza essi credono mute”.



Fra il 1942 e il 1945 Alberto Savinio scrive freneticamente. 
I motivi che accendono la creatività sono certamente l’entrata nella scuderia Bompiani, la diminuzione delle collaborazioni giornalistiche e la miseria nera causata dalla guerra. A tal proposito, Savinio scrive a Bompiani (al quale è legato da profonda amicizia) il 3 febbraio 1944: “Qui, vita tristissima, tragica, soprattutto umiliante”. Tre settimane più tardi riceve dall’editore un pacco di alimenti. Le sue parole di ringraziamento giungono con una nuova epistola: “Ti ringrazio, anzi ti ringraziamo tutti di cuore. Questo si chiama davvero nutrire i propri autori. Utilissima la crema di riso e il resto e simile alla biblica manna, ma quanto nutriente pure, quanto riconfortante, e non so se non di più, il pensiero di sostentare noi poveri assediati”, e dichiara d’esser pronto a consegnare un volume di racconti.

Tutta la vita esce nel 1946, anche se il colophon porta la data 1945.
Nei racconti di Savinio l’inanimato si anima, vive. Svela l’esistenza e i sentimenti umani. Quelli che non riconosciamo e che, qualora accadesse, non avremmo il coraggio di ammettere. 
Gli oggetti accolgono e raccolgono. Tutto: faccende contorte, questioni irrisolte. Fatti inconfessabili e inconfessati.
Sollevano il velo dell’inconscio, aprono un varco sulle sue tortuosità. Con ironia. Per non turbare. Forse.
Scrittura ricca, musicale, raffinata. Alta. Surreale? Anche. Ma nel senso che intende Savinio: 

 


“Per conto mio accetto l'affermazione ma sento il bisogno di commentarla. Il surrealismo per quanto io vedo e per quanto so, è la rappresentazione dell'informe ossia di quello che ancora non ha preso forma, è l'espressione dell'incosciente ossia di quello che la coscienza ancora non ha organizzato. Quanto a un surrealismo mio, se di surrealismo è il caso di parlare, esso è esattamente il contrario di quello che abbiamo detto, perché il surrealismo, come molti miei scritti e molte mie pitture stanno a testimoniare, non si contenta di rappresentare l'informe e di esprimere l'incosciente, ma vuole dare forma all'informe e coscienza all'incosciente. Mi sono spiegato? Nel surrealismo mio si cela una volontà formativa e, perché non dirlo ? una specie di apostolico fine. Quanto alla «poesia» del mio surrealismo, essa non è gratuita né fine a se stessa, ma a suo modo è una poesia « civica », per quanto operante in un civismo più alto e più vasto, ossia in un supercivismo. Queste indicazioni per capire meglio i racconti contenuti in questo libro.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Terry Pratchett, Roy  Lewis, Carlo Brera

Cambiano le ere geologiche. Ma noi no.



“Io sto costruendo il futuro, e voi brontolate perché bisogna lasciare la caverna per un annetto o due […]. Io già prevedo il giorno in cui tutte le orde avranno la loro caverna, ogni caverna il suo fuoco, ogni fuoco lo spiedo con un bel quarto di cavallo ad arrostire... il giorno in cui un viaggio non sarà altro che una bella passeggiata da un focolare accogliente a un altro…”



Ma non tutti son d’accordo.
Quindi, visionari e pensatori che offrite a piene mani scoperte e sapere per migliorare la subumanità senza pensare a lilleri, business o marché, in guardia! O l’orda vi mangerà.

È in casa il signor Brambilla? - Carlo Manzoni

"Nella strada centinaia di signori Brambilla, camminano in fretta. In casa li aspettano le solite avventure di tutti i giorni: niente di straordinario, le solite piccole avventure..."



Avventure quotidiane, minime e tragicomiche. Incontrai il signor Brambilla da bambina. Il libro era un altro, lo spirito lo stesso.

Luciano Bianciardi, la protesta dello stile - Carlo Varotti

Difficile collocare Luciano Bianciardi, scrittore “contro”, nel multiforme panorama letterario e culturale di quegli anni; forse questa è una delle ragioni che l’hanno tenuto sempre ai margini. Ieri come oggi. Carlo Varotti fa notare che sebbene si possa parlare di una “riscoperta” dello scrittore, negli ultimi vent’anni, “la sua opera resta sostanzialmente sottostimata, o celebrata (il che è anche peggio) per fattori che nulla hanno a che fare con la qualità della sua scrittura.” E ha pienamente ragione.
Raramente il nome di Bianciardi compare nei saggi che argomentano le forme della postmodernità letteraria in Italia. Eppure, Angelo Guglielmi, che poneva come capostipite della “recente” narrativa sperimentale italiana C.E. Gadda, ascrive Bianciardi (con Mastronardi e Bruno) fra gli autori che “tengono conto dei problemi linguistici”, (Arbasino e Leonetti “operano sugli aspetti contenutistici”, La Capria e Del Buono curano “la struttura narrativa”, Volponi e Sanguineti si affidano a diretti “esperimenti verbali”). Si tratta di scrittori che ricercano e sperimentano nuove vie linguistiche verso “soluzioni spregiudicate e antitradizionali”. Sperimentazione che secondo Guglielmi assume “quella forza demistificatoria nei confronti delle cose che è la grande qualità della scrittura gaddiana”. E Bianciardi rientra a pieno titolo in questo panorama narrativo dei primi anni Sessanta.
La ricerca dello stile fu un impegno costante per Bianciardi scrittore e traduttore, autore di migliaia di pagine di narrativa, inchiesta sociale, divulgazione storica, articoli di costume.
Con questo saggio, Varotti, ci accompagna in un viaggio, attraverso le sue opere, nella parola bianciardiana, sensibilissima, acuta, che non risparmia e non si risparmia.
Un altro libro da amare.



“Il lettore che entri nel vasto universo di Bianciardi scopre presto che la sua scrittura è attraversata da persorsi coerenti; da ritorni di temi, elementi stilistici e strutturali che, da un’opera all’altra, vengono continuamente rimodulati e ripensati, in un processo di scrittura che fu tutt’altro che inconsapevole e ingenuo.”

Lezioni di ballo per anziani e progrediti  - Bohumil Hrabal
Lezioni di ballo per anziani e progrediti uscì, dopo le sforbiciate da parte della redazione, tagliato di oltre la metà. Il dattiloscritto originale non sopravvisse, ma il redattore affermò che Hrabal aveva utilizzato i passaggi falciati come base di un’altra opera, e che nella versione definitiva non c’era più nulla «delle lezioni di ballo che erano state per parecchie pagine la cornice tematica». Tra i dettagli perduti ricordava il più affascinante: «come, dopo la fine della lezione di ballo, il narratore accompagna il proprio partner al manicomio e lì, alla luce della luna, in un’altana e sui vialetti bianchi dell’istituto ripetono le figure che avevano imparato quella sera».

Il vecchio calzolaio che ama le “sventolone” e la vita si racconta. 
Ed è novella dell’inverosimile, resa credibile dall’assenza di punti fermi. Impossibile interrompere o modificare il ritmo. È un flusso inarrestabile, senza meta, con uditorio singolare: un’impalpabile signorina che ascolta senza mai replicare; è sovversione, scompiglio, è esplosione di frammenti narrativi. È folgorante e mutevole follia. E ancora è caleidoscopico turbinio di figure scentrate, di sentimenti amplificati. È colata di passioni incontenibili, poetiche o prepotenti.
Sedetevi comodamente, aprite il libro, e lasciate parlare Hrabal. 


“i liberi pensatori rinfacciavano alla chiesa che Cristo, se era Dio, perché allora poi teneva commercio con una donna caduta? e io gli dico, c’è poco da fare, davanti a una bella sventolona non riesco a resistere nemmeno io, immaginatevi quindi Gesú Cristo che all’epoca era anche un gran bel pezzo d’uomo, tipo Conar Tolnes, in fondo aveva trent’anni e, insomma, quella Maria Maddalena, anche se di professione faceva la sgualdrina nei locali, ugualmente era riuscita a guadagnarsi la santità e aveva ottenuto il favore dei cieli e non aveva tradito Cristo e coi capelli gli aveva asciugato il sangue, e quel poverino se ne stava appeso alla croce perché aveva annunciato il progresso sociale e che tutte le persone sono uguali tra loro, e sua mamma era crollata in lacrime e Maria Maddalena l’aveva consolata, e io mi chiedo, dove sono tutte le belle sventolone del tempo andato? sono morte e di loro nulla è rimasto, però la cara Mariuccia Maddalena continuerà per sempre a intenerire i cuoricini poetici, e questo era stato anche il destino di quel gran bel pezzo d’uomo che aveva studiato da falegname, lui sapeva segare travi e assi, e di punto in bianco aveva abbandonato ogni cosa e era andato a insegnare alla gente che l’amore effettivo per il prossimo non vuol dire far capriole con una signorina su un canapè, ma invece dare subito una mano a chi in quel momento ne ha bisogno”
 
 

 

La zia Irene e l'anarchico Tresca - Enrico Deaglio

Il narratore ci informa d’aver ricevuto una “memoria” dalle mani del dottor Marcello Eucaliptus perché sia resa pubblica. Ha steso detta “memoria” in forma cronologica e razionale. Dichiara d’aver controllato accuratamente gli eventi storici, soprattutto il ruolo di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, criminalità organizzata italo-americana e “altre bande di killer ideologici nella nascita della Repubblica italiana (e del suo sistema bancario)”. Afferma d’aver controllato l’esattezza delle percezioni di Eucaliptus, ma di aver difficoltà a esprimere un giudizio finale sulla spiegazione in merito alle vicende recenti. Su altri fatti confida di non aver trovato riscontro nella “realtà ufficiale”.

“Difficile, dunque, stabilire il confine tra realtà, sogno, allucinazione, premonizione, verosimiglianza”.

Siamo nel secondo decennio del ventunesimo secolo, in una Roma distopica, “svaccata, commissariata, puzzolente, senza governo, sottoposta ai capricci dei militari”. A Ostia la lista “Mafia Capitale” ha vinto le elezioni e governa. Oltre cent’anni prima, il piccolo Salvatore, che diventerà famoso come Lucky Luciano, apprendeva una grande lezione nelle strade di New York: che l’immondizia è cosa importantissima,“Chi la controlla è a un passo dal controllare una città”. I tempi cambiano, i costumi non sempre.
Al Biondo Tevere, “quello di Pier Paolo Pasolini”, un gruppo di ex esponenti dello spionaggio italiano consegna a Marcello Eucaliptus una valigia contenente documenti top secret. È il lascito della zia Irene, comunista “vidaliana” e ex funzionario dei servizi segreti. Marcello, con l’aiuto di Rita, è invitato a sbrogliare una matassa incredibilmente intricata su verità taciute, accordi non scritti, patti celati. E un omicidio. Quello del giornalista anarchico Carlo Tresca, fondatore del settimanale “Il martello”. Tresca si batté fortemente per la liberazione di Sacco e Vanzetti, difese gli ultimi, gli sfruttati, attaccò mafia e politica disonesta. Scomodo e temuto fu assassinato a New York l’11 gennaio 1943. Ci sono collegamenti fra gli accadimenti di allora e quelli attuali? Cosa c’è dietro l’omicidio di Tresca?
Presente e passato s’intrecciano in un viaggio spazio-temporale. Scorrono vicende e nomi: Carlo Tresca, Vittorio Vidali, Rodolfo Valentino, Tina Modotti, Frida Khalo, Diego Rivera, Generoso Pope, Frank Bonacci, Frank Garofalo, Benito Mussolini, fino a Michele Sindona e Giulio Andreotti. Italia e America, politica e malavita, mafia italo-americana e fascismo. 

È romanzo, film, indagine, è ricerca storica, politica, culturale. È invito all'approfondimento su persone e fatti che appartengono a un tempo non troppo lontano e però dimenticati.

P.S. Mi spiace solo che fra i tanti nomi non compaia quello di Ezio Taddei, amico fraterno di Carlo Tresca. Taddei riparò in America per sfuggire alle grinfie del fascismo. Divenne collaboratore de “Il martello” diretto da Tresca. Quando questi fu ucciso, Taddei iniziò una sua indagine personale. Si rivolse al giudice chiedendo l’incriminazione di Garofalo e Generoso Pope per il delitto di Tresca. Si ritrovò improvvisamente solo. Fu “premiato” col ticket di rimpatrio come “indesiderato”.

Villa in Brianza - Carlo Emilio Gadda, Giorgio Pinotti

Quella villa brianzola, nido dei rancori gaddiani, eccola qui: casa ridente “anzi occhieggiante”, senza bagno ma orientata secondo i punti cardinali, con la sua enorme cucina, il portico e la terrazza. E un caminetto, che non s’accende mai.
E qui, ecco i conuigi Pelegatta. 
Lui, Francesco Pelegatta, uomo sommamente morale, che ha viaggiato tanto senz’imparar alcunché; “negoziant de seda”crede “in Dio, negli Apostoli tutti e nella Santa Chiesa Madre di tutti gli uomini, ma è “senza il becco d’un quattrino”, quando solitamente “i ruspi e la Fede, sono notoriamente concili abilissime”. Il Francesco Pelegatta, con la camicia inamidata e quel tal contegno, al paesetto lo chiamano “el scior Pelegatta”
Lei, madre del piccolo Carlo Emiliuccio e moglie di secondo letto del Pelegatta, è la Marchesana Adelaide, “piena di virtù e di coraggio e di studî”, col caro fiasco nel caro armadio che cigola spesso durante la giornata. Potete immaginare voi perché.
I tre pargoletti dei Pelegatta giocano sotto il portico al suon del cigolante armadio (ché la Marchesana ha il suo gran da fare). E quando la donna di servizio, quella Marietta che “fa la piscia in piedi” funziona da dama di compagnia, lo stridio fa il bis. In quel di Longone, fra aria salubre e “gutturazioni pleistoceniche” di meccanici, idraulici e pompieri.

Questo brevissimo racconto è un atto di vendetta, forse un tentativo di riscatto dal risentimento verso i genitori e la casa che gli rese tanta pena. Nel 1910 fu messa un’ipoteca di 10.500 lire sullo stabile di Longone. Fu cancellata nel 1924 e costò grandi sacrifici a Gadda. In una lettera datata 15 febbraio ’27, scriveva alla sorella: “è come la pietra di una tomba posta sulla nostra vita, sui nostri sacrosanti interessi e diritti ... Non parlarmi quindi mai né di Longone né del sozzo contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al 4° piano in una camera fredda”
Si libererà della “fottuta casa di campagna”, del “feudo barcollante di Longone”, del “verme solitario Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze” solo nel 1937, dopo la morte della madre.

Mastica e sputa - Pino Roveredo

Gocce di vita che si fanno immagine, ancor prima che parola. Una pennellata, un graffio, un tratto d'inchiostro. E la potenza di chi la scrittura ce l'ha dentro, come magma incontenibile.
Scrittura come vita. Scrittura che salva. 
Talvolta basta poco per non crollare, come essere presi in braccio, anche solo “per un minuto”, così, “ogni tanto”.

Sette zie - Marcello Marchesi

Marcello Marchesi trascorse gli anni dell’infanzia a Roma, nella casa dello zio materno, Guido, e di una frotta di zie, cognate di Guido. Motivo dell’esilio del piccolo Marcello, ultimo di sei fratelli, la colpa d’essere figlio illegittimo nato da una relazione della madre con un noto avvocato milanese.

Ed ecco Sette zie.

 

Amedeo narrante, Amedeo narrato. Gabriella del tempo narrato, Gabriella del tempo narrante.  Le storie s’intrecciano in giocosa alternanza con altri fatti, e altri personaggi là, nei luoghi della sua prima giovinezza, dov’è tornato per ricomporre la sua storia, e dove capita anche l’Amedeo scrittore di testi brillanti ch’è, come l’altro, un po’ smemorato.

Si ride del paradosso, ma si percepisce un sentire celato, fra le pieghe del dubbio e della stravaganza.

Amedeo e le zie. Tutte queste zie, che lo vedono sempre bambino anche quando bambino non è più, tutte innamorate di zio Guido, milanese, dentista creativo, marito di zia Ida. Zio Guido, che sposandone una, si sposa anche le altre sei.

Le sette zie, o forse sei, ché una non si sa se esiste, e se esiste non si sa dov’è. Sono sei o sette? Sette come i colli e i re di Roma, come gli angeli dell’apocalisse, o sei come i figli di Enrica Volpi, madre di Marcello?

O di più, come disse il vecchio conoscente, certo che fossero nove?

Amedeo e i ricordi. Non ricordi, mezzi ricordi, ricordi. Affiorano, sotto le mani sapienti e pazienti di Gabriella. Affiorano i ricordi, che Amedeo non ha mai amato, schegge di uno specchio frantumato che sarebbe meglio non tentare di riunire per vederci qualcosa che non c’è più, ma gettare prima che facciano male.

Non manca il fantasma. E nemmeno le sorprese.

 

In questo gioco di specchi e d’intrecci si trascorre qualche ora  né qui né là” ma soltanto “tra qui e là”. Condizione ideale”, come il tempo del viaggio di Amedeo sul treno Milano-Roma o Roma-Milano.

Rimini - Pier Vittorio Tondelli

“Voglio che Rimini sia come Hollywood, come Nashville cioè un luogo del mio immaginario dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le pasticche, ama, trionfa o crepa. Voglio un romanzo spietato sul successo, sulla vigliaccheria, sui compromessi per emergere. Voglio una palude bollente di anime che fanno la vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole, e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è questa Italia del “sei dentro o sei fuori”. La massa si cuoce e rosola, gli eroi sparano a Dio le loro cartucce”.

Nella primavera del 1981 a Pier Vittorio viene proposto di passare due mesi sulla riviera adriatica per lavorare a un inserto speciale. Non parte. Manda invece Bruno Bauer, giornalista protagonista di Rimini, nell’abbagliante Hollywood romagnola, dove si va perché ci sono altri centomila, dove musica e sesso e droga si levano in coro, dove la notte è variopinta e risplende di strass e paillettes. 
Bauer e i suoi collaboratori percorreranno lo sfavillante lunapark italiano per cogliere e raccontare vite che scorrono e s’arrestano, bagliori e ombre di esistenze note e sconosciute. È un succedersi di personaggi, credibili perché rubati alla realtà, fantastici perché rinnovati dalla genialità della scrittura di Tondelli. Ognuno è mosaico umano, con ambizioni alte e sconfitte certe. Girano su una giostra che non prevede vincitori. Le braccia si tendono, le mani si chiudono. Il trofeo è irraggiungibile. Ma attorno, tutto è colore, tutto rifulge. 
La bocca stupita non avverte retrogusto amaro. C’è tempo, c’è tempo. Non va perduto.
Poi le luci si spengono. E rimane il vuoto.

Ciao Pier, a ri-vederci con le parole.


P.S. È recente la notizia che, grazie alla donazione della famiglia Tondelli e al consenso del curatore dell’opera tondelliana Fulvio Panzeri, la biblioteca privata dello scrittore diventa patrimonio del comune di Correggio. Si tratta di 2494 volumi che troveranno collocazione a Palazzo dei Principi presso il Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli. La collezione, comprese le annotazioni e sottolineature autografe di Tondelli, sarà consultabile nei primi mesi del prossimo anno.

Il libro dell'estate - Tove Jansson, Carmen Giorgetti Cima
“… una pianta la si sposta dove può stare meglio, per una settimana ce la fa a sopravvivere sulla veranda. Se si sta via più a lungo, la si affida a qualcuno che la bagni, e può essere un po’ complicato.
Perfino le piante diventano una responsabilità, come tutto quello di cui si ha cura e che non è in grado di decidere da sé.”


Una vita germoglia, un’altra appassisce. Nel mezzo tutte le tempeste e i bisogni e le assenze tessuti in un’organza di mestizia, ricamata con vaporosa levità e rarefatta ironia.
Non c’è trama nella pagina quotidiana dell’esistenza, ma va a comporre il romanzo della vita il cui disegno è noto: nascere, vivere, morire. Questo sa la vita sfiorita. Questo va scoprendo la novella vita.

Delicato come un acquerello, con qualche guizzo di china fra i colori, Il libro dell’estate è una favola gentile. Contenuta e garbata, sfiora senza toccare, scalda senza accendere. Poeticamente algida. 
Algidamente poetica.
“Aha”.
E allora voglio tradurre l’insopportabile petulanza di Sofia come richiesta, prepotente e gridata, di quel mancato slancio istintivo e umano capace di attenuare, per quanto possibile, il dolore della perdita e il senso di smarrimento e rabbia. 
Un modo per chiedere qualcosa di più. Alla nonna. E alla penna di Tove. 
Fuoco e sale anziché algida poesia.
“Aha”, direbbe Sofia.
“Aha”, ripeterebbe la nonna.
“Aha”, aggiungo io. Perché? C’è una bambina di sei anni alle prese con l'elaborazione del lutto, e mai un abbraccio.



P.S. Ci sarebbe qualcosa da dire anche sulla traduzione. “Aha”.

 

Sei passeggiate nei boschi narrativi - Umberto Eco

“Un bosco è, per usare una metafora di Borges […] un giardino dai sentieri che si biforcano. Anche quando in un bosco non ci sono sentieri tracciati, ciascuno può tracciare il proprio percorso decidendo di procedere a destra o a sinistra di un certo albero e così via, facendo una scelta a ogni albero che si incontra. In un testo narrativo il lettore è costretto a ogni momento a compiere una scelta. Anzi, quest’obbligo della scelta si manifesta persino a livello di qualsiasi enunciato, almeno a ogni occorrenza di un verbo transitivo.

Mentre il parlante si accinge a terminare la frase noi, sia pure inconsciamente, facciamo una scommessa, anticipiamo la sua scelta, o ci chiediamo angosciati quale scelta farà.”

 

 

Incamminarsi nel bosco e uscirne con rinnovata consapevolezza.

Essendo comprovato il fabulare del lupo, incontrandolo, non sarà certo bizzarro fermarsi per scambiare quattro chiacchiere. Magari davanti a un buon caffè. E un pasticcino.

Chissà se il lupo è lettore modello, empirico, ideale, implicito, virtuale o metalettore.